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21 marzo 2026

Sì... Spera - Una riflessione sulla campagna di comunicazione per il Referendum sulla Riforma della Magistratura

Dal mio punto di vista, in qualità di esperto di marketing e comunicazione, la gestione della recente campagna elettorale per il referendum costituzionale confermativo sulla Riforma della Magistratura è un caso studio di comunicazione manipolatoria e inefficace, dove il "rumore di fondo" ha oscurato il valore del prodotto istituzionale. Entrambi gli schieramenti hanno preferito vendere emotività e slogan di bassa lega piuttosto che entrare nel merito tecnico: da una parte, il fronte del No ha cercato di trasformare la consultazione in un test di gradimento sul governo; dall'altra, la comunicazione della maggioranza ha talvolta ceduto a esempi populisti che sviliscono il valore della riforma.


Tuttavia, analizzando il merito della proposta, emerge che votare rappresenta una scelta coerente con i valori della Sinistra, nella quale ancora mi identifico come "pensatore" (non come elettore, perché ormai i partiti che rappresentano la Sinistra in Italia non mi rappresentano).

Le ragioni tecniche a supporto della Riforma Meloni-Nordio sono solide e si articolano su quattro pilastri fondamentali:

  1. Piena attuazione della riforma Vassalli
    Il passaggio dal modello inquisitorio a quello accusatorio, iniziato nel 1989, richiede che accusa e difesa si confrontino ad armi pari davanti a un giudice realmente terzo. La riforma rende finalmente coerente l'organizzazione della magistratura con questa distinzione di ruoli, impedendo che chi giudica e chi accusa appartengano allo stesso corpo professionale o condividano interessi di carriera.

  2. Superamento della logica delle correnti
    L'introduzione del sorteggio per la composizione dei due nuovi Consigli Superiori della Magistratura (giudicante e requirente) è lo strumento più efficace per scardinare il potere dei blocchi organizzati. Pur non essendo una soluzione miracolosa, il sorteggio riduce il peso delle aggregazioni associative interne che hanno spesso premiato l'appartenenza anziché il merito professionale.

  3. Istituzione dell'Alta Corte disciplinare
    La creazione di un organismo autonomo per giudicare gli illeciti dei magistrati separa la funzione disciplinare dalla gestione delle carriere. Questo garantisce che il magistrato sia giudicato da un giudice davvero terzo e riduce i conflitti di interesse interni all'autogoverno.

  4. Garanzia di indipendenza del Pubblico Ministero
    Contrariamente a quanto sostenuto da una certa propaganda, la separazione non sottomette il PM alla politica. L'obbligatorietà dell'azione penale resta intatta, garantendo che i magistrati requirenti non siano sottoposti a indirizzi del Governo e mantengano la propria autonomia.

Smentendo le obiezioni più diffuse, è chiaro che non esiste contraddizione tra l'Alta Corte e i nuovi CSM, poiché la prima decide nel merito della sanzione, mentre i secondi si occupano esclusivamente dell'attuazione amministrativa. Inoltre, la selezione dei membri laici tramite sorteggio da un elenco compilato dal Parlamento a maggioranza qualificata ridurrà l'influenza delle maggioranze politiche rispetto al sistema attuale.

Ma perché nella recente campagna di comunicazione a supporto del Sì e del No, non si è parlato di contenuti e si è inquinato il dibattito con falsità e slogan populisti?

Io credo che il problema risieda nella degradata capacità di concentrazione del pubblico (che ha bisogno di scrollare oltre il reel sul social media di turno entro 30-40 secondi) e nel fatto che i politici abbiano definitivamente abbandonato il ruolo che avevano un tempo, ovvero di "formare" ed "elevare" la cultura di un popolo, grazie alla loro competenza e intelligenza.
C'è stato un tempo, infatti, in cui durante una campagna elettorale si imparavano contenuti e acquisivano valori, ci si confrontava nel merito delle proposte e si usciva più ricchi di prima a livello culturale, al di là del risultato sancito dalle urne. Quei tempi sono definitivamente passati.

Tuttavia, non voglio fare di tutta l'erba un fascio, e riconosco che Carlo Calenda è ancora in grado di fare buona comunicazione, sia in termini di qualità del messaggio (cosa non facile), che di aderenza alla realtà dei fatti (cosa non scontata, nella politica di oggi). Ho trovato la sua posizione e quasi tutti i contenuti veicolati da Azione assolutamente centrati nel merito della Riforma della Magistratura.

Mi sono trovato ad apprezzare anche qualche scelta di Marketing e Comunicazione di Giorgia Meloni. In particolare il fatto di essere andata a Pulp Podcast è stata una scelta senza precedenti, corretta strategicamente e gestita mediamente bene sul piano dei contenuti. Incomprensibile invece la scelta di Giuseppe Conte ed Elly Schlein di non accettare l'invito dei due conduttori.
Meloni è andata a intercettare la fascia 18-35 anni, che segue il Podcast e non guarda la TV. Quasi tutti elettori di Centro Sinistra. Ha parlato, da sola e senza contraddittorio (per poca lungimiranza degli avversari politici), ad un pubblico che non la segue e non la vota, ma che magari sul Referendum si farà un'idea più completa, grazie al suo intervento.

Condivido infine una riflessione di Calenda proprio sulla campagna di comunicazione che abbiamo vissuto in questi giorni, in vista del Referendum Confermativo.


Come potete ascoltare nel video, l'appello di Carlo Calenda è a superare quello schieramento eterogeneo che si configura come un "partito trasversale del No". Questo blocco è animato da esponenti del giornalismo, della cultura e dello spettacolo che, per puro conformismo, difendono lo status quo e l'immobilismo. Si tratta della medesima forza conservatrice che ha già frenato l'Italia in passato, opponendosi sistematicamente al nucleare, ai grandi investimenti e a ogni trasformazione strutturale. 
Mi fa uno strano effetto, a tal riguardo, rileggere l'articolo che scrissi quasi 10 anni fa, in occasione del Referendum sulla Riforma costituzionale Renzi-Boschi, che mirava a superare il bicameralismo paritario: Arianna, il futuro avrà i tuoi occhi. Io posso solo votare Sì e spiegarti la differenza tra Leader e Follower...

Dieci anni fa e non è cambiato nulla. L'Italia non può più restare paralizzata da una filosofia del "non si può", che alimenta il declino e costringe le nuove generazioni ad abbandonare il Paese.
Voto e faccio anche io un appello a votare Sì, per sconfiggere questo fronte conservatore. Perché essere progressisti e riformisti è di Sinistra. Perché è nel cambiamento che c'è evoluzione. Perché la Riforma costituzionale su cui si decide è giusta. 
Non un voto a favore del Governo Meloni, né una presa di posizione contro la Magistratura: un voto di una persona libera dagli schiramenti partitici e dal rumore di fondo della comunicazione elettorale, che fa una scelta culturalmente coerente con i propri valori.

Non sarà facile, il No ha sempre vinto in tornate elettorali di questo tipo. Ma, come mi ha recentemente detto uno stimato pensatore libero, Sì... spera!

20 agosto 2024

AI Stuffing: un neologismo che ricorda il Keywords Stuffing, ma che è peggio

Recentemente ho pubblicato un articolo sul fenomeno dell'AI Stuffing, che riporto di seguito.

AI Stuffing: il nuovo fenomeno che ci farà perdere tutto il (poco) tempo che abbiamo guadagnato con l’Intelligenza Artificiale


«Uno spettro si aggira nel mondo del Business: lo spettro dell’AI Stuffing. Tutte le società di consulenza si dovranno coalizzare in una sacra caccia ai contenuti generati dall’AI, altrimenti l’uso dell’Intelligenza Artificiale diventerà un boomerang!»

Al di là dell’incipit ad effetto, mutuato dal celebre Manifesto del Partito Comunista, il problema c’è ed è grande. Vediamo di cosa si tratta.

Cos’è l’AI Stuffing?

Per AI STUFFING intendiamo il fenomeno negativo della sovrabbondanza di contenuti nel mondo del lavoro generati tramite l’Intelligenza Artificiale, spesso di poco o nessun valore, frutto della semplicità di utilizzo dei tool di AI che riducono al minimo lo sforzo creativo e intellettivo dell’individuo.

Il neologismo deriva dal termine “Keywords Stuffing” in ambito di Search Engine Optimization. Il keyword stuffing, o “imbottitura di parole chiave”, è una pratica legata al mondo del web in cui si ripete in modo eccessivo una parola chiave all’interno di un testo, con l’obiettivo di migliorare la visibilità nei motori di ricerca. Questa tecnica è considerata scorretta e, ormai da anni, non è ben vista dai principali motori di ricerca, che addirittura possono attribuire una penality sul ranking delle pagine web che la praticano.

