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26 aprile 2022

Retrospettiva professionale. 40 anni dopo.

Mi sono sempre piaciuti i computer, fin dai 6 anni; li usavo quasi sempre solo per scrivere. Cosa che avrei potuto fare a mano, su carta. Ma l’idea di salvare gli scritti su un floppy disk mi dava l’impressione di consegnare quelle righe al futuro, ai posteri.

Quello che mi piaceva quindi era la comunicazione, più che i computer, e ci ho messo un po’ a capirlo.

Quando ho iniziato a lavorare in un’Agenzia di Comunicazione, mi è stato affidato il neonato reparto Web Marketing. Era il 2009, Google era il nuovo Microsoft e Facebook si apprestava ad essere il prossimo Google.


Tutto quello che nasceva in quegli anni è diventato lo standard per un nuovo tipo di comunicazione, fatta con precisione, sfruttando i dati, con metodo scientifico. Ma ho sempre unito della “poesia” alle strategie di Web Marketing, perché alla fine il messaggio diffuso deve fare presa sulle persone. E le persone amano la poesia, amano le storie, amano le relazioni.

Tutto ciò è stato poi codificato in regole precise di Comunicazione e Marketing, si iniziò a parlare di “storytelling”, di “purpose”, il Cluetrain Manifesto diventò una moda, insomma, il mercato della comunicazione riuscì a svilire quel poco di magia che avevamo riscoperto nel fare il nostro lavoro.

Le Web Agency stavano diventando delle fabbriche e quanti ci lavoravano erano i nuovi operai sfruttati per fare profitti. Si lavorava sulla quantità e la qualità non era più perseguibile. Perché per fare della poesia a volte hai bisogno di stare in silenzio davanti ad un foglio bianco. Ma se quel foglio è un file Word, vieni bersagliato da decine di notifiche sul desktop, e-mail, alert dalle campagne Facebook e Google, messaggi nella chat aziendale…

Nel 2012 quindi mi licenzio e fondo il Network di consulenza GESTA, con un’idea molto semplice: volevo aiutare le aziende e le persone, attraverso le strategie di Marketing e Comunicazione, a realizzarsi. A trovare il loro posto nel mercato. Che al tempo pensavo significasse trovare il proprio posto nel mondo.
Il payoff scelto per descrivere il mio approccio era cloud consulting, perché mi immaginavo dei professionisti sempre disponibili per ogni esigenza del progetto e del cliente: una “presenza a distanza”. I consulenti GESTA erano quindi in grado di seguire il cliente in ogni parte del mondo, con le nuove tecnologie e un set di strumenti digitali che appunto risiedevano nell’allora nascente “cloud”.
Con i recenti scenari pandemici questo modo di lavorare è diventato comune a molte realtà aziendali, ma dieci anni fa non era scontato.
Il cloud consulting rimane comunque tutt’oggi più una forma mentis che una modalità di lavoro: significa esserci per il cliente, quando ne ha bisogno, sempre.

È una scelta difficile da fare per i freelance del 2022, che spesso decidono di esercitare la libera professione per “sentirsi liberi”, avere i propri spazi e decidere della propria vita senza ingerenze esterne. Quindi figurarsi se rispondono al telefono quando il cliente chiama la sera e nel weekend, o se ti chiede qualcosa in più di quanto scritto sull’incarico di progetto.

Io invece ho capito che la vera libertà nasce dalla consapevolezza interiore, dal capire e accettare la propria “mission”. Nel mio caso questa consapevolezza mi ha portato ad abbracciare totalmente gli obiettivi dei miei clienti. Ovviamente i clienti me li scelgo e dico molti No, quando non sono disposto a dedicarmi al 100% ai loro progetti. Ma una volta “sposato” il progetto, ci sono sempre e chiedo la stessa dedizione ai miei collaboratori.

Dal lontano 2012 ad oggi ho fatto molte e interessanti esperienze di lavoro, in diverse aziende e diversi settori, acquisendo non solo competenze tecniche ma anche più consapevolezza su quale sia la mia missione: aiutare gli altri (e i brand), con le mie competenze, non solo a “comunicare chi sono”, ma soprattutto a scoprire (o progettare) chi sono.
Si parte da un obiettivo di fatturato e si arriva ad un obiettivo esistenziale. Mica poco. E non per tutti.

Nel 2020 decido quindi di dedicarmi esclusivamente allo sviluppo del Network e alla formazione di nuovi consulenti, nonché alla formalizzazione del Metodo GESTA, basato sui livelli logici di Robert Dilts, per la progettazione delle Strategie Marketing.

Il Network oggi aggrega oltre 30 professionisti senior che vogliono lavorare con qualità e che si concentrano sulle esigenze del cliente con dedizione assoluta. La nostra promessa è che siamo “Business Partner”, ovvero siamo ingaggiati e fortemente motivati a conseguire il nostro successo attraverso il successo del nostro cliente. Generalmente non accettiamo il lavoro se non siamo ragionevolmente sicuri di poter portare un valore concreto al cliente, preferibilmente in termini di aumento dell’EBITDA.

Oggi sono dove volevo essere a livello professionale e provo gratitudine per questo.
Ma quando penso a quegli scritti infantili persi per sempre, perché affidati a dei floppy disk (che con grande sforzo tecnologico ho provato ad aprire decenni dopo, senza successo), dico a me stesso: tutto è cambiamento e sicuramente GESTA di domani sarà qualcosa di diverso da quello che è oggi.

E, infine, a quarant’anni, ho capito che a volte è meglio poco inchiostro su carta che migliaia di gigabyte nel cloud.

Luca Martino

 

 

10 ottobre 2020

Il Dilemma Sociale: seguire o non seguire? Follow or Unfollow? E soprattutto: basta dire "io l'avevo detto"?

Un caro amico, che sa qual è il mio lavoro, mi ha suggerito di vedere il documentario "The Social Dilemma" su Netflix.


L'ho visto, e non ci ho trovato nulla che già non sapessi. Anzi, proprio la conoscenza di quegli algoritmi incriminati di cui si parla nel documentario è alla base di gran parte del mio successo professionale.

Però la visione del film, che consiglio a tutti, ha prodotto in me un altro tipo di "dilemma".
Usare una tecnologia sbagliata, avendo il controllo del fine ultimo, è giusto? Oppure, proprio perché si riconosce che il mezzo è intrinsecamente sbagliato, bisogna rinunciarvi?

SEGUIRE O NON SEGUIRE? 

Follow
e Unfollow sono termini che ormai attribuiamo non a dinamiche sociali, ma ad azioni progettate per i Social Network. Eppure, è tutto lì il perimetro della scelta dell'individuo: schierarsi.

Io ho creduto, per anni, di essermi sufficientemente "schierato".

Nel lontano 2011 teorizzavo l'influenza dei progressi del Web sulla società civile:
"Cos'è il Web 3.0"

Nel 2012 scrivevo che la perdita dell'oggettività nei risultati di ricerca era un problema:
"Confessioni di un SEO Specialist pentito"

Nel 2013 scrivevo che il monopolista delle ricerche sul Web era poco trasparente e perseguiva, con le proprie politiche aziendali, meramente il profitto:
"Google, don't be evil... togli il Not Provided e ridacci la Long Tail"

Nel 2014 scrivevo che non si possono lasciare scelte di carattere globale ai tecnocrati, ma ci vogliono umanisti e filosofi per indirizzare il progresso tecnologico:
"I nuovi domini, la vecchia SEO... e perché ci vorrebbero dei filosofi che si occupassero di standard ed Information Technology"

Non mi sono limitato a scrivere su questo blog. In un tavolo di lavoro alla Leopolda 5, proposi all'allora Sottosegretario di Stato del Ministero dello Sviluppo Economico con delega alle Comunicazioni nel governo Renzi, Antonello Giacomelli, di fare un intervento legislativo per le scuole dell'obbligo sulla "formazione all'uso del Web e dei Social Media". L'obiettivo era formare le giovani generazioni sui funzionamenti degli algoritmi dei colossi dell'economia digitale, spiegare che non restituiscono una verità oggettiva, ma solo quello che è funzionale ai loro obiettivi di business.

Un tempo ci insegnavano a sfogliare l'enciclopedia, ora nessuno spiega ai giovani che fare una ricerca sul Web o sui Social Media segue logiche completamente diverse dalla restituzione di risultati che hanno a che fare con "la verità".

Sono tutti temi che troverete nel recente documentario di Netflix. 