Con AI Stuffing intendiamo quindi questo eccessivo ricorso all’AI, che sta inondando di contenuti spazzatura le scrivanie e le email di chi, come noi, lavora nel mondo della consulenza aziendale.

OnMe: un “Case Study” sull’AI Stuffing - Tratto da una storia vera!


Potremmo raccontare decine di esempi di contenuti di bassa qualità generati con l’uso degli LLM nei quali ci siamo imbattuti negli ultimi mesi, dalle semplici e-mail alle presentazioni di progetti, passando perfino per i preventivi (cosa ben più grave).

Quello che però abbiamo scelto di raccontarvi è un esempio emblematico di come l’AI ci faccia perdere tanto di quel tempo che rimpiangiamo quando per scrivere paginate di contenuti ci voleva “uno sforzo” intellettuale.

Il caso in questione riguarda una richiesta di valutazione di un progetto di business denominato OnMe. Qui si può leggere integralmente il documento ricevuto, con tanto di lettera di presentazione a Elon Musk e NDA da firmare…

Per chi non avesse la pazienza di leggerlo, ecco una sintetica descrizione dell’idea di business.


OnMe - idea di business

OnMe è una piattaforma che collega il mondo del social media con quello del commercio elettronico. Gli utenti possono acquistare prodotti o servizi pagando non con denaro, ma ospitando contenuti sponsorizzati sui propri profili social. In pratica, le aziende partner di OnMe pubblicano annunci sui profili social dell’utente, e il valore di questi annunci viene accreditato come pagamento per l’acquisto effettuato. Il valore di ogni post è calcolato in base alla portata e all’interazione dell’utente sui social media.

La nostra reazione leggendo il documento è  stata di sgomento: davvero qualcuno ci chiede una valutazione di un’idea scritta palesemente con l’AI? Ed ovviamente l’idea ci sembrava per nulla praticabile, quindi abbiamo cortesemente rifiutato l’incarico. Ma l’autore ha insistito, quindi abbiamo dovuto impiegare del tempo a spiegare il perché tale idea era assurda. Ma ci siamo tolti qualche sassolino dalla scarpa, perché per confutare tale idea, scritta in 5 minuti con l’Intelligenza Artificiale, noi del tempo l’abbiamo pur dovuto impiegare…

Ecco la nostra riposta.

«Gentilissimo,
mi dispiace non poterti aiutare, ma ci sono troppi errori nel concept che, anche volendo impegnarsi, non riuscirei a risolvere. Come ti scrivevo prima, in bocca al lupo, ma non posso aiutarti.

Se vuoi domani sono in macchina e posso chiamarti, così e ne parliamo.
Giusto per anticiparti qualche concetto:

  1. I Social Media sono piattaforme basate sul Paid Advertising, se anche qualche folle aprisse le API a OnMe, le chiuderebbero appena inizia ad erodere impressions al Paid Adv. Ma mettiamo che trovano un accordo…
  2. Il valore in impression dell’organico di un uomo comune è praticamente nullo. Se volessimo prendere come riferimento un influencer, che comunque ha seguito e professionalità per promuovere un prodotto/servizio, siamo parlando di circa 0,002 € a contatto stimato nell’audience. Questo valore l’ho calcolato prendendo dati di vendite dirette (Ferragni che vende il post a Gucci, per intendersi), quindi qualsiasi cosa mediata dalla piattaforma scontala del 50% minimo; siamo a 0,001€.
  3. Ipotizziamo pure che OnMe si rivolga a gente attiva sui Social, con numero di 1000 amici/follower. Dato il filtro delle piattaforme e nessun “boost” dell’algoritmo (cosa che invece hanno gli influencer), avrebbe massimo il 2% di impression in organico, ovvero 20. Mettiamo che il tizio ha un ottimo engagement rate (dell’ordine dello 5%), e quindi la rete di amici interagisce e diffonde il post… arriviamo ad 1 condivisione,(su 20 impressions) e da 20 siamo a 40 impressions totali. Valore economico 4 centesimi di euro. Che cazzo ci compri con 4 centesimi di euro??
  4. Nota bene, ho aggiunto un valore alla condivisione, ma tecnicamente non sarebbe corretto, perché andrebbe imputato il valore al soggetto che ricondivide e non a chi ha fatto il primo posting. Non entro nel merito, sarebbe troppo lungo, ma è come se dessi valore alla moneta solo al primo che la spende e non a chi la guadagna e rispende. Ma ripeto, andiamo oltre, però ho aggiunto il punto perché non contemplo condivisioni “virali”, ovvero una catena senza fine di tutti e 1000 amici/follower attivissimi sui social che riescono ad aumentare la catena oltre il 2° livello.
  5. Vediamo ora il meccanismo dei crediti. Il tizio di cui sopra con un’ottima attività social (intendo superiore all’uomo medio che ha meno di un terzo delle sue metriche), diffonde contenuti tramite “pulsante” OnMe (difficilissimo da fare senza accordi con i Social Media – vedi punto 1), ogni giorno, su 100 aziende diverse, per un mese intero. Arriverebbe a 120€. Oh cazzo, ci si può comprare qualcosa con 120€… Tolta la commissione di OnMe e la % ai Social Media che ospitano i contenuti (vedi valore a sconto di intermediazione al punto 2 di cui sopra, ovvero del 50%)… sarebbero comunque 60 fottutissimi euro da spendere! E no bello mio, perché gli attuali algoritmi limiterebbero la diffusione dei tuoi post, il tuo engagement rate scenderebbe perché sei diventato spammoso e la tua capacità di generare impressions crollerebbe drasticamente a zero, con una velocità esponenziale.
  6. È difficile stimare il tempo di distruzione dei profili social di cui sopra, ma potrebbe essere inferiore alle 2 settimane. Però guarda, stasera che mi hai fatto lavorare oltre il mio consueto orario delle 22.30, mi sento magnanimo e ipotizzo che il tipo in esame si sputtana tutti i social nel mese di cui sopra (punto 5). Se spammava i 100 prodotti/brand di cui sopra e generava 40 impressions a post siamo a 4000 impressions al giorno 1 e 0 al giorno 30, con decrescita esponenziale (ti allego un grafico, per capirsi). Ora: io non sono bravo in matematica, ma visto che tu hai fatto un Business Plan usando ChatGPT (e mi hai rubato circa 10 minuti di tempo prezioso per leggerlo e altrettanti per risponderti, abusando della mia pazienza), ricorrerò anche io all’AI e le chiederò di calcolare l’integrale dell’area sottesa al grafico… Mi dice che sono circa 14.465 impressions… Ovvero circa 14,5€ di valore per il mercato, allo stato attuale e con tutte le condizioni favorevoli di cui ai punti 2, 3 e 5.



Ora non ti resta che fare un bel focus group e vedere quanti soggetti con le audience di cui al punto 3 sarebbero disposti a lavorare circa 1 ora al giorno (1 post ogni 30 secondi mi sembra il minimo), per 30 gg, sputtanandosi definitivamente i propri profili social… per 14 fottutissimi euro e 50 centesimi.

Comunque sentiamoci domani, magari mi sfugge un qualche calcolo di sostenibilità che hai fatto… anche se dubito che la mia valutazione preliminare possa cambiare.

Cordialmente »


Ovviamente la telefonata del giorno dopo non c’è mai stata… l’e-mail ha almeno sortito l’effetto di chiudere definitivamente questa “valutazione” dell’idea di business.

Per recuperare parte del valore del tempo speso nel fare l’analisi microeconomica, ho chiesto all’ideatore di OnMe di poter scrivere un articolo sul tema dell’AI Stuffing e me l’ha accordato. 


Come proteggersi dall’AI Stuffing e risparmiare tempo

Come dimostra il simpatico caso di OnMe, le AI possono dare una discreta forma a qualsiasi assurdità e pertanto chi ancora usa il cervello deve impiegare tempo a smontare le “idee” presentate da sedicenti imprenditori, colleghi, clienti e fornitori.


Il primo consiglio che possiamo dare è di non perderci tempo: se notate che un contenuto è stato scritto con un LLM, chiedete a chi ve l’ha fornito di produrne uno scritto da “un umano”. Se dovete voi impiegare del tempo per leggerlo, perché non poteva impiegarlo l’autore per scriverlo? Il vostro tempo vale meno del loro?

Nel caso dovessero rifiutarsi, avete risolto il problema alla radice. Nel caso l’autore avesse realmente a cuore la vostra attenzione, vi produrrà quanto richiesto.

Ultimamente ci è capitato di ricevere un preventivo per un progetto complesso scritto integralmente con ChatGPT. Non c’era nemmeno un briciolo di sforzo progettuale, a fronte di una cifra comunque importante per la fornitura di sviluppo codice (circa 25.000€ per un’applicazione web, manco a dirlo, proprio basata sull’AI).

Abbiamo garbatamente fatto notare che avevano preso il nostro briefing, datolo in pasto a ChatGPT e aggiunto un prezzo, senza dettagliare le scelte tecnologiche, la stima dei tempi, le risorse impiegate, etc.

Ovviamente ci hanno rifatto il preventivo, scusandosi.

Non abbiate quindi timore a rifiutare l’AI Stuffing nel vostro lavoro. Rischiate di perdere molto più tempo nel districarvi tra contenuti spazzatura di quanto ne risparmiate usando voi stessi qualche tool di AI.

26 aprile 2022

Retrospettiva professionale. 40 anni dopo.

Mi sono sempre piaciuti i computer, fin dai 6 anni; li usavo quasi sempre solo per scrivere. Cosa che avrei potuto fare a mano, su carta. Ma l’idea di salvare gli scritti su un floppy disk mi dava l’impressione di consegnare quelle righe al futuro, ai posteri.

Quello che mi piaceva quindi era la comunicazione, più che i computer, e ci ho messo un po’ a capirlo.

Quando ho iniziato a lavorare in un’Agenzia di Comunicazione, mi è stato affidato il neonato reparto Web Marketing. Era il 2009, Google era il nuovo Microsoft e Facebook si apprestava ad essere il prossimo Google.


Tutto quello che nasceva in quegli anni è diventato lo standard per un nuovo tipo di comunicazione, fatta con precisione, sfruttando i dati, con metodo scientifico. Ma ho sempre unito della “poesia” alle strategie di Web Marketing, perché alla fine il messaggio diffuso deve fare presa sulle persone. E le persone amano la poesia, amano le storie, amano le relazioni.

Tutto ciò è stato poi codificato in regole precise di Comunicazione e Marketing, si iniziò a parlare di “storytelling”, di “purpose”, il Cluetrain Manifesto diventò una moda, insomma, il mercato della comunicazione riuscì a svilire quel poco di magia che avevamo riscoperto nel fare il nostro lavoro.

Le Web Agency stavano diventando delle fabbriche e quanti ci lavoravano erano i nuovi operai sfruttati per fare profitti. Si lavorava sulla quantità e la qualità non era più perseguibile. Perché per fare della poesia a volte hai bisogno di stare in silenzio davanti ad un foglio bianco. Ma se quel foglio è un file Word, vieni bersagliato da decine di notifiche sul desktop, e-mail, alert dalle campagne Facebook e Google, messaggi nella chat aziendale…

Nel 2012 quindi mi licenzio e fondo il Network di consulenza GESTA, con un’idea molto semplice: volevo aiutare le aziende e le persone, attraverso le strategie di Marketing e Comunicazione, a realizzarsi. A trovare il loro posto nel mercato. Che al tempo pensavo significasse trovare il proprio posto nel mondo.
Il payoff scelto per descrivere il mio approccio era cloud consulting, perché mi immaginavo dei professionisti sempre disponibili per ogni esigenza del progetto e del cliente: una “presenza a distanza”. I consulenti GESTA erano quindi in grado di seguire il cliente in ogni parte del mondo, con le nuove tecnologie e un set di strumenti digitali che appunto risiedevano nell’allora nascente “cloud”.
Con i recenti scenari pandemici questo modo di lavorare è diventato comune a molte realtà aziendali, ma dieci anni fa non era scontato.
Il cloud consulting rimane comunque tutt’oggi più una forma mentis che una modalità di lavoro: significa esserci per il cliente, quando ne ha bisogno, sempre.

È una scelta difficile da fare per i freelance del 2022, che spesso decidono di esercitare la libera professione per “sentirsi liberi”, avere i propri spazi e decidere della propria vita senza ingerenze esterne. Quindi figurarsi se rispondono al telefono quando il cliente chiama la sera e nel weekend, o se ti chiede qualcosa in più di quanto scritto sull’incarico di progetto.

Io invece ho capito che la vera libertà nasce dalla consapevolezza interiore, dal capire e accettare la propria “mission”. Nel mio caso questa consapevolezza mi ha portato ad abbracciare totalmente gli obiettivi dei miei clienti. Ovviamente i clienti me li scelgo e dico molti No, quando non sono disposto a dedicarmi al 100% ai loro progetti. Ma una volta “sposato” il progetto, ci sono sempre e chiedo la stessa dedizione ai miei collaboratori.

Dal lontano 2012 ad oggi ho fatto molte e interessanti esperienze di lavoro, in diverse aziende e diversi settori, acquisendo non solo competenze tecniche ma anche più consapevolezza su quale sia la mia missione: aiutare gli altri (e i brand), con le mie competenze, non solo a “comunicare chi sono”, ma soprattutto a scoprire (o progettare) chi sono.
Si parte da un obiettivo di fatturato e si arriva ad un obiettivo esistenziale. Mica poco. E non per tutti.

Nel 2020 decido quindi di dedicarmi esclusivamente allo sviluppo del Network e alla formazione di nuovi consulenti, nonché alla formalizzazione del Metodo GESTA, basato sui livelli logici di Robert Dilts, per la progettazione delle Strategie Marketing.

Il Network oggi aggrega oltre 30 professionisti senior che vogliono lavorare con qualità e che si concentrano sulle esigenze del cliente con dedizione assoluta. La nostra promessa è che siamo “Business Partner”, ovvero siamo ingaggiati e fortemente motivati a conseguire il nostro successo attraverso il successo del nostro cliente. Generalmente non accettiamo il lavoro se non siamo ragionevolmente sicuri di poter portare un valore concreto al cliente, preferibilmente in termini di aumento dell’EBITDA.

Oggi sono dove volevo essere a livello professionale e provo gratitudine per questo.
Ma quando penso a quegli scritti infantili persi per sempre, perché affidati a dei floppy disk (che con grande sforzo tecnologico ho provato ad aprire decenni dopo, senza successo), dico a me stesso: tutto è cambiamento e sicuramente GESTA di domani sarà qualcosa di diverso da quello che è oggi.

E, infine, a quarant’anni, ho capito che a volte è meglio poco inchiostro su carta che migliaia di gigabyte nel cloud.

Luca Martino

 

 

10 ottobre 2020

Il Dilemma Sociale: seguire o non seguire? Follow or Unfollow? E soprattutto: basta dire "io l'avevo detto"?

Un caro amico, che sa qual è il mio lavoro, mi ha suggerito di vedere il documentario "The Social Dilemma" su Netflix.


L'ho visto, e non ci ho trovato nulla che già non sapessi. Anzi, proprio la conoscenza di quegli algoritmi incriminati di cui si parla nel documentario è alla base di gran parte del mio successo professionale.

Però la visione del film, che consiglio a tutti, ha prodotto in me un altro tipo di "dilemma".
Usare una tecnologia sbagliata, avendo il controllo del fine ultimo, è giusto? Oppure, proprio perché si riconosce che il mezzo è intrinsecamente sbagliato, bisogna rinunciarvi?

SEGUIRE O NON SEGUIRE? 

Follow
e Unfollow sono termini che ormai attribuiamo non a dinamiche sociali, ma ad azioni progettate per i Social Network. Eppure, è tutto lì il perimetro della scelta dell'individuo: schierarsi.

Io ho creduto, per anni, di essermi sufficientemente "schierato".

Nel lontano 2011 teorizzavo l'influenza dei progressi del Web sulla società civile:
"Cos'è il Web 3.0"

Nel 2012 scrivevo che la perdita dell'oggettività nei risultati di ricerca era un problema:
"Confessioni di un SEO Specialist pentito"

Nel 2013 scrivevo che il monopolista delle ricerche sul Web era poco trasparente e perseguiva, con le proprie politiche aziendali, meramente il profitto:
"Google, don't be evil... togli il Not Provided e ridacci la Long Tail"

Nel 2014 scrivevo che non si possono lasciare scelte di carattere globale ai tecnocrati, ma ci vogliono umanisti e filosofi per indirizzare il progresso tecnologico:
"I nuovi domini, la vecchia SEO... e perché ci vorrebbero dei filosofi che si occupassero di standard ed Information Technology"

Non mi sono limitato a scrivere su questo blog. In un tavolo di lavoro alla Leopolda 5, proposi all'allora Sottosegretario di Stato del Ministero dello Sviluppo Economico con delega alle Comunicazioni nel governo Renzi, Antonello Giacomelli, di fare un intervento legislativo per le scuole dell'obbligo sulla "formazione all'uso del Web e dei Social Media". L'obiettivo era formare le giovani generazioni sui funzionamenti degli algoritmi dei colossi dell'economia digitale, spiegare che non restituiscono una verità oggettiva, ma solo quello che è funzionale ai loro obiettivi di business.