E, anche se ho sollevato tali problemi etici con molti anni di anticipo rispetto alla "sensibilità pubblica", non mi sento esente da colpe: li ho denunciati, ma ho continuato ad usare la loro tecnologia, tecnologia che ha prodotto "mostri", come Trump e i terrapiattisti.
Certo, con fini opposti, spesso nobili, o comunque eticamente affini al mio sentire. Ma siamo ancora una volta di fronte al dilemma: la mia etica può decidere cosa è giusto o sbagliato per altri individui, per altre sensibilità? Oppure la conoscenza di certi strumenti tecnologici mi consente di manipolarli?
Il problema è, oggi più che mai, che il mezzo che veicola la comunicazione non è neutro.

La mia più grande frustrazione è che non mi basta più dire "io l'avevo detto".
Vorrei aver saputo scegliere una terza via.

20 agosto 2020

Droga, Drughi e Draghi

Non bisogna essere un drago per capire e sottoscrivere quello che ha detto Mario Draghi al meeting di Comunione e Liberazione di Rimini il 18.08.2020. Nella sostanza un discorso bello perché vero, forse anche sentito. Ma tardivo e quantomeno inutile, ora come ora.


Quello che mi sorprende è il clamore che il suo discorso ha avuto. Significa che in Italia la stragrande maggioranza della popolazione, giornalisti inclusi, è analfabeta rispetto a nozioni basiche di Economia Politica.

Viviamo in un Paese di Drughi (non nell'accezione di "tifosi della Juventus", ma di "nullafacenti fancazzisti" seguaci dello stile di vita del Grande Lebowski). Sono tutti pronti a darsi da fare per riscattare la lesa maestà di un tappeto, ma non fanno nulla per preservare le dinamiche che consentono la sopravvivenza socio-economica di uno Stato.

Di quale droga si fanno i nostri politici per emettere debito senza capire cosa significa sul lungo periodo??

Forse della droga del "consenso", quella roba che gli consentirà di essere rieletti alle prossime elezioni.

Permettetemi di spiegarvi quello che ti insegnano nelle primissime lezioni di Economia Politica: fare spesa pubblica emettendo debito è giusto e eticamente accettabile solo ed esclusivamente se quella spesa ha ricadute dirette sulle generazioni che ripagheranno il debito.

Treno a levitazione magnetica

Facciamo un esempio spicciolo, all'inverso: devo costruire una rete ferroviaria a levitazione magnetica ad altissima velocità e grande risparmio energetico, che richiederà 20-30 anni per essere attiva e funzionante; se la costruissi con i soldi delle tasse della popolazione lavoratrice di oggi, che probabilmente non la userà, o la userà per pochi anni, sarebbe ingiusto. In tal caso è giusto emettere debito pubblico, che sarà ripagato da chi beneficerà della lungimiranza di questi investimenti in infrastrutture.

Ma se si emette debito pubblico per pagare le pensioni a generazioni di privilegiati, se si emette debito pubblico per pagare i sussidi ai furbetti del cartellino e del Parlamento, che giustizia c'è in tale debito??

Provvedimenti come "Quota 100", esempio lampante di spesa improduttiva finanziata con emissione di debito, dovrebbero essere illegali in un Paese civile. 

Ecco, Draghi non ha fatto nient'altro che dire una serie di ovvietà. Sono sconvolto della risonanza che hanno avuto le sue parole, perché significa che pochi in questo ignorantissimo Paese conoscono i principi etici che ci sono dietro l'emissione di debito pubblico.
Se si lodano le sue parole è perché fino ad ora si è ricorso al debito con leggerezza e ingiustizia di fondo.

Ho già spiegato il ruolo dei giovani in un post metaforico che ripercorreva la storia economica dell'Italia.  

Essere giovani non può essere, oggi più che mai, solo una questione anagrafica: è una questione di parte. Chiunque può scegliere di stare dalla parte delle future generazioni, scegliendo, in politica ed economia, chi guarda sul lungo periodo e agisce non per tornaconto elettorale, ma secondo ideali di giustizia ed equità generazionale. 

26 aprile 2020

La Trincea Infinita


La sfida di questa quarantena l’ho persa. La consapevolezza di ciò ha un sapore amaro.

Dopo “appena” 38 anni di vita, mi sono fatto un’idea del perché sono venuto al mondo. Tra studi di filosofia, religione, Cabala, esoterismo, una qualche idea del senso della Vita me lo sono fatto: siamo qui a giocare un complesso gioco, nel quale siamo chiamati ad esprimere la versione migliore di noi.
Che è il modo di tornare all’Uno dal quale proveniamo, sentendoci parte, “essendo” parte del Tutto che ha giocato al gioco della Separazione, affinché potesse meritarsi la ricompensa dell’essere Uno. Dell’Essere.

Le difficoltà esterne, come questa emergenza da Coronavirus, accelerano le dinamiche della sfida e possono portarci agli estremi: diventare migliori o peggiori.

Ecco, io dopo più di 2 mesi di isolamento e 38 anni di gioco nel gioco della Vita, mi sono reso conto di aver perso. O di stare perdendo, se vogliamo essere ottimisti e sperare in un goal nei minuti di recupero.

Il motivo? Sinceramente non lo so.
Sicuramente n
on basta conoscere, o credere di conoscere, le regole del gioco, per andare a meta; serve allenamento, focus sull’obiettivo, determinazione e, soprattutto, essere disposti a perdere tutto.

Questa quarantena mi ha posto di fronte a scelte che mi si ripresentano da anni: quanto tempo dedicare al lavoro, quanto alla famiglia, per cosa lottare, cosa lasciar perdere, dove essere determinato, dove essere flessibile, a cosa rinunciare, a cosa puntare.
Noi scegliamo ogni singolo istante della nostra vita, e le scelte sono alla base del gioco.

In questa quarantena ho scelto di lavorare mediamente 14 ore al giorno (2-3 ore in più di quanto facevo prima), pur avendo 3 figlie a casa cui badare.
Ho scelto di dare loro l’attenzione e il tempo che si dà ad una call sbrigativa e sgradita, che ti capita in mezzo ad un serrato piano di lavori.
Ho scelto di ritirarmi “in trincea”, come ormai chiamo il mio angolo computer sul soppalco di casa, come gesto di resistenza estrema all’emergenza che ci vuole proni.
Ho scelto di resistere a modo mio, tuffandomi nel lavoro e dedicandomi ancora di più agli obiettivi dei miei clienti. Ma ogni notte fatico ad addormentarmi, nonostante l’ora tarda.

Ho scelto di lavorare e non fatturare, per essere solidale con chi è fermo per decreto. Ma ogni istante calcolo le probabilità di insoluti futuri e tremo all’idea che il mio ipotetico altruismo non sia mai riconosciuto.
Ho scelto, e scelgo ancora, di irritarmi se la casa non è gestita alla perfezione, se le bambine costruiscono barricate per ritagliarsi propri spazi franchi, che intralciano il mio prendermi cura di loro.
Ho scelto di non leggere, cosa che da sempre amo fare, perché mi sembra un lusso che non posso permettermi, quando c’è così tanto da fare.
Ho scelto di considerare mia moglie un nemico, un “altro da me” che non mi capisce e che non comprende l’importanza delle mie scelte. Ho scelto di vivere una vita parallela, in trincea, mentre lei combatte in campo aperto.
Ho scelto, e scelgo ancora, l’opposto di ciò in cui credo. E non mi capacito del perché.

Talvolta trovo qualche scusante, ma non ci credo davvero.
Una di queste scuse è che io sia una vittima, quando non ho saputo essere un eroe.


Ho visto un film, nei frangenti di tempo tra la fine del lavoro a computer e l’andata a letto, che ho trovato toccante per molti versi. Il film si chiama “La Trincea Infinita”, ed è ambientato ai tempi della guerra civile spagnola (1936-1939), che si trascina fino all’amnistia tre decenni dopo. Un film che, in questi tempi di quarantena, qualsiasi persona sposata, dotata di senso critico, dovrebbe vedere.
C’è il senso della privazione, c’è il senso dell’amore. E anche tutte le sfumature intermedie.

Mi è rimasto impresso un dialogo immaginario, avvenuto durante un sogno del protagonista (Higinio Blanco), tra lui e un soldato da egli ucciso:
Soldato: "Sei molto coraggioso. Tanto coraggioso da non esserti neanche tolto la vita. Credo tu sia stanco di sentirtelo dire, ma poche persone avrebbero sopportato questa cosa con la tua integrità."
Higinio: "Grazie."
Soldato: "Forse la paura che hai avuto non ti farà passare da eroe, ma ciò non toglie che tu sia stato una vittima."
Higinio, fra le lacrime: "Grazie."

Ecco, da perdente, da persona che non ha saputo perdonare, che non ha saputo scegliere la Luce, che non ha saputo essere migliore, rimane la scusante che forse la sfida che mi si è parata di fronte sia stata davvero troppo ardua per le mie forze.