Un tempo ci insegnavano a sfogliare l'enciclopedia, ora nessuno spiega ai giovani che fare una ricerca sul Web o sui Social Media segue logiche completamente diverse dalla restituzione di risultati che hanno a che fare con "la verità".

Sono tutti temi che troverete nel recente documentario di Netflix. 

E, anche se ho sollevato tali problemi etici con molti anni di anticipo rispetto alla "sensibilità pubblica", non mi sento esente da colpe: li ho denunciati, ma ho continuato ad usare la loro tecnologia, tecnologia che ha prodotto "mostri", come Trump e i terrapiattisti.
Certo, con fini opposti, spesso nobili, o comunque eticamente affini al mio sentire. Ma siamo ancora una volta di fronte al dilemma: la mia etica può decidere cosa è giusto o sbagliato per altri individui, per altre sensibilità? Oppure la conoscenza di certi strumenti tecnologici mi consente di manipolarli?
Il problema è, oggi più che mai, che il mezzo che veicola la comunicazione non è neutro.

La mia più grande frustrazione è che non mi basta più dire "io l'avevo detto".
Vorrei aver saputo scegliere una terza via.

20 agosto 2020

Droga, Drughi e Draghi

Non bisogna essere un drago per capire e sottoscrivere quello che ha detto Mario Draghi al meeting di Comunione e Liberazione di Rimini il 18.08.2020. Nella sostanza un discorso bello perché vero, forse anche sentito. Ma tardivo e quantomeno inutile, ora come ora.


Quello che mi sorprende è il clamore che il suo discorso ha avuto. Significa che in Italia la stragrande maggioranza della popolazione, giornalisti inclusi, è analfabeta rispetto a nozioni basiche di Economia Politica.

Viviamo in un Paese di Drughi (non nell'accezione di "tifosi della Juventus", ma di "nullafacenti fancazzisti" seguaci dello stile di vita del Grande Lebowski). Sono tutti pronti a darsi da fare per riscattare la lesa maestà di un tappeto, ma non fanno nulla per preservare le dinamiche che consentono la sopravvivenza socio-economica di uno Stato.

Di quale droga si fanno i nostri politici per emettere debito senza capire cosa significa sul lungo periodo??

Forse della droga del "consenso", quella roba che gli consentirà di essere rieletti alle prossime elezioni.

Permettetemi di spiegarvi quello che ti insegnano nelle primissime lezioni di Economia Politica: fare spesa pubblica emettendo debito è giusto e eticamente accettabile solo ed esclusivamente se quella spesa ha ricadute dirette sulle generazioni che ripagheranno il debito.

Treno a levitazione magnetica

Facciamo un esempio spicciolo, all'inverso: devo costruire una rete ferroviaria a levitazione magnetica ad altissima velocità e grande risparmio energetico, che richiederà 20-30 anni per essere attiva e funzionante; se la costruissi con i soldi delle tasse della popolazione lavoratrice di oggi, che probabilmente non la userà, o la userà per pochi anni, sarebbe ingiusto. In tal caso è giusto emettere debito pubblico, che sarà ripagato da chi beneficerà della lungimiranza di questi investimenti in infrastrutture.

Ma se si emette debito pubblico per pagare le pensioni a generazioni di privilegiati, se si emette debito pubblico per pagare i sussidi ai furbetti del cartellino e del Parlamento, che giustizia c'è in tale debito??

Provvedimenti come "Quota 100", esempio lampante di spesa improduttiva finanziata con emissione di debito, dovrebbero essere illegali in un Paese civile. 

Ecco, Draghi non ha fatto nient'altro che dire una serie di ovvietà. Sono sconvolto della risonanza che hanno avuto le sue parole, perché significa che pochi in questo ignorantissimo Paese conoscono i principi etici che ci sono dietro l'emissione di debito pubblico.
Se si lodano le sue parole è perché fino ad ora si è ricorso al debito con leggerezza e ingiustizia di fondo.

Ho già spiegato il ruolo dei giovani in un post metaforico che ripercorreva la storia economica dell'Italia.  

Essere giovani non può essere, oggi più che mai, solo una questione anagrafica: è una questione di parte. Chiunque può scegliere di stare dalla parte delle future generazioni, scegliendo, in politica ed economia, chi guarda sul lungo periodo e agisce non per tornaconto elettorale, ma secondo ideali di giustizia ed equità generazionale. 

7 giugno 2019

Moody's, Minibot, Italexit e la Sindrome di Cassandra

Non sono un fan delle agenzie di rating. Manipolano il mercato, non sono mai obiettive perché hanno interessi incrociati e, soprattutto, perché non fanno bene il loro lavoro: i rating sono dati come si dà la pacca sulla spalla ad un amico, o si fa lo sguardo ammonitore ad un bambino discolo, senza riuscire davvero ad entrare negli specifici business per capire se sono sani o no; di conseguenza, non prevedono le crisi finanziarie ed economiche (si pensi a come era considerata Lehman Brothers poco prima del fallimento che ha dato il via alla crisi del 2008).

Detto ciò, quando ho letto la notizia che l'agenzia di rating Moody's ha visto nell'operazione minibot dell'attuale Governo italiano "un primo passo verso la creazione di una valuta parallela e la preparazione dell'uscita dell'Italia dall'Eurozona", mi sono detto: meglio tardi che mai!

Già, perché lo dico da un po' che il piano è quello. Tra l'altro, se gli attuali governanti giallo-verdi non tirano fuori il coniglio dal cilindro (senza trucchi!), non c'è modo di andare avanti con i conti in ordine. Inoltre, l'Italexit è un tema su cui Lega e 5 Stelle potrebbero ritrovare l'intesa persa. 

E siccome mi capita spesso di fare meste profezie che si avverano puntualmente, in politica, economia ed anche sul lavoro, temo di soffrire della Sindrome di Cassandra.
Però oggi mi sta perseguitando una domanda: ma Cassandra, aveva il dono della preveggenza o, semplicemente, portava sfiga?? 



26 gennaio 2019

Dilettanti allo sbaraglio o Geni del male?

Nell'autunno del 2018 avevo pronosticato l'adozione di una moneta fiscale (se non addirittura una ridenominazione della valuta dei conti correnti), cercando di dare un senso al braccio di ferro tra Governo italiano e Unione Europea circa la legge di bilancio.
Non mi capacitavo di come si potesse essere così tracotanti nei proclami, così certi della propria forza a dispetto dei mercati, così boriosi nel muro contro muro con l'UE, senza avere un piano B.
Vista poi come è andata a finire la trattativa (una ritirata con la coda fra le gambe, di fatto, a dispetto della narrazione populista che ci è stata propinata), devo ammettere di aver sopravvalutato l'intelligenza di Lega e 5 Stelle.

Ancora adesso, mi domando come sia stato possibile per Salvini e Di Maio mantenere per settimane quella posizione indifendibile e dannosa per il Paese (visti i miliardi che ci è costata in interessi sul Debito Pubblico, a causa dell'aumento dello spread).

Restano in piedi tre sole ipotesi:
1) Non hanno mai avuto un piano B. Questi governanti sono quindi davvero dei dilettanti allo sbaraglio, che costruiscono e consolidano la loro posizione con un mix di slogan e proposte di legge miopi, capaci solo di rispondere alla pancia del Paese (la parte più sporca, egoista e ignorante del Paese, beninteso).
2) Avevano un piano B, ma non sono tecnicamente capaci di preparare l'operazione. Fino all'ultimo giorno, ho pensato che, almeno nel "decretone" sul Reddito di Cittadinanza, ci sarebbe stato un spiraglio per infrangere il tabù dell'espansione monetaria (caricando sulle tessere per l'erogazione del RdC non Euro, ma moneta parallela). Invece niente. Quindi anche l'ipotesi 2 suffraga il concetto di incompetenza di cui all'ipotesi 1.
3) Hanno ancora un piano B, e aspettano l'Europa e i Partiti tradizionali al varco delle Elezioni Europee di maggio, gettando così le basi per la distruzione dell'unico progetto politico in grado di assicurare pace e stabilità al Vecchio Continente. In tal caso, sono davvero dei geni del male.


31 ottobre 2018

Il Lato B del Piano B

Quasi tutti i commenti che sento sull'attuale Governo a propulsione Movimento 5 Stelle e Lega, in questo autunno 2018, mi appaiono troppo superficiali. Certo anche io non li vedo di buon occhio questi Giallo-Verdi e fino ad ora non ho trovato UN SINGOLO INTERVENTO dei leader intelligente, né alcun provvedimento legislativo condivisibile. Ma...