26 aprile 2017

Un romanzo "necessariamente" storico

Ho ricevuto diverse domande in merito alla mia recente recensione del romanzo “Il silenzio della cattedrale” di Gianfranco Baldazzi. In particolare mi è stato chiesto se il fatto di averlo definito "un libro unico" escludesse la catalogazione come romanzo storico.
Ho quindi pensato di sciogliere ogni dubbio, definendolo un romanzo "necessariamente" storico. Ecco il perché...

Il Tempo Medievale nel libro Il silenzio della cattedrale


C’è una domanda che credo ogni scrittore si ponga in via prioritaria, fra le tante cui deve dare risposta, quando ha in mente una storia da narrare: dove ha luogo questa storia?
Un “dove” non solo geografico, ma demografico, sociale e soprattutto temporale.

Ci sono storie che, pur potendo essere narrate in una certa ambientazione, in un certo luogo e un certo tempo, non perderebbero di fascino e completezza se traslate in un altro luogo, o in un altro tempo. Certe altre, invece, il “dove” se lo portano dietro, è un tutt’uno indissolubile con i personaggi, magari perfino con la trama.
Io credo che il buon romanzo storico appartenga a questa seconda categoria; si tratta quindi di una storia che non poteva essere narrata in altro tempo se non quello in cui l’autore ha scelto di ambientarla.

Questo è il caso del libro di Baldazzi “Il silenzio della cattedrale”.

La rigorosa ricerca storica dell’autore, l’intrecciarsi di fatti realmente accaduti con le vite dei personaggi, le digressioni sugli usi e costumi dell’epoca, sono sì collegati al “dove” del romanzo, ma lo sono in maniera secondaria rispetto ad un altro aspetto a mio avviso cruciale. C’è infatti, nascosto nella storia, un protagonista taciuto, un tema centrale eppure velato, un fulcro nella trama attorno al quale girano le vite dei personaggi, come in un carosello circolare dai ritmi certi e inevitabili. Questo protagonista è il Tempo.

O meglio, una certa concezione del tempo, in transizione verso un’altra.

Baldazzi, con rapide e precise pennellate, dipinge un Medioevo insieme doloroso e meraviglioso, che passa lento, lento come era in effetti la concezione del tempo in quell’epoca storica. Un tempo scandito dall’alternanza delle stagioni, dai cicli di morte e rinascita della natura, un tempo scandito dalla preghiera, da Mattutino a Compieta, un tempo che serve all’autore per raccontare le vite di una pluralità di personaggi che compongono la sua grande opera.
Questo tempo “medievale”, in cui il presente è l’unica coniugazione concepibile, inizia a dilatarsi verso un futuro capace di guidare e ispirare i protagonisti del romanzo, una visione appunto più “rinascimentale”, in cui l’uomo diviene artefice del proprio destino.

I protagonisti del romanzo si imbarcano in un progetto più grande di loro, di cui faticano perfino ad immaginare la conclusione, essendo spostata di decenni nel futuro. Vivono quindi il presente e vivono per il presente, ma con uno sguardo alla “Visione” della cattedrale ultimata, che dà loro un senso e traccia una rotta lungo la quale si muovono. 

Si capisce quindi la lezione più importante di Baldazzi: non importa la meta, ma vivere bene durante il viaggio. E Baldazzi non poteva collocare una simile lezione in un periodo diverso da quell’epoca sospesa tra il ‘300 e il ‘400, epoca i cui l’uomo si ripensa e rivede le proprie concezioni su tutto il Creato. Quel tempo era un “tempo saggio”, che dal Rinascimento in poi accelererà vorticosamente fino a scadere nella frenesia che caratterizza la contemporaneità.

Ma per un po’, in un preciso momento storico, forse l’uomo ha saputo bilanciare la poesia del presente con la forza della progettualità per il futuro.

Non è superfluo osservare che l’autore scrive nel “nostro” tempo, veloce e orientato alla produttività, tempo così diverso da quello dei protagonisti del suo romanzo. Ecco quindi che pare guidare il lettore in un cammino esperienziale, esortandolo implicitamente a riappropriarsi del suo tempo. Sono convinto che questa sia una delle ragioni per cui Baldazzi ha scritto un libro voluminoso: perché lento doveva essere il dispiegarsi della trama e lenta doveva essere la lettura stessa, affinché non assomigliasse ad un gesto “di consumo”, come sovente avviene oggigiorno per il prodotto libro.

La lettura di questo romanzo “necessariamente” storico diviene così un cammino, un percorso verso i significati che l’autore vuole comunicare. A partire, appunto, da una visione del tempo più saggia di quella che imperversa “nel nostro tempo.”



2 dicembre 2016

Arianna, il futuro avrà i tuoi occhi. Io posso solo votare Sì e spiegarti la differenza tra Leader e Follower, tra Renzi e Grillo, tra Obama e Trump.

Come spesso mi capita (soprattutto ora che è arrivata in famiglia la piccola Arianna) non trovo mai il tempo per scrivere le riflessioni che gli eventi di cronaca mi inducono a fare.
Gli eventi si succedono e i propositi del blogger si affievoliscono, incalzati dalle incombenze del padre.

Il terrorismo internazionale, la tragedia dei migranti nel Mediterraneo, la guerra in Siria, l'elezione di Donald Trump negli Stati Uniti, il dibattito sul Referendum Costituzionale del 4 dicembre in Italia... tutto rischia di passare con un Like/Dislike su Facebook, o al massimo con un breve commento, che consente di cristallizzare un'opinione, uno stato d'animo, ma, non richiedendo un'elaborazione di pensiero un minimo articolata, lascia anche una sensazione di disagio, come se si fosse persa una buona occasione per meditare sul mondo e i suoi abitanti.

In questo la buona rete di opinionisti che seguo gioca un ruolo di un certo peso...
Se non potessi mettere gli I-Like ai post di mio cugino (a proposito, vi consiglio di seguire il suo blog N'affacciata), di Pasquale Mormile o di Michele Serra, probabilmente scriverei di più.
Ma il tempo è quello che è. E, mentre cambio un pannolino, mi lavo la coscienza da pensatore mancato condividendo sui social network i post di altri.

In questa dinamica che definirei "di mera sopravvivenza del pensiero critico", non ne esco mai indenne. Si affaccia sempre nella mia mente un'intuizioncina, un'ideuzza, un pensierucolo, che vorrebbe far a meno del vezzeggiativo o spregiativo e assurgere al rango di idea, intuizione, pensiero.
Quello che sistematicamente avviene nella mia mente, senza che il mio Sé cosciente riesca ad arginare in alcuno modo la cosa, è una forma di processo creativo di pre-stesura di un articolo: prende forma un ipotetico titolo di un ipotetico post che vorrei scrivere, con in nuce tutti i concetti cardine a supporto di un certo "concept". E mentre penso al pensiero che meriterebbe di essere divulgato al mondo intero (già, perché finché non lo scrivi sembra perfetto e assolutamente necessario da far conoscere a tutti gli altri che brancolano nel buio, non conoscendolo - tipica presunzione da blogger), è già superato da un evento più importante, più grave, più "pungolante" per il mio spirito critico.

Capita così che il primo titolo si evolva e includa il secondo tema su cui vorrei scrivere. Poi si affaccia una terza riflessione, una quarta e alla fine (semmai arrivo a scrivere il post) il titolo iniziale si è completamente perso e non c'è traccia nemmeno dell'idea originaria che volevo divulgare.

Ma i temi che oggi vorrei affrontare meriterebbero un titolo a sé. Sebbene tutti collegati, i "concept" sono stati partoriti nel corso di quasi un anno, per cui, al di là della difficoltà di riassumerli tutti in maniera significativa, resterebbe il problema di quale peso abbiano gli eventi che li hanno generati all'interno della narrazione. Ecco quindi che vorrei provare qualcosa di nuovo, rispetto ad altri articoli ospitati in questo blog, tracciando l'evoluzione che il titolo ha avuto nella mia mente.

Agli inizi era:

Lo stormo e la Leadership Diffusa

Circa un anno fa, avevo da poco iniziato a lavorare in Hermes Consulting a Firenze, e mi è capitato di fare un'esperienza formativa molto interessante. Nell'ottica di iniziare una partnership con l'associazione Effetto Larsen, abbiamo sperimentato il loro metodo per ricreare le dinamiche socio-emotivo-relazionali che consentono, ad un gruppo di individui, di emulare il volo di uno stormo di uccelli. Il loro workshop si chiama appunto STORMO® rEVOLUTION.


Avete mai visto volare uno stormo di centinaia o migliaia di uccelli? È uno spettacolo meraviglioso, sembra una danza: voli imprevedibili ed ascese velocissime, traiettorie impercettibili, codici di geometria esistenziale, come canta il grande Battiato.