C'è un MA. Non posso credere che siano così imbecilli da non avere un piano B se l'Europa arriva allo scontro. E lo scontro è ormai cosa certa.
Se l'UE decide di bocciare la legge di bilancio italiana scatta la procedura d'infrazione, che prevede una multa compresa tra lo 0,2% e lo 0,5% del PIL.
Ma quello che è devastante, già oggi, è l'aumento del costo degli interessi sul debito pubblico a causa della sfiducia dei mercati.

Come facciamo a reggere il peso degli interessi crescenti?
Per cui penso, e voglio credere, che il piano B esista eccome.

Quale piano? Ovviamente non l'uscita volontaria dall'Euro. Semplicemente la ridenominazione in valuta locale del debito pubblico. Una Nuova Lira, magari, tanto per far contento qualche nostalgico.
Ovviamente ciò non è consentito, ma che possono farci gli altri Stati membri, ci sbattono fuori? Ci vuole tempo...

Salvini ha già detto che le sanzioni per la bocciatura della legge di bilancio non le paghiamo (per inciso, mi sembra logico, altrimenti che senso ha infrangere le regole). In tal caso si dovrebbe avviare una procedura di espulsione dell'Italia dall'Unione Europea. Ma l'Europa non ha ancora una procedura per far questo.

Quindi quale remora avrebbe un tale Governo, ad orchestrare un piano B di questo tipo? Magari a mercati chiusi, tra Natale e Capodanno...

Questa non è solo la mia opinione, ma nasce dal confronto con l'intellighenzia dei 5 Stelle (sì, anche loro hanno i loro intellettuali e i loro tecnici, ma li tengono ben lontani dai riflettori, per non perdere consenso).
E c'è perfino qualche giornale che parla di Italexit, avvisando che a ottobre c'è stato un aumento del rischio percepito dagli investitori; sotto riporto un grafico (realizzato da Sentix e pubblicato ieri dal Sole 24 Ore), che mostra il rischio percepito da più di mille investitori istituzionali e privati: le probabilità di uscita dell'Italia dall'EU sono stimate intorno all'11,2%. Sembra poca cosa, ma il trend dovrebbe accendere una spia di allarme.



Il punto è: possibile mai che nessuno dell'Opposizione, dei grandi economisti del PD, degli Europeisti, vede questo all'orizzonte?
Un buon politico va oltre il dibattito che gli avversarsi ti impongono, cerca di anticipare i tempi e i problemi, prova a dare il proprio contributo su cose reali, non illazioni, offese e altri diversivi. Questi furbetti del 5S+Lega tengono banco ogni giorno dettando l'agenda del dibattito e nessuno è in grado di vedere il Lato B del Piano B.

È una scelta che ci stanno facendo piovere addosso, giorno dopo giorno, dichiarazione dopo dichiarazione, senza essere pronti, senza aver calcolato tutte le conseguenze, senza aver detto agli Italiani che questa scelta ha un rovescio della medaglia (un lato B, appunto).

Badate bene, non sto dicendo che è sbagliata, ma prima di farla, con un atto di imperio del Governo, non dibattuto alle elezioni politiche, il Popolo dovrebbe conoscere pro e contro... il debito pubblico ci peserà meno, è vero, ma comprare un cellulare diventerà più caro, il Reddito di Cittadinanza ci sarà, ma sarà erogato con la moneta parallela, con corso forzoso, e obbligo di accettazione al pari dell'Euro (che finché non ci cacciano, sarà la moneta preferita da tutti i sani di mente), l'inflazione esploderà, i mutui saranno più cari ... insomma, l'Italiano Medio, questo supremo decisore delle sorti di noialtri intellettuali, dovrebbe sapere che c'è questo all'orizzonte.

Ma tutti dormono. Oppure sono presi ad inseguire Salvini e Di Maio sul loro terreno, dove questi ultimi sono di gran lunga più bravi e più scaltri a scansare le buche. E caduta dopo caduta, nelle buche, di politici in grado di guidare l'Italia, non ne resta più nessuno.

27 maggio 2018

Genova, Savona, Impero e qualche spezia

Mi tocca dirlo, perché gli scenari che si stanno aprendo sono più preoccupanti di quelli che potevamo correre con Paolo Savona al Ministero dell'Economia.

Mi tocca dirlo perché ci sono alcune scomode verità espresse dall'illustre economista che io condivido e condivido pienamente... (basta leggere gli ultimi post su Liquidità Distribuita, Germania, Europa, etc.)
Il problema non è Savona, ma un Governo a guida Movimento 5 Stelle e Lega, di cui Savona poteva essere l'esponente più illuminato. Ma non avrebbe potuto fare molto, con le spinte populiste che muovono questo "combinato disposto M5S-Lega".
Per dirla con le recenti parole di Padoan: «Il dibattito vero non ha che fare con la figura di Savona, ma con la politica economica strategica fondamentale quale combinato disposto del contratto di programma (M5S e Lega), chiaramente insostenibile sulla politica di bilancio [...]» 

Un M5S ancora teleguidato dal comico genovese (e ovviamente da un'azienda privata come la Casaleggio Associati), una Lega che parla di "sovranità" e confini come se avessimo un Impero da difendere, e il comune denominatore che entrambi sanno parlare alla pancia del popolo ma non a quella degli investitori (i quali, ci piaccia o no, sono quelli che ci prestano i soldi per andare avanti).

Savona in un governo PD non mi avrebbe preoccupato, anzi, sarebbe stato in grado di portare avanti proposte intelligenti e magari aprire una nuova fase riformista dell'Europa. Ma il teatrino messo in piedi da Movimento 5 Stelle e Lega in questi giorni ha dimostrato al mondo (investitori in primis) che l'equilibrio internazionale, l'armonizzazione degli interessi, la ricerca della "soluzione democratica", fino al rispetto delle istituzioni, non fanno parte del loro modus operandi.

Se M5S e Lega avessero voluto DAVVERO portare avanti delle idee e non delle ideologie, avrebbero dovuto rispettare la chiara richiesta di Sergio Mattarella di non insistere con la proposta di Savona al Ministero dell'Economia.
Ma si sa, le idee sono cosa complicata, sia da spiegare che da realizzare, perché si scontrano con la realtà dei fatti e i vincoli del mondo reale (non solo quelli di bilancio). Le ideologie populiste, invece, sono la scelta vincente per i partiti irresponsabili: ottime per ottenere consensi e facili da difendere, perché tanto non si realizzeranno mai.

E per aggiungere un po' di pepe all'articolo, veniamo alla soluzione. Quale?
Elezioni con una nuova forza politica europeista e riformista, fatta da professionisti e politici competenti, affidabili e moderati, che propongano in campagna elettorale riforme MONDIALI, non solo europee. E magari anche candidando Paolo Savona.
Ma il Ministro dell'Economia, quello, lo deve fare Tito Boeri.

1 marzo 2018

Quando Uno vale Uno e non è contento Nessuno

Visto che nessun partito politico ha candidato Tito Boeri (vedi il mio ultimo post), non volevo dare il mio contributo pubblico per questa tornata elettorale. Probabilmente non sarebbe mancato a nessuno e, molto probabilmente, quelli a cui sarebbe importato, avrebbero comunque votato bene.

Ma poi il senso civico prevale e la voglia di scrivere si affaccia, fra la stanchezza di un'interminabile giornata di lavoro e l'ennesimo piatto spaccato da Arianna (no, non è mia moglie, ma la mia ultima bimba, di 1 anno e mezzo).
Ed è proprio per lei e per Raffaella (la seconda figlia) e per Marica (la prima) che scrivo. Alla fin fine scriviamo per loro, ci impegniamo ed esponiamo per il Futuro, quando il presente ci appare misero e ci sconforta.

Il post che immaginavo di scrivere doveva intitolarsi "Le SS che fanno paura: Salvini e i Social", ispirato ad un bell'articolo di Francesco Piccinelli Casagrande pubblicato su Wired, che vi consiglio di leggere (I segreti della strategia di Matteo Salvini sui social network).

Il mio ipotetico post ve lo risparmio, la sintesi è in un commento che trovate in fondo all'articolo e che vi riporto qui: «Purtroppo la comunicazione politica sui Social Media sta cambiando il modo stesso di fare politica: prima si esprimeva un'idea, usando certe parole, per ottenere consenso; ora si cerca consenso, usando certe parole, che esprimono certe idee. Invertire l'ordine degli addendi, in questo caso, stravolge il risultato.»

Quello che alla fine ho deciso di scrivere oggi e un post di tutt'altro tipo: una riflessione sul principio di competenza e sul significato del termine "responsabilità". Avevo sollevato il tema già nel 2016, in occasione del Referendum Costituzionale del 4 dicembre, miseramente fallito.

Ma lasciate che vi racconti qualcosa della mia passione per la Politica (con la P maiuscola).