Senza entrare nel dettaglio della metodologia utilizzata da Effetto Larsen, molto pratica e poco teorica, devo riconoscere che l'esperienza di muoversi in totale sincronia con i colleghi fu sorprendente: nessun leader che guidasse, ma tutti potenzialmente leader capaci di guidare il gruppo, nessuno conflitto, solo armonia e movimento perfettamente sincrono fra tutti gli individui.

Alla base della capacità degli uccelli di volare in stormi ci sono sicuramente fattori biologici, ma se anche gli esseri umani riescono ad emulare la loro sincronia, forse c'è qualche insegnamento che possiamo apprendere. Questo è quello che ho appreso io, meditando sui comportamenti agiti durante il workshop: 
  1. Senza scontrarsi e senza dipendere dalle capacità di guida di uno solo di essi, negli stormi c'è quella che in termini manageriali oggi chiamiamo Leadership Diffusa, dote preziosa tanto in ambienti naturali quanto, di questi tempi, in quelli aziendali.
  2. Per avvenire, "l'effetto stormo", ha bisogno di un clima di totale fiducia e attenzione reciproca fra i membri del gruppo, costruito attorno a valori comuni.
  3. Chi guida il gruppo per un frangente o per un tempo più lungo, è colui o colei che inizia un rapido movimento in una direzione ben precisa, che non è quella che il gruppo sta seguendo "d'abbrivio".
  4. Un buon Leader "sente" quando deve proporre nuove rotte o quando deve reimmergersi nello stormo per farsi guidare da altri
  5. Quale che sia la sua scelta, il Leader lo fa per il Bene Comune.

Potrei stare ore a descrivervi il perché e il percome di ogni "codice di geometria esistenziale", di come le metodologie che ho provato sulla mia pelle funzionino, ma non c'è tempo... perché non ho scritto, circa un anno fa, un post dal titolo "Lo stormo e la Leadership Diffusa"; vi sto solo raccontando che avrei voluto scriverlo.

La Democrazia Rappresentativa come surrogato della Leadership Naturale

Nei giorni seguenti il worskshop mi capitò di tornare a riflettere sull'esperienza fatta e di metterla in connessione con i fenomeni di Leadership Politica. Mi resi conto che molti dei leader che più apprezzavo avevano caratteristiche simili a quelle degli uccelli-guida.
Arrivai ad ipotizzare che, nel corso dell'evoluzione umana, venendo a mancare le caratteristiche biologiche di "connessione" e fiducia di specie, proprie del mondo animale, gli uomini si erano inventati forme via via più sofisticate per "andare avanti". Perfino la Democrazia Rappresentativa, quindi, mi appariva come un tentativo di recuperare quella meraviglia che era la la Leadership Naturale, intesa come manifestazione spontanea dei fenomeni (collegati) di guida-seguimento del mondo animale.

Anche in questo caso avrei voluto scrivere un trattato, ma non l'ho fatto e forse mai lo farò. Certamente non ora, che ho in mente un altro titolo.

Messaggio a Matteo Renzi: è ora di virare, accelerare e imparare dagli uccelli

Mesi fa il buon Matteo, che secondo me aveva tutte le caratteristiche del buon Leader, iniziò a perdere colpi. I sondaggi sul suo gradimento erano in calo, il Movimento 5 Stelle avanzava, e io pensavo: "Matteo, cazzo, cambia rotta, attacca l'Europa dei burocrati, non lo vedi cosa sta facendo alla Grecia?? Matteo, accelera, cambia direzione, solo così lo stormo ti seguirà. Sposta l'attenzione dall'Italia, e proponi un'Europa solidale, un'Europa dove abbia senso stare."
Mi sono impegnato assiduamente per divulgare (e far avere a Matteo Renzi) la teoria della Liquidità Distribuita di Alessandro Nosei, per una riforma radicale delle politiche economiche nell'Unione Europea; ma niente, Matteo sembrava aver dimenticato una delle leggi che più gli era congeniale, il "codice di geometria esistenziale N°3": gli uccelli-leader devono continuamente accelerare e proporre nuove direzioni, altrimenti nessuno li segue più.

Renzi mi ha ascoltato con un imperdonabile ritardo: le sue posizioni degli ultimi tempi sull'Europa sono quelle che io chiedevo da questo blog con veemenza fin dal luglio 2015. Ma ha perso il Time-To-Market. E un markettaro come me non glielo perdonerà mai.

Renzi asino, ma io #aSIno

Il motivo di questo ipotetico titolo era legato alla "personalizzazione" fatta da Renzi sul Referendum Costituzionale. Ancora prima della Brexit, avevo previsto che questo suo tentativo di farsi legittimare con una consultazione popolare sarebbe stato un boomerang.

Parlando al telefono con mio cugino (quello del blog di cui sopra) ci siamo detti: "Ok, Renzi ha scazzato (NdR: ha sbagliato), ma noi che possiamo fare per salvare una riforma comunque importante per il futuro del nostro Paese?"
La mia risposta è stata: quello che sappiamo/possiamo fare.

Ho quindi progettato una fantastica (nel senso che avveniva nella mia fantasia) campagna virale in cui davo dell'asino a Renzi per aver messo a rischio una riforma importante, cercando di associare il successo della stessa ad un suo successo personale (si era dimenticato il "5° codice di geometria esistenziale": pensa solo al Bene Comune, non al tuo).
La campagna era virale perché aizzava la potenza di fuoco degli anti-renziani, con un hashtag che invitava alla conta: Renzi era asino, ma io ero #aSIno; chi era come me e chi era #asiNO?

Il bello di questo lettering è che non si conta, perché gli hashtag ad oggi non distinguono maiuscole e minuscole. Quindi la campagna sarebbe stata comunque positiva, perché avrebbe smontato con uno #aSIno l'unica possibile critica alla Riforma Costituzionale: il tentativo di Renzi di avere un voto sul suo Governo.
Ovviamente riconosco tutti i suoi meriti, solo che non è saggio anteporre l'Ego al Bene Comune.

#Asino chi non vota. E anche chi #asiNO

Quando mi fu ormai chiaro che la potenza mediatica del No era superiore a quella dei (per tutta la propaganda populista che sta venendo alla luce in questi giorni, fatta di bufale e slogan facili da veicolare e memorizzare), ipotizzai che si poteva rilanciare la campagna virale fantastica di cui sopra con un altro post; l'obiettivo era spiegare perché eri asino in due casi: se non votavi o se votavi NO.

Anche questo post è nato e morto mentre lavoravo, cucinavo, lavavo i piatti e pulivo casa per le mie tre donne e 1/2 (Arianna era ancora in pancia).

Non chiamateli Leader, per favore, sono Follower!

Il Karma non ci dà pace, mai, finché non lo affrontiamo.
Ed ecco che la campagna per le presidenziali di Trump negli USA, quella di Grillo per il No in Italia, mi hanno ricordato che avevo un post da scrivere sulla "vera leadership".
Il succo di questo ipotetico post mai scritto doveva essere all'incirca questo: ci sono stati, nella storia del genere umano, leader che parlavano "alla pancia del popolo", che smuovevano emozioni torbide nell'animo umano, che vibravano a frequenze basse per entrare in risonanza con il malcontento popolare. Questi personaggi io non li voglio chiamare leader, perché non guidano (nell'accezione nobile del termine, propria degli uccelli-guida), ma "seguono" gli istinti più bassi dei gruppi sui quali vogliono prevalere come "capi", solleticandoli sapientemente lì dove hanno ferite aperte o opinioni convergenti (il cui nocciolo è costituito, di solito, da piccoli e grandi egoismi).
Ecco, questi impostori in natura non sarebbero mai stati seguiti, perché violano i "5 codici di geometria esistenziale" degli uccelli. Ma il genere umano è molto lontano dalla fonte da cui proviene e questi impostori riescono a farsi chiamare leader, anche se non ne hanno minimamente le caratteristiche.

Leader è chi vira veloce verso orizzonti nuovi, per il Bene Comune, che spesso chi è in fondo alla stormo non vede. 
Leader è Papa Francesco. Leader fu Gandhi. Leader fu Aldo Moro.
Leader non fu Hitler, né Mussolini. Loro, per favore, chiamateli Follower. La loro ascesa è costruita sul più becero populismo, non su proposte innovative, non su rotte nuove da perseguire anche con difficoltà, contro i propri bassi istinti, per una meta più alta del proprio tornaconto personale.
Il Leader ti convince a seguirlo perché è giusto. Il Follower va dove tu, in fondo, vuoi andare. Al limite ti convince (facilmente, è ovvio) che ti conviene seguirlo.

Le differenza fra Trump e Obama, tra Grillo e Renzi, tra un NO e un SÌ

Ed ecco che il risultato delle elezioni americane mi insegna un'altra regola aurea che non mi è mai entrata in testa durante le lezioni di Economia Politica: le elezioni le determina l'ELETTORE MEDIO.
Questo mostro per la Democrazia Rappresentativa non mi aveva mai spaventato così tanto come dopo le elezioni che portarono al primo Governo Berlusconi. Ma ci si assuefà pure a Berlusconi, quindi, quando il referendum nel Regno Unito ha dato come responso "Brexit", mi si è ri-acuita una ferita mai sopita: la mia ignavia. Non avevo mai dato del cretino a chi ha votato Berlusconi, quindi DOVEVO darlo agli inglesi, e l'ho fatto.


Ma poi Trump vince contro una Clinton che non è un vero leader, perché non è innovativa come Obama, perché puzza lontano un miglio di Ego e interessi personali. E anche in questa occasione penso che il post devo assolutamente scriverlo, per dire che l'Elettore Medio americano è un imbecille egoista e miope di fronte alla complessità del mondo (sia quello che ha votato Clinton invece di Sanders, sia quello che ha votato Trump invece di Clinton).

Durante l'intensificarsi di questa campagna referendaria ho pensato, analogamente, che avrei dovuto dare del "cretino" a chi seguiva Grillo e Slavini (o si lasciava seguire da Grillo e Salvini, nell'accezione dell'ipotetico post, mai scritto, citato in precedenza), ma non volevo scrivere un post su ciò, l'Elettore Medio non meritava il mio tempo.
Arianna, appena arrivata, lo meritava.
Parlare della concezione politica di Platone, del principio di competenza, pensavo, a cosa può mai servire con questo soggetto?

Ma una risposta si è affacciata nell'anticamera del mio Sé cosciente: perché questo "qualcuno" ha il mio stesso diritto di voto, di me che ho quasi 20 anni di attivismo politico alle spalle, di me che leggo un libro a settimana e dormo 4 ore a notte per tenermi aggiornato su economia, politica, diritto, sostenibilità ambientale.
(NdR - Tutto questo ego è il motivo per cui ho abbandonato la politica: non sarei mai riuscito a scendere a compromessi con l'Elettore Medio, ritenendomi, a torto o a ragione, superiore nella capacità di analisi e di scelta.)
Ma andiamo oltre.

In questo ipotetico post avrei dovuto spiegare perché chi vota NO al referendum costituzionale del 4 dicembre si sta facendo imbrogliare da dei Follower, degli impostoari, insomma. Non l'ho scritto questo post perché avrei dovuto ergermi al di sopra dell'altrui posizione per dire al grillino di turno che è un cretino, che non può pensare di essere più intelligente di tutte le forze economiche italiane (Confindustria, Confcooperative, Cna, Cia, Confartigianato, Coldiretti, etc., tutte schierate per il SÌ) ed estere (basta vedere l'andamento dello spread al crescere del NO nei sondaggi).
Insomma, non ho scritto questo post per non affibbiare epiteti poco carini a persone che hanno sì la colpa di aver ascoltato la loro pancia e non la loro coscienza, ma che sono state indotte a farlo da "Follower" senza scrupoli. Questi tizi devono avere la mia compassione, non la mia rabbia.


Una buona ragione per non votare NO

Negli ultimissimi giorni, mi sembrava sempre più urgente scrivere un post a favore del SÌ, sfruttando quanto appreso dagli stormi sulla "autentica leadership". Se il NO è una posizione sostenuta da Follower, pensavo, è una scelta che non porta da nessuna parte, mentre il SÌ è una direzione piena di senso, che però non è facile da capire.

Non valeva la pena entrare nel merito della riforma Renzi-Boschi, che, sebbene migliorabile, ha tutte le carte in regola per essere utile al Sistema-Paese. Non ne valeva la pena perché i Follower hanno posizioni molto più facili da difendere rispetto ai Leader e argomentazioni che vengono "direttamente della pancia delle persone".
Provare a parlare alla testa, alla coscienza, al cuore, è troppo difficile senza un clima di fiducia e reciprocità (per nulla presente nello scenario politico italiano degli ultimi anni).

Con questo ipotetico post, mai scritto, volevo quindi provare a fare qualcosa di diverso: insinuare qualche domanda nella mente del lettore, raccontandogli la storia degli stormi di uccelli e incalzarlo con alcune domande...

Hai mai osservato il volo degli uccelli?
Hai mai visto come sfuggono al falco predatore?
Se, fra tutto quello che hai letto sopra, cancellassi le frasi di posizione sul Sì e sul No, in cosa saresti d'accordo?
Il Leader politico che segui, è realmente tale o assomiglia più ad un Follower?
Hai le competenze per distinguere la differenza fra le due forme di guida politica?
Se non le hai, hai l'umiltà per capire che devi approfondire i temi della Riforma Costituzionale e non seguire la (farti seguire dalla) macchina mediatica messa in piedi dai Follower?



La guida definitiva al concetto di LEADERSHIP

Questo ipotetico post, mai scritto, doveva ripercorrere gli stili di leadership e "gli stili di gruppo", poiché il fenomeno della leadership contempla sempre due variabili, chi guida e chi si fa guidare. Ma a ben pensarci l'ipotetico post sul volo degli uccelli, insieme a quello sui "Follower" che si ergono a guide dicendo al popolo quello che il popolo vuol sentire, erano sufficienti a fare scuola per decenni a venire (sempre nella mia fantasia di blogger che poteva permettersi di non scrivere gli ipotetici post). Quindi anche questo post, ipotizzato durante alcune conversazioni in azienda, l'ho lasciato nel cassetto dei post che potevano essere desunti da altri post. Peccato non aver scritto nemmeno questi, rendendo certamente difficile una ricomposizione postuma del mio pensiero.

Il futuro avrà i tuoi occhi

E veniamo al titolo di un post troppo impegnativo per essere scritto negli scampoli di tempo che mi restano alla fine delle giornate lavorative, ma troppo importante per essere ignorato.

Qualche settima fa sono andato a seguire una meditazione di Don Gigi (N.d.R. Luigi Verdi) e ho comprato un suo libro: "Il domani avrà i tuoi occhi".

Leggendo quel libro ho pensato agli occhi di Marica, Raffaella e Arianna. Occhi puri, che, se rimarranno tali, potranno vedere un mondo che io già non vedo più e, grazie a questa Visione, contribuire a realizzarlo.

Ma pensando a quell'ipotetico mondo, fatto di bimbi felici, figli di genitori felici, che lavorano in aziende etiche e trasparenti, che operano in paesi guidati da governi illuminati e impegnati per il Bene Comune, mi sono ricordato che l'unico piano su cui io potevo agire era la mia, personale, azione. Il piano della mia Responsabilità.

E quindi dovevo dare il mio contributo per consentire, a quanti avessero avuto la voglia di leggermi, di prendere una posizione "consapevole" sull'imminente Referendum Costituzionale.

Io posso solo votare Sì e spiegarti la differenza tra Leader e Follower...

Veniamo quindi al titolo di questo post, l'unico che ho scritto, mentre gli altri li ho solo immaginati. L'ho scritto per te Arianna, per te Raffaella, per te Marica. Mi perdonerete se non ho giocato con voi stasera, ma l'impegno politico è anche questo, fare delle scelte. Oggi ho scelto di spiegarvi come ho vissuto questo 2016, e come ho vissuto questa spiacevole campagna referendaria. Se in futuro dovesse capitarvi di leggere queste righe, sappiate che io avrò votato a favore del "superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione" (semmai queste parole avranno un senso da qui a 10-15 anni). Sappiate che ho votato Sì per voi.
Quale sarà il risultato della consultazione non mi è dato saperlo, ma vi lascio qualche consiglio per orientarvi nelle vostre future scelte.

Diffidate dei Follower, dei populisti. Cercate forme di governo di voi stesse e delle persone con cui vi troverete ad interagire che non contemplino la sopraffazione di un'idea rispetto ad un'altra come un'unica forma per andare avanti: se lavorate per il Bene Comune, il come è un dettaglio, l'importante e procedere. 
E se proprio non riuscite a fare ciò, almeno sviluppate forme di tolleranza per chi la pensa diversamente da voi (cosa che io non sono ancora riuscito a fare, mi pare evidente).

E guardate la natura più che potete, con occhi curiosi e attenti. Ha sempre qualcosa da insegnarvi.

28 agosto 2016

L'applicazione a livello regionale della Liquidità Distribuita e le Variabili di Controllo

Quando avvengono tragedie come quella del sisma che ha recentemente devastato diversi comuni del Centro Italia, mi assale sempre un senso di impotenza che riesco a mandar via solo se trovo una risposta, quale che sia, alla domanda: io cosa posso fare?
Non cosa può fare lo Stato, la Protezione Civile o, peggio ancora, "cosa avrebbero dovuto fare". Ma io, oggi, cosa posso fare?
Non sempre trovo risposte che riesco subito a mettere in pratica. E qualche donazione non basta a lavare la coscienza per lo stato di inazione.