Credo che il vero inizio sia stato davvero nella prima infanzia, quando ho capito che un pomeriggio di gioco "alla guerra" con i bambini del vicinato poteva finire in un dignitoso armistizio senza spargimento di sangue (e non sto scherzando, "giocavamo" scagliandoci delle pietre, quindi potete immaginare).
Lì ho imparato il significato di compromesso e trattativa.

Poi la rappresentanza: rappresentate di classe alle Scuole Medie, rappresentate di classe al Liceo, poi rappresentate d'Istituto (stiamo parlando del Liceo Scientifico Luigi Garofano di Capua, quando era ancora tutto da costruire... ma questa è un'altra storia).
Anche membro del direttivo dei Collettivi Studenteschi Riuniti del Casertano.
Lì ho dimenticato l'arte del compromesso e ho preso una deriva ideologica. Piuttosto normale a quell'età, ma poi sono guarito.

All'Università di Pisa, rappresentate di Corso di Studi, rappresentate nel Consiglio di Facoltà di Ingegneria, rappresentante nel Consiglio degli Studenti a livello di Ateneo, rappresentate nella Consulta Comunale, membro della Consulta Provinciale e, soprattutto, rappresentate degli studenti nel Senato Accademico, per la Lista Sinistra Per.
Lì ho imparato un nuovo significato del termine "Politica". Che è essenzialmente sacrificio e servizio. E capacità di essere propositivi e costruttivi, nonostante il pessimo esempio degli adulti (leggi pure "baroni" se ti va).

Sempre a Pisa, presi la mia prima tessera di partito: DS, Democratici di Sinistra, sezione Università e Ricerca. Grandi menti, belle riunioni, occasioni di confronto e crescita.

Poi Trento, di nuovo qualche nostalgica deriva ideologica, e la voglia di costruire qualcosa di bello: il Partito Democratico. Non tutti sanno che in Trentino arrivò in ritardo rispetto al resto del territorio nazionale, grazie ad un'associazione, cui mi iscrissi con entusiasmo.
Poi finalmente tessera PD, semplice elettore, poi membro del direttivo del Circolo PD San Giuseppe - Santa Chiara.

Da anni non ho più una tessera ad un partito, per disaffezione (e stanchezza, suppongo). Ma mi impegno su progetti concreti, come quello di diffondere la teoria della Liquidità Distribuita. E, di tanto in tanto, provo a scrivere le mie idee su questo blog, convinto che la condivisione possa far crescere non solo la rabbia (quella su cui poggia il consenso del Salvini di turno), ma anche la CONSAPEVOLEZZA che porta alla piena assunzione della responsabilità della proprie scelte (politiche, in questo caso).

Ecco, questa in breve è la mia storia politica, dai 5 ai 35 anni.
E il mio voto vale come quello di chi non conosce la complessità dell'amministrare, del rappresentare, del FARE.

Sono queste persone "non competenti" che decidono le elezioni; insieme all'Elettore Medio, un essere che il mio professore di Economia Politica a Trento descriveva come una specie di mostro acefalo. Ma che tutti i partiti corteggiano con proposte indecenti, poiché non possono farne a meno.

La cosa assurda è che nemmeno loro (gli elettori medi e "i non competenti") saranno contenti, quando tutto andrà a rotoli.

Ecco, volevo dire a te, lettore casuale o intenzionale, vota responsabilmente. E se hai un briciolo di umiltà e sai di non sapere nulla di Politica, fidati di chi la fa da trent'anni, solo per spirito di servizio e con grande sacrifico, senza aver mai tratto alcun beneficio da tale impegno (solo bastonate, per la verità).

Questo UNO ti dice vota PD. E saremo in DUE.

24 settembre 2017

Ode a Tito, "Amor ac deliciae generis humani"

C'è un omino, piccolo piccolo, ma dal grande cuore, dalla grande intelligenza e dall'impareggiabile senso di giustizia, che purtroppo viene troppo spesso criticato dalla stampa e dai politici di tutti gli schieramenti.
È un personaggio che sembra guidato solo dal senso di giustizia e dall'amore per l'economia sostenibile. Non si cura dell'opportunità politica di quello che dice (sul tema dell'opportunità politica ho scritto recentemente). Quello che dice, lo dice perché è giusto. Lo scrive perché è vero. Ci lavora perché crede nell'equità distributiva.

Il suo nome è TITO, TITO BOERI.

Scriveva Svetonio di un suo antico omonimo, Tito Flavio Cesare Vespasiano Augusto (imperatore di Roma dal 79 all'81 d.C.), che egli era: "Amor ac deliciae generis humani" (amore e delizia del genere umano).
Questa definizione la vedo calzante anche per il nostro Tito, sempre prodigo nell'aiutare le classi deboli a superare le iniquità cui sono sottoposte. Che si tratti di colmare il gap di trattamento pensionistico che toccherà alle nuove generazioni rispetto a quanto percepiscono le vecchie caste di privilegiati, che si tratti di difendere il ruolo economico e sociale dei migranti, qualsiasi cosa egli dica, mi trova d'accordo.

Lo seguo dai tempi dei primi Festival dell'Economia di Trento (di cui è Direttore Scientifico) e non ho mai smesso di apprezzare il suo acume e la bontà delle sue proposte. Oggi, che riveste il ruolo di Presidente dell'INPS, è ancora più evidente il suo impegno per realizzare un'equità distributiva in questa martoriata Italia, dove i politici di tutti gli schieramenti fanno riforme per ottenere consensi, non giustizia sociale.

Tito Boeri è un "tecnico" che ha a cuore la giustizia, le minoranze, le giovani generazioni, l'economia sostenibile, ed è guidato unicamente dal desiderio di mettere a disposizione le proprie competenze per risollevare le sorti del nostro Paese. In questo è un "politico", nel senso più alto del termine.

Semmai dovessi tornare ad occuparmi di politica attivamente, lo fare solo in un Partito sufficientemente coraggioso da proporre questo "scomodo tecnico" come Ministro dell'Economia. Perché "una giornata in cui non si è fatto del bene, è una giornata perduta!" (Cit. Tito Flavio Cesare Vespasiano Augusto). 

26 luglio 2017

Sostenibilità, opportunità ed altre amenità della politicà...

Oggi sono stato a Montecitorio, insieme ad Alessandro Nosei, per parlare di Liquidità Distribuita con l'Onorevole Silvia Fregolent e verificare i margini di un eventuale inserimento di questa proposta di politica monetaria espansiva nel programma del Partito Democratico.

Al netto dei tempi ristretti e della difficoltà di descrivere uno strumento tecnico (e dalle molteplici ricadute nell'economia reale) a chi tecnico non è, l'incontro è stato interessante e mi ha regalato molti spunti di riflessione.

Uno, in particolare, merita di essere condiviso. E riguarda lo spinoso tema "dell'opportunità/sostenibilità politica di un'idea".

Cos'è l'opportunità politica di un'idea da inserire in un programma elettorale? Quando una proposta è "sostenibile" da un partito o un movimento?
Fino ad oggi pensavo bastasse spiegare che l'idea è buona e giusta al proprio elettorato (o a più elettorati, perché nessuno può esimersi dal parlare all'elettore medio - quello che cambia bandiera e decide l'esito di tutte le elezioni).
Se si è idealisti, questo basta, poiché è sufficiente spiegare che il fine è il "Bene Comune" (nonostante questo termine abbia un'accezione variabile, che va dalla visione egoistica "ME E LA MIA FAMIGLIA", all'estremo opposto "TUTTA L'UMANITÀ").
Se, invece, si è più smaliziati, bisogna far capire chiaramente ai propri elettori che l'idea/proposta ha vantaggi, diretti o indiretti che siano, per loro (questo approccio supera il limite logico-lessicale insito nella proposta fatta per il Bene Comune).

Ecco, questa per me è la sostenibilità politica di un'idea.
La Liquidità Distribuita, incidentalmente, risponde ad entrambi i requisiti: giusta sul piano etico, sostenibile e accoglibile da tutti gli elettori sul piano dell'interesse personale (poiché a favore di tutti, universalmente, eccetto forse dei banchieri - intesi come proprietari di banca).

Oggi invece ho capito che la sostenibilità politica di un'idea, per il politico di professione, passa per altri (non necessariamente alti) gradi di giudizio.
Quali questi siano, in parte, ancora mi sfugge. Forse una proposta è sostenibile, e diventa un'opportunità, se è facile da spiegare, se è facile da far accettare ai compagni di partito, se gli altri governi la ritengono accettabile (leggi: conveniente per loro), se non trova obiezioni da parte di nessuna lobby...

Ed io che pensavo bastasse avere una buona ideà.