In questa specifica occasione, ho sentito che dovevo continuare a lavorare per la divulgazione della teoria della Liquidità Distribuita.
Non è una scelta di comodo scrivere un post invece di partire per spostare le macerie, anzi. Ho passato la scorsa settimana pensando a che senso avesse parlare di economia, quando il dolore è qualcosa che trascende lo scibile e investe ogni sfera dalla nostra precaria e fragile umanità, qualcosa che è meglio affrontare col silenzio che con la parola.
Detesto inoltre le pratiche di click-baiting (che pure ci è toccato vedere in questa tragedia), per cui non volevo proprio scrivere un post sul terremoto.
Ma alla fine ho capito che i miei fantasmi non li potevo scacciare se non facendo quello in cui credo.
E in un'economia più giusta e solidale ci credo.

La "visione" ricorrente che ho avuto, in questi giorni di notizie drammatiche, è quella di un mondo dove la solidarietà è sistemica e non occasionale ed emotiva, è frutto di politiche lungimiranti, non della drammaticità delle sequenze che passano alla TV.
Questa idea di solidarietà sistemica richiederebbe il ripensamento del sistema economico nella sua interezza, ma ci sono strumenti che possono essere usati già da subito, come gli incentivi fiscali previsti dalla Liquidità Distribuita e il loro meccanismo di attribuzione.
Gli incentivi servono a creare economia reale, perché non basta ricostruire gli edifici, se non li si popolano di proficue attività economiche, di persone che trovano senso e benessere nel vivere in un certo luogo.

Sebbene la proposta della LD nasca per innescare meccanismi sovranazionali di solidarietà e bilanciamento (in particolare pensando alla situazione dell'Unione Europea), può essere applicata anche a livello regionale per gli squilibri economici dentro la stessa nazione. Nella formulazione matematica dello Stimolo Monetario totale, inoltre, è prevista una quota destinata agli interventi regionali:

«[...] Ogni paese avrà una quantità di moneta proporzionale alla grandezza economica (D) per l’entità dei suoi problemi (S). Questa quantità verrà divisa proporzionalmente alla grandezza economica (PIL) e la performance (Reverse Spread) di ogni paese del sistema.
Nel risolvere l’equazione, inoltre, anche gli stati stessi (tranne il meno performante) avranno a disposizione uno stock di moneta, da utilizzare per l’applicazione della politica di Liquidità Distribuita per la compensazione delle aree economiche nazionali a livello regionale
(dal libro Liquidità Distribuita, Alessandro Nosei, Edizioni Italia 2016)

In un'altra sezione del libro si parla dell'applicazione della LD in nazioni colpite da catastrofi naturali, il cui Spread va puntualmente fuori controllo se manca una meccanismo automatico di sostegno all'economia locale.

Ne consegue che è teoricamente possibile per gli stati dotarsi di questo strumento di creazione di economia reale, anche a prescindere dal fatto che lo Stimolo Monetario venga dalla stampa di nuova moneta (non possibile per l'Italia, né per gli altri stati membri dell'UE).
Lo Stimolo Fiscale in questi casi (non lo chiamiamo monetario, per evitare fraintendimenti) dovrebbe essere una voce a bilancio dello Stato, con regole di attribuzione alle località colpite da calamità naturali.
Si tratta quindi di destinare delle risorse certe agli incentivi fiscali per la creazione di offerta (detassazione utili per imprese che investono sul territorio colpito dalla calamità) e domanda (rimborso IVA per consumi di privati fatti tramite moneta elettronica).



Ad esempio, gli incentivi alle imprese (italiane) per gli investimenti di lungo periodo potrebbero riguardare le province di Rieti, Ascoli e L'Aquila. O anche solo i comuni colpiti, per meglio concentrare le risorse sulle aree più svantaggiate.

Vanno pensate delle Variabili di Controllo che consentano una modulazione della politica di incentivazione fiscale, sia a livello di "intensità" (quantificazione delle risorse a disposizione), che di durata (una variabile temporale che concentri o dilati la validità degli incentivi). Ci vogliono inoltre Variabili di Controllo per "localizzare" gli interventi (ad esempio maggiori risorse per le imprese locali e minori per quelle che vengono ad investire da fuori comune, provincia o regione).

Le Variabili di Controllo servono alla LD anche a livello di teoria generale applicata all'economia comunitaria (sostituiranno il famigerato "Tasso di Interesse", praticamente l'unica leva, ad oggi, in mano alla BCE), ma è un ambito di ricerca aperto, sul quale c'è ancora da studiare. 

Sicuramente le ultime voci di una richiesta all'Europa, da parte dell'Italia, di flessibilità sui propri conti per gli interventi di ricostruzione nelle zone terremotate, fanno venire qualche mal di pancia a chi pensa che un principio cardine dell'UE sia proprio la solidarietà fra stati. Non è infatti previsto un meccanismo automatico di flessibilità sugli investimenti per la ricostruzione (se non quando è a rischio la tenuta industriale del paese che ne fa richiesta). Come a dire, aiutiamo solo chi genera PIL, il resto non conta.

Quello che invece l'adozione della Liquidità Distribuita potrebbe portare in Europa è un nuovo modo di pensare gli aiuti: incentivi automatici e regolamentati a livello di sistema economico comune. Non perché "servono" al PIL europeo, ma perché "sono giusti". 
Anche se, come spiegato in un altro post, con la LD c'è sempre un ritorno diretto sul PIL dello stato oggetto di aiuti e dell'UE nel complesso (e questo lo ribadisco perché, ahimè, nelle scelte economiche guida sempre l'interesse del singolo attore, sia esso uno stato, un'impresa o il privato cittadino).

Si potrebbe quindi arrivare all'istituzione di un ulteriore Stimolo Monetario (chiamiamolo ipoteticamente SMC, ovvero Stimolo Monetario per Calamità) destinato agli investimenti degli stati membri sui territori colpiti da disastri naturali. Lo SMC (che in questo caso potrebbe essere generato, come previsto dalla LD, con emissione di nuova moneta) sarebbe ulteriore a quello destinato al bilanciamento del sistema (per le differenze di Spread fra stati) e potrebbe diventare un'altra Variabile di Controllo in mano alla BCE per aiutare l'economia reale degli stati membri. In questo caso i beneficiari degli incentivi fiscali sarebbero le imprese e i cittadini degli stati membri (secondo le formule previste dalla LD), ma i beneficiari ultimi risulterebbero le comunità locali colpite dal disastro.

Insomma, se c'è una cosa interessante di questa terribile invenzione del genere umano, la moneta, è che, per sua natura, è Liquida. E allora lasciamola fluire!
Lì dove serve.

14 giugno 2016

Perché dobbiamo avere una Visione

Si è da poco concluso un evento che la Hermes Consulting, società dove lavoro, ha organizzato presso l'HangarBicocca a Milano.
Il tema era di quelli all'apparenza "sottili", che sembra non abbiano nulla a che vedere col business: come attivare le energie, personali e aziendali, per implementare le strategie delle Organizzazioni.



In realtà l'interesse è stato grande e i feedback dei partecipanti tutti positivi.

Al di là del piacere di lavorare su temi che fanno davvero star bene le persone, quello che più mi ha colpito è più mi ha ripagato dell'extra-lavoro che è stato necessario per organizzare l'evento, è stato il vedere come siamo tutti uguali e come la soluzione alla gran parte dei nostri affanni sia relativamente semplice.
Già, tutti uguali, proprio tutti. Io e l'HR Director, il CEO e il COO. Tutti noi abbiamo bisogno di credere in qualcosa di più alto del nostro interesse personale, tutti sentiamo che il nostro sforzo deve essere indirizzato verso qualcosa di diverso dell'appagamento dell'Ego.


In estrema sintesi, tutti abbiamo bisogno di una Visione, che sia alta, che sia altruista, che sia nobile.

Nelle ultime settimane, avendo lavorato notte e giorno su concetti quali "allineamento", "visione", "centratura", mi sono accorto di essere cambiato anche io.

Ma non cambiato nel senso di essere andato avanti, verso una ipotetica "saggezza"; cambiato nel senso di essere tornato a 15 anni fa, quando credevo di poter cambiare il mondo. Quando l'impegno politico, il lavoro nel volontariato, l'associazionismo, mi riempivano le giornate e mi davano gioie incredibili. Avevo tutta l'Energia di cui avevo bisogno per far fronte ai mille impegni, perché avevo il Senso.

C'ho messo quindici anni a capire che quell'idealismo utopico che mi muoveva ai tempi dell'università era in realtà la chiave di volta del senso più profondo del mio agire. E che quell'agire è proprio di tutte le persone di buona volontà.

E quindi una Visione è più che necessaria, è urgente, per ciascuno e per la collettività.

Da domani mi sveglierò rinnovando le mie visioni e provando ad ispirarne di nuove; perché per muoversi serve una meta.



13 maggio 2016

La sana dialettica tra potere politico e religioso (che si va perdendo)

Ieri sera sono andato a San Giovanni Valdarno per seguire una lectio di Massimo Cacciari sul tema Il Potere Che Frena (titolo di un suo libro), ospitata nella bella Pieve di San Giovanni Battista.

Premetto che non sono mai stato un fan di Cacciari, ed anzi come politico non mi è mai andato molto a genio. Però devo dire che come filosofo e oratore è estremamente lucido e in grado di trasferire concetti alti ad un pubblico di non addetti ai lavori.

La tesi del suo libro, che parte dall'analisi di testi sacri e autori cristiani, è che il Potere Politico, Potestas, non può mai andare d'accordo con il Potere Religioso, Auctoritas, in una civiltà basata sulla dottrina cristiana (dimenticate "la moneta di Cesare", ve l'hanno sempre spiegata male). L'uno ambisce da sempre a sconfinare nel campo dell'altro. Il "sano conflitto" tra i due poteri sarebbe anzi alle fondamenta della cultura europea.
Purtroppo l'Europa pare stia perdendo questo valore e sempre più si chiede ai politici di occuparsi solo di amministrazione e ai sacerdoti solo di morale.

In chiusura della lectio gli ho chiesto se l'affievolirsi della dialettica tra i due poteri non sia un sintomo di un buio culturale che stiamo affrontando come continente (citando Notte della cultura europea di Giuseppe Maria Zanghì) e cosa questo buio può insegnare agli altri popoli.
Non ha centrato la risposta, perché mi ha detto che noi europei dovremmo insegnare il valore del confronto con l'altro (cosa che non stiamo facendo, rispondendo ad esempio con i muri alle ondate di migranti).
E su questo non ci piove. Ma io intendevo capire se la mancanza di dialettica fra Potestas e Auctoritas, la crisi economica, il materialismo esasperato, l'infelicità diffusa, "il buio stesso" della nostra malata Europa può essere di insegnamento.
La domanda è rimasta e rimane per me senza una risposta.

Ma vorrei chiudere con una parentesi di attualità: mi sembra che Renzi abbia gestito benissimo il "sano" dissenso della Chiesa sulle unioni civili di questi giorni. Si tratta di una dialettica che fa bene alla democrazia e lui non l'ha criticata, ma gestita, direi "contenuta", come la figura del "katechon" (di cui parla Cacciari nel suo libro) fa e deve fare.

15 gennaio 2016

Una storiella di genere... sui generis

In una delle mie tante esperienze di studente ribelle e sinistrorso, mi trovai ad occupare la facoltà di Sociologia a Trento, la cui popolazione era a stragrande maggioranza femminile.
Il primo giorno fui cooptato nel gruppo che doveva scrivere il comunicato stampa per i giornali. 5 donne ed io. Era un cosa che avrebbe richiesto massimo 30 minuti, ma durò diverse ore, perché, ahimè, i collettivi non votano, decidono all'unanimità. E per raggiungere l'unanimità ci volevano innumerevoli discussioni.

L'oggetto del contendere era l'uso del femminile e maschile nel comunicato. Ero finito in un gruppo di femministe sfegatate. Se ad esempio proponevo "Noi studenti, stanchi dei tagli del Governo, rivendichiamo il diritto...", mi facevano una predica sull'uso improprio del genere. Se proponevo "Noi studenti e studentesse, stanchi dei tagli del Governo, rivendichiamo...", criticavano l'ordine di presentazione e la declinazione al maschile dell'aggettivo (che, tra parentesi, è una regola grammaticale).

Insomma, non se ne usciva. In tarda serata, una delle 5, orgogliosamente lesbica, mise in discussione anche il femminile, e propose una soluzione rispettosa di tutti i generi: l'asterisco. Alle undici di sera ero pronto a cedere su tutto, ma non sulla distruzione di un copywriting che fosse un minimo leggibile. Mi alzai sconfitto e me ne andai a dormire nel sacco a pelo.
Il giorno dopo lessi sul quotidiano locale "Noi student*, stanch* dei tagli del Governo, rivendichiamo..." e così via per 1000-1500 battute.
Era il comunicato meno chiaro che avessi mai letto, ma sorrisi tra me e me: almeno l'avevano consegnato in tempo.

La storiella non ha una morale, non è una presa di posizione sulla questione di genere, non significa che io preferisca evitare gli asterischi.
È solo un modo di condividere un pensiero che, oggi come allora, mi torna in mente quando si parla "sui generis": non abbiamo gli strumenti gnoseologici, culturali e perfino linguistici per confrontarci con le sfide che ci pone "la relazione".
Quando, nella storia dell'umanità, non ci si curava di questo aspetto e le forme della relazione tra individui erano dettate dal potere dominante, il problema non si poneva (vedi la regola grammaticale di cui sopra, dove il maschile prevale sul femminile).
Ma oggi è diverso. E dobbiamo avere la capacità di mettere "la difesa della relazione" prima della difesa della nostra opinione.

14 luglio 2015

Nessun uomo è un'Isola

La vicenda del salvataggio della Grecia, tristissima per chiunque creda nell'Europa come confederazione di stati alla pari, mi ha ricordato una citazione di John Donne, riportata da Ernest Hemingway come epigrafe iniziale del suo magnifico libro "Per chi suona la campana".
È un verso bellissimo, una riflessione importante, che dà il titolo al romanzo di Hemingway e ne costituisce, in ultima analisi, la chiave interpretativa.

Non so come mai mi sia venuta in mente sentendo i telegiornali di questi giorni. Forse perché Donne parla di Europa già 400 anni fa, forse per il percorso così "crudele" che ha portato a questo salvataggio in extremis, o forse perché il romanzo di Hemingway è ambientato durante la Guerra civile spagnola ed io ho recentemente ricollegato alle grandi guerre del secolo scorso le origini di certe ostilità che si sono manifestate nella vicenda del default greco.

Fatto sta che molti politici ed economisti in Europa non hanno ancora imparato questa lezione. 
Nessun uomo è un'Isola,
intero in se stesso.
Ogni uomo è un pezzo del Continente,
una parte della Terra.
Se una Zolla viene portata via dall'onda del Mare,
l'Europa ne è diminuita,
come se un Promontorio fosse stato al suo posto,
o una Magione amica o la tua stessa Casa.
Ogni morte d'uomo mi diminuisce,
perché io partecipo all'umanità.
E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana:
Essa suona per te.

John Donne (1573-1651)


28 dicembre 2013

Il cambiamento, l'immobilismo e la via del giusto mezzo

Sono quasi due mesi che non scrivo sul blog. Ed il motivo è presto detto: avevo approntato un restyling del sito e volevo terminarlo prima di riprendere a scrivere.
Ma di impegno in impegno, di urgenza in urgenza, il tempo è volato e il restyling non l'ho mai ultimato.


Il grosso è fatto, ora si possono raggiungere vecchi articoli più facilmente, si può navigare fra argomenti e per immagini, c'è un link diretto nel footer a (quasi) tutti i miei profili sui social network, un link alla pagina Facebook del WWT che un giorno o l'altro mi deciderò a curare, ci sono nel menù principale i collegamenti ad altri progetti web... eppure il restyling non è completo.

Ogni volta che si decide di cambiare, si rischia di rimanere vittime del proprio desiderio di perfezione. Perfezione che ovviamente non esiste, non può esistere. Eppure si attende ad oltranza, quasi che la mera scelta di innovare abbia esaurito ogni energia da destinare alla "implementazione del cambiamento".

Ecco una conseguenza delle spinte al cambiamento: l'immobilismo. Si trova il coraggio sufficiente per lasciare il lavoro, cambiare città, ma poi ci si arresta sull'uscio, pensando che la strada che si è appena scelto di intraprendere sia troppo lunga, troppo perigliosa ed in definitiva troppo pesante per le proprie gambe.

Quindi attendevo, prima di scrivere un nuovo post; volevo che il restyling fosse ultimato o, semplicemente, temporeggiavo.
Poi mi è caduto lo sguardo su un vecchio libro che avevo letto anni fa, sul pensiero di Confucio e la Via del Giusto Mezzo.
Ed ho avuto la più semplice e sconcertante delle rivelazioni: una volta che decidi di metterti in cammino, accontentati di camminare. L'ansia dell'arrivo fa più lontana la meta e toglie piacere al viaggio.