28 agosto 2016

L'applicazione a livello regionale della Liquidità Distribuita e le Variabili di Controllo

Quando avvengono tragedie come quella del sisma che ha recentemente devastato diversi comuni del Centro Italia, mi assale sempre un senso di impotenza che riesco a mandar via solo se trovo una risposta, quale che sia, alla domanda: io cosa posso fare?
Non cosa può fare lo Stato, la Protezione Civile o, peggio ancora, "cosa avrebbero dovuto fare". Ma io, oggi, cosa posso fare?
Non sempre trovo risposte che riesco subito a mettere in pratica. E qualche donazione non basta a lavare la coscienza per lo stato di inazione.

In questa specifica occasione, ho sentito che dovevo continuare a lavorare per la divulgazione della teoria della Liquidità Distribuita.
Non è una scelta di comodo scrivere un post invece di partire per spostare le macerie, anzi. Ho passato la scorsa settimana pensando a che senso avesse parlare di economia, quando il dolore è qualcosa che trascende lo scibile e investe ogni sfera dalla nostra precaria e fragile umanità, qualcosa che è meglio affrontare col silenzio che con la parola.
Detesto inoltre le pratiche di click-baiting (che pure ci è toccato vedere in questa tragedia), per cui non volevo proprio scrivere un post sul terremoto.
Ma alla fine ho capito che i miei fantasmi non li potevo scacciare se non facendo quello in cui credo.
E in un'economia più giusta e solidale ci credo.

La "visione" ricorrente che ho avuto, in questi giorni di notizie drammatiche, è quella di un mondo dove la solidarietà è sistemica e non occasionale ed emotiva, è frutto di politiche lungimiranti, non della drammaticità delle sequenze che passano alla TV.
Questa idea di solidarietà sistemica richiederebbe il ripensamento del sistema economico nella sua interezza, ma ci sono strumenti che possono essere usati già da subito, come gli incentivi fiscali previsti dalla Liquidità Distribuita e il loro meccanismo di attribuzione.
Gli incentivi servono a creare economia reale, perché non basta ricostruire gli edifici, se non li si popolano di proficue attività economiche, di persone che trovano senso e benessere nel vivere in un certo luogo.

Sebbene la proposta della LD nasca per innescare meccanismi sovranazionali di solidarietà e bilanciamento (in particolare pensando alla situazione dell'Unione Europea), può essere applicata anche a livello regionale per gli squilibri economici dentro la stessa nazione. Nella formulazione matematica dello Stimolo Monetario totale, inoltre, è prevista una quota destinata agli interventi regionali:

«[...] Ogni paese avrà una quantità di moneta proporzionale alla grandezza economica (D) per l’entità dei suoi problemi (S). Questa quantità verrà divisa proporzionalmente alla grandezza economica (PIL) e la performance (Reverse Spread) di ogni paese del sistema.
Nel risolvere l’equazione, inoltre, anche gli stati stessi (tranne il meno performante) avranno a disposizione uno stock di moneta, da utilizzare per l’applicazione della politica di Liquidità Distribuita per la compensazione delle aree economiche nazionali a livello regionale
(dal libro Liquidità Distribuita, Alessandro Nosei, Edizioni Italia 2016)

In un'altra sezione del libro si parla dell'applicazione della LD in nazioni colpite da catastrofi naturali, il cui Spread va puntualmente fuori controllo se manca una meccanismo automatico di sostegno all'economia locale.

Ne consegue che è teoricamente possibile per gli stati dotarsi di questo strumento di creazione di economia reale, anche a prescindere dal fatto che lo Stimolo Monetario venga dalla stampa di nuova moneta (non possibile per l'Italia, né per gli altri stati membri dell'UE).
Lo Stimolo Fiscale in questi casi (non lo chiamiamo monetario, per evitare fraintendimenti) dovrebbe essere una voce a bilancio dello Stato, con regole di attribuzione alle località colpite da calamità naturali.
Si tratta quindi di destinare delle risorse certe agli incentivi fiscali per la creazione di offerta (detassazione utili per imprese che investono sul territorio colpito dalla calamità) e domanda (rimborso IVA per consumi di privati fatti tramite moneta elettronica).



Ad esempio, gli incentivi alle imprese (italiane) per gli investimenti di lungo periodo potrebbero riguardare le province di Rieti, Ascoli e L'Aquila. O anche solo i comuni colpiti, per meglio concentrare le risorse sulle aree più svantaggiate.

Vanno pensate delle Variabili di Controllo che consentano una modulazione della politica di incentivazione fiscale, sia a livello di "intensità" (quantificazione delle risorse a disposizione), che di durata (una variabile temporale che concentri o dilati la validità degli incentivi). Ci vogliono inoltre Variabili di Controllo per "localizzare" gli interventi (ad esempio maggiori risorse per le imprese locali e minori per quelle che vengono ad investire da fuori comune, provincia o regione).

Le Variabili di Controllo servono alla LD anche a livello di teoria generale applicata all'economia comunitaria (sostituiranno il famigerato "Tasso di Interesse", praticamente l'unica leva, ad oggi, in mano alla BCE), ma è un ambito di ricerca aperto, sul quale c'è ancora da studiare. 

Sicuramente le ultime voci di una richiesta all'Europa, da parte dell'Italia, di flessibilità sui propri conti per gli interventi di ricostruzione nelle zone terremotate, fanno venire qualche mal di pancia a chi pensa che un principio cardine dell'UE sia proprio la solidarietà fra stati. Non è infatti previsto un meccanismo automatico di flessibilità sugli investimenti per la ricostruzione (se non quando è a rischio la tenuta industriale del paese che ne fa richiesta). Come a dire, aiutiamo solo chi genera PIL, il resto non conta.

Quello che invece l'adozione della Liquidità Distribuita potrebbe portare in Europa è un nuovo modo di pensare gli aiuti: incentivi automatici e regolamentati a livello di sistema economico comune. Non perché "servono" al PIL europeo, ma perché "sono giusti". 
Anche se, come spiegato in un altro post, con la LD c'è sempre un ritorno diretto sul PIL dello stato oggetto di aiuti e dell'UE nel complesso (e questo lo ribadisco perché, ahimè, nelle scelte economiche guida sempre l'interesse del singolo attore, sia esso uno stato, un'impresa o il privato cittadino).

Si potrebbe quindi arrivare all'istituzione di un ulteriore Stimolo Monetario (chiamiamolo ipoteticamente SMC, ovvero Stimolo Monetario per Calamità) destinato agli investimenti degli stati membri sui territori colpiti da disastri naturali. Lo SMC (che in questo caso potrebbe essere generato, come previsto dalla LD, con emissione di nuova moneta) sarebbe ulteriore a quello destinato al bilanciamento del sistema (per le differenze di Spread fra stati) e potrebbe diventare un'altra Variabile di Controllo in mano alla BCE per aiutare l'economia reale degli stati membri. In questo caso i beneficiari degli incentivi fiscali sarebbero le imprese e i cittadini degli stati membri (secondo le formule previste dalla LD), ma i beneficiari ultimi risulterebbero le comunità locali colpite dal disastro.

Insomma, se c'è una cosa interessante di questa terribile invenzione del genere umano, la moneta, è che, per sua natura, è Liquida. E allora lasciamola fluire!
Lì dove serve.

22 agosto 2016

Bibliografia minima del markettaro (Capitolo II)

[Segue dal Capitolo I]

In questo ultimo weekend di ferie ho finalmente deciso di mettere un po' di ordine fra i miei libri. Ed è proprio nel decidere se un certo libro finiva sulla mensola "Pubblicità" o nello scaffale "Marketing" che mi è tornata alla mente la vecchia (ma ricorrente) richiesta di stilare una bibliografia minima sulla sottile arte della Comunicazione Promozionale.

Senza pretesa di essere esaustivo, o illuminato da chissà quale esperienza pluriennale (sono, in fondo, un giovane vecchio di 34 anni), devo riconoscere che qualche buon libro mi è pur passato fra le mani. E allora perché non condividerlo? Magari risulterà utile a qualche altra anima prava che cerca di comporre il puzzle della propria formazione professionale.

Una premessa alla lista che segue è d'obbligo: la Pubblicità è solo una Parte del Marketing (con la P maiuscola non per indicare una presunta priorità, ma in riferimento alle 4P del Marketing Mix: Product, Price, Place, Promotion).
Credo però che un buon pubblicitario sia un professionista che sa di marketing, ancorato ad una visione ed una conoscenza ampia, fatta di strategie aziendali, scenari macro e microeconomici, politica, sociologia... insomma, "markettaro" non è un nomignolo dispregiativo, bensì un vezzeggiativo.
In questa chiave di lettura la mia proposta di bibliografia essenziale unisce numeri e parole, simboli e archetipi, materia e spirito.
 


I FONDAMENTALI: I LIBRI DI GEPPI DE LISO

  • Marchi - Tutto quello che occorre sapere (di Geppi De Liso)
  • Creatività & Pubblicità - Manuale di metodologie e tecniche creative (di Geppi De Liso)
Per cominciare, che siate neofiti o addetti ai lavori, non potete non leggere i libri di Geppi De Liso. In particolare "Marchi" è stata per me una lettura chiave, che mi ha consentito di fare notevoli passi verso l'elaborazione del concetto di Marketing Etico (di cui ho già scritto ampiamente su questo blog: "Marketing & Etica", "Ancora sul Marketing Etico", "Pubblicità etica: ossimoro o possibile strada per un nuovo tipo di comunicazione promozionale?").
Dei libri di De Liso, tra le tante caratteristiche positive, apprezzo molto l'approccio alla presentazione dei concetti, unico nel suo genere: un sapere enciclopedico reso accessibile da riferimenti pratici, casi di studio, immagini chiare e illuminanti.
Se volete leggere solo due libri, scegliete questi.

LA SOSTANZA: COSA DIRE + COME DIRLO

  • Mandategli un calzino solo (di Stan Rapp e Thomas L. Collins)
  • Neuromarketing - Attività cerebrale e comportamenti d'acquisto (di Martin Lindstrom)
  • Invertising - Ovvero, se la pubblicità cambia il suo senso di marcia (di Paolo Iabichino)
  • Lector in fabula - La cooperazione interpretativa nei testi narrativi (di Umberto Eco)
Ho volutamente unito libri tra loro molto diversi, per esprimere un unico concetto, molto importante: forma e contenuto nella pubblicità sono indissolubilmente legati.
Nel libro di Stan Rapp e Thomas L. Collins sono descritte tante idee geniali che hanno fatto la fortuna di aziende grandi e piccole, accomunate dalla centralità della strategia: non si sono limitate a fare della buona comunicazione, hanno scelto "cosa dire" in virtù di una strategia di marketing intelligente. Questo è un libro sul marketing, non sulla pubblicità, infatti; ma è anche un libro sulla creatività, che è alla base della buona pubblicità. Lo consiglio a chiunque voglia andare oltre i primi due libri.
Neuromarketing di Lindstrom vi farà capire qualcosa che già avrete iniziato ad intuire leggendo Rapp e Collins: il pubblicitario deve sapere come funziona la mente umana, altrimenti le sue idee non otterranno riscontri positivi. Con Lindstrom ci affacciamo in un mondo meraviglioso e pericoloso, per cui se leggete questo libro dovete leggere anche quelli al paragrafo IL FINE: IL BENE.
Invertising di Paolo Iabichino è utile per capire che la pubblicità, come tutte le forme di comunicazione, si evolve con la società. Per cui quello che puoi e devi dire oggi, così come la forma nella quale lo dici, è diverso da quello che dicevi ieri. La centralità del consumatore (che oggi è più corretto chiamare prosumer per ribadirne il ruolo attivo nel processo produttivo) impone alle aziende di puntare alla fiducia più che alla fedeltà, e quindi il fine ultimo della pubblicità è il consenso, non la persuasione (come è stato per decenni). 
In questa "inversione" di tendenza dell'advertising i nuovi media giocano un ruolo centrale, ma non ho voluto inserire libri al riguardo, perché... questa è pur sempre una bibliografia "minima".
Mi limito ad evidenziare che, per me, nel "COME DIRLO" è incluso il "DOVE". Senza arrivare all'estremizzazione arcinota di Marshall McLuhan ("il medium è il messaggio"), nella scelta della forma (che è parte integrante della sostanza, lo ripeto) il buon pubblicitario deve avere conoscenza di tutti i media.
In chiusura di questo paragrafo, vi consiglio Lector in fabula, del mio amatissimo Eco. Un libro che probabilmente non starebbe in una bibliografia minima-minima, ma che voglio inserire perché a me ha aperto gli occhi sulle possibilità offerte dal copywriting di alto livello: in una parola, ingaggio. Se, nella progettazione di un messaggio pubblicitario, siete in grado di coinvolgere il pubblico attivamente nell'interpretazione dello stesso, e di giocare su più livelli di significato, magari comprensibili in maniera incrementale da target diversi, allora siete sulla strada giusta per diventare dei buoni pubblicitari.

L'ANALISI: PRIMA DI PARLARE ASCOLTA

  • Il Fascino dei Numeri - Far crescere il business con i dati a disposizione (Dimitri Maex e Paul B. Brown – con un saggio di Paolo Iabichino, “Numeri e Parole”)
  • Freakonomics - Il calcolo dell'incalcolabile ( di Steven D. Levitt e Stephen J. Dubner)
Il libro di Dimitri Maex è perfetto per far parlare creativi e uomini del marketing. I primi non potranno (più) snobbare i secondi, perché i numeri sono davvero una risorsa chiave per capire come impostare qualsiasi comunicazione di successo. Ecco, un "markettaro", nell'accezione positiva che gli do io, è uno che ha letto Geppi de Liso e Dimitri Maex.
Il libro Freakonomics l'ho inserito qui più come "alert" che altro: non vi affidate al mero buon senso, a volte c'è bisogno di andare davvero a fondo dei fenomini sociali per capirne le relazioni di causa ed effetto. Capire, ascoltare il pubblico, è la priorità del buon pubblicitario.

LA MENTE: ANDARE IN PROFONDITÀ

  • Enciclopedia dei Simboli (collana Le Garzantine)
  • Dizionario Iconografico dei Simboli (Ino Chisesi)
  • Le 48 leggi del potere (di Robert Greene)
  • I livelli di pensiero - Come lavorare in profondità con la PNL per arricchire l'esperienza della vita (di Robert B. Dilts)
Non ho mai creduto che la coppia copywriter-grafico fosse la soluzione per la comunicazione pubblicitaria moderna (nella quale la parte visiva è spesso preponderante). Per questo credo che chi progetta messaggi pubblicitari deve conoscere il potere dei simboli e degli archetipi, perché sono in grado di muovere le persone più dei culi nudi (se li possono spiattellare in TV a tutte le ore, potrò permettermi di scrivere "culi" sul mio blog!). Questo senso hanno la Garzantina sui Simboli e il Dizionario Iconografico dei Simboli di Ino Chisesi (fate dei confronti fra i due, perché dicono a volte cose diverse, ma, lette insieme, vi possono "illuminare").
Al di là della parte visual, il simbolo è intrinsecamente legato alla funzione "vera" della pubblicità, come ho già ricordato su questo blog.
Ma capire come funziona l'uomo è una sfida complessa, e a volte un buon manuale di strategia "antropologica" vi può tornare utile; per questo vi consiglio di leggere Le 48 leggi del potere di Robert Greene.
Per andare ancora più in profondità, non posso non citare Robert Dilts e i suoi livelli logici: capire cosa muove le persone vi farà pensare a messaggi davvero efficaci.

IL FINE: IL BENE

  • Avere o essere? (di Erich Fromm)
  • Per un'abbondanza frugale - Malintesi e controversie sulla decrescita (di Serge Latouche)
  • Il potere della Kabbalah - Una tecnologia per l'anima (di Yehuda Berg)
  • Wumenguan - I precetti segreti dei koan zen (di Thomas Cleary)
Ora che siete dei pubblicitari con i superpoteri, non posso che ricordavi che a questi poteri corrispondono grandi responsabilità (sì, anche Spider-Man si merita una citazione). Questo è il senso dei titoli che vorrei consigliarvi in chiusura di questa Bibliografia Minima del Markettaro.
Erich Fromm è un classico, ma proprio per questo sempre attuale: ricordatevi che è possibile promuovere la modalità "dell'essere"; anzi, mai come in questi tempi è, insieme, necessario e vincente come strategia.
Con Latouche vorrei ricordarvi che il fine non è mai "vendere di più", ma costruire un mondo migliore.
La Kabbalah di Berg vi renderà degli esseri spirituali, anche se non lo siete, e per forza di cose opererete su un piano di Luce.
I koan zen servono ad aprirvi la mente: solo se siete illuminati potrete illuminare gli altri (che è quello che avviene quando comunicazione creativa e prodotto/servizio sponsorizzato sono entrambi pensati nel piano della Luce).

LA CHIUSURA: DUE LIBRI BONUS

  • Quotations of David Ogilvy - (della Ogilvy & Mather)
  • Lire 26.900 (di Frédéric Beigbeder)
Col paragrafo precedente mi sono reso conto che stavo sparando troppo in alto, col rischio di non essere preso sul serio. Allora ho deciso di chiudere con due libri bonus, che hanno due scopi: il primo vi farà amare la pubblicità, perché le citazioni di uno dei più grandi pubblicitari di tutti i tempi vi faranno desiderare di emulare la sua sagacia; il secondo, invece, ve la farà odiare