26 novembre 2012

Le azioni da comprare prima del 21 dicembre 2012 (End of the World Economy - Cap. 6)

[Segue da Cap. 5]
Finalmente veniamo ad un primo consiglio utile per trader professionisti e investitori amatoriali, i quali, nelle intenzioni originarie, dovevano essere i destinatari preferenziali di questo anomalo "manuale di sopravvivenza" per l'Economia della Fine del Mondo (vedi Cap. 1).

Se "l'uomo è lupo per l'altro uomo", come visto nel Cap. 5, allora tutto ciò che serve per difendersi, o offendere, potrà tornare utile in uno scenario post-apocalittico.
Quindi conviene investire in aziende che producono armi, sistemi di difesa, sistemi di controllo della sicurezza collettiva o personale.

Un altro settore che sicuramente potrà avere grossi guadagni dall'appropinquarsi delle Fine del Mondo, sarà l'industria farmaceutica. Soprattutto in caso di pandemia,  inquinamento, sovrappopolazione, sterilità della specie, (Cap. 2, casistiche 1.1, 1.2, 1.3, 1.6).

Ammesso che il sistema finanziario regga e qualcosa del concetto di "proprietà" sopravviva, investire nelle azioni di aziende belliche o farmaceutiche potrebbe rendervi ricchi.


E con il consiglio di natura finanziaria arriva anche la prima riflessione di natura etico-morale (che da tempo se ne stava nascosta, sotto la coltre spessa dei consigli di sopravvivenza): volete davvero investire in aziende che guadagnano dalla Fine del Mondo?
Che razza di uomini desidererebbero guadagnare dalle disgrazie di altri uomini?

Chi segue questo blog sa che ho spesso criticato Finmeccanica, principale industria bellica del Paese (Report su Finmeccanica, Lettera a Riccardo Luna, direttore di Wired Italia, Finmeccanica: il marcio viene a galla), ben prima degli scandali di corruzione e truffe che la stanno interessando ultimamente. Quindi può ben immaginare che non comprerei mai azioni di questa come di altre società che lucrano sulla guerra o speculano sulla salute umana. Ma in un Manuale di Economia non posso permettermi di indugiare sui giudizi, devo fornire informazioni nude e crude.

Tuttavia queste informazioni portano alla luce un "nodo antropologico" che da sempre mi angustia: fermo restando il Postulato n° 3 del Capitolo 5, ci sono persone che evidentemente sanno già chi sono, o dovrebbero rendersi conto chi sono: lupi.
Altrimenti non mi spiego chi possieda le azioni di tutte quelle industrie che, passo dopo passo, rendono la Fine del Mondo sempre più vicina...



25 novembre 2012

Homo homini lupus (End of the World Economy - Cap. 5)

[Segue da Cap. 4]
Forse il Capitolo precedente l'ho terminato in maniera troppo brutale. Ma ho le mie buone ragioni.
Ed ora le vedremo, introducendo alcuni concetti base per immaginare gli scenari post-apocalittici che, forse, a breve ci troveremo ad affrontare.
Ecco quindi gli assiomi da tener presenti per far fronte alla Fine del Mondo:
  1. Se l'obiettivo è la sopravvivenza, tanto vale prepararsi all'opzione peggiore.
  2. L'uomo è lupo per l'altro uomo (homo homini lupus est, dicevano i latini).
  3. Non sai chi sei finché non sei messo di fronte alla difficoltà di soddisfare i bisogni dei primi due gradini della Piramide di Maslow (vedi Cap. 4).
  4. Se Dio esiste, o sta guardando da un'altra parte, o è Lui che l'ha voluta la Fine del Mondo, quindi non contare sulla Provvidenza.
L'Assioma 1 vuol dire questo: fra due ipotesi, scegliamo la peggiore per la nostra sopravvivenza. Questo significa, ad esempio, che fra due modi di vedere l'essenza della natura umana, è più sensato credere che sia valido il peggiore fra i due. Plauto scrisse "lupus est homo homini" (è un lupo l'uomo per l'altro uomo), e Seneca "homo, sacra res homini" (l'uomo è una cosa sacra per l'uomo); fra le due massime latine noi basiamo le nostre strategie di sopravvivenza sull'ipotesi più sfavorevole, perché per l'altra non c'è bisogno di mettere in atto strategie preventive.
Il punto 2, quindi, in un certo senso discende dall'Assioma 1, ma è a sua volta un assioma e non un teorema, poiché non è dimostrabile (finché non ci troviamo nelle condizioni descritte dal Postulato 3).
Anche il Postulato 4 discende dal Postulato 1 e, sebbene sia espresso in chiave ironica, vuol significare che tra una posizione teologica che contempla l'aiuto della Provvidenza ed una atea/agnostica che non la ritiene possibile, la seconda è quella nella quale ha più senso preoccuparsi!

Ed ora concentriamoci sull'Assioma 2.
Qualcuno si è mai domandato il senso ultimo del ciclo di dipinti di Ambrogio Lorenzetti "Allegoria ed effetti del Buono e del Cattivo Governo"? Serviva a ricordare ai governatori della città, nella Siena del 1300, che senza un buon governo le civiltà degenerano. Questo perché l'uomo non è in grado di perseguire "naturalmente" il bene comune, ma solo quello individuale.

Questa "legge di natura" è stata ampiamente affrontata dal filosofo inglese Thomas Hobbes (XVII secolo), il quale affermava che la natura umana è fondamentalmente egoistica, e a determinare le azioni dell'uomo sono soltanto l'istinto di sopravvivenza e di sopraffazione. Egli negava che l'uomo potesse sentirsi spinto ad avvicinarsi al suo simile in virtù di un amore naturale. Quindi se gli uomini si legano tra loro in amicizie o società, regolando i loro rapporti con le leggi, ciò è dovuto soltanto al timore reciproco.

Su questo blog ho già avuto modo di affrontare il tema dell'egoismo come fattore inquinate nelle democrazie moderne, citando anche un mio ormai vecchissimo scritto, "De Amore Rerum Suarum" (di circa 15 anni fa!). Ma qui stiamo parlando di qualcosa di più intenso, di più preoccupante.

Ecco perché la cosa che maggiormente deve spaventarci, nell'ipotetico scenario da Fine del Mondo che stiamo immaginando, non è solo la natura nell'accezione più evidente (maremoti, terremoti, cambiamento climatico), ma anche la natura dell'uomo, che può venire fuori in situazioni di disfacimento delle strutture sociali, di mancanza di leggi, o in assenza di chi quelle leggi le fa rispettare.
[Continua ...]

12 novembre 2012

Picco del petrolio e Città di Transizione

L'altro ieri sono stato ad un interessante workshop, a Rovereto, dal titolo "Ma cos'è una Città di Transizione?".

Dopo i corsi sullo sviluppo sostenibile con Ingegneria Senza Frontiere, conferenze e dibattuti sulla Decrescita, anni di ricerca sull'Economia Sostenibile e un latente "attivismo green", pensavo di averle viste un po' tutte le ricette per aumentare la finestra di permanenza della specie umana sulla faccia della Terra.
Invece la proposta del Movimento di Transizione mi è suonata nuova, soprattutto nell'approccio metodologico: niente pretesa di cambiare il mondo con politiche globali, ma cambiamento dal basso, favorendo i processi di partecipazione e di auto-organizzazione delle comunità.

Le Città di Transizione (Transition Towns) sono alla base di un movimento fondato dall'ambientalista Rob Hopkins circa 7 anni fa. L'obiettivo del progetto è di preparare le comunità ad affrontare la doppia sfida costituita dal riscaldamento globale da una parte e del picco del petrolio dall'altra.
Soprattutto quest'ultimo aspetto mi ha in un certo senso allarmato. Sembra infatti che non sia all'ordine del giorno di nessun governo l'affrontare la sfida, ormai imminente, della fine della risorsa energetica per eccellenza. Eppure si tratta di un fatto inevitabile: la primaria risorsa fossile su cui si basa la nostra economia e le nostre società si sta rapidamente esaurendo; abbiamo superato il picco produttivo quest'anno e già nel 2015 mancherà un 10%  di petrolio rispetto alla domanda globale.
Se a questo aggiungiamo gli altri "picchi" (picco dei metalli, dei minerali, del suolo, dell'acqua, del debito, della salute), è evidente che è sempre troppo tardi per impegnarsi nel cambiamento.

E invece niente. Ho appena finito di ascoltare il primo confronto televisivo fra i 5 candidati alla Primarie del Centro-Sinistra, e nessuno ha lontanamente parlato non solo di questo problema, ma nemmeno di quello ambientale o del riscaldamento globale. Se escludiamo un vago accenno al nucleare (in chiave meramente polemica e non programmatica), non c'è stata traccia della tematica ambientale e energetica negli interventi di nessun candidato. Poveri noi.

Ma forse non importa preoccuparsi, la fine del mondo è comunque vicina, al 21 dicembre 2012 mancano meno di 40 giorni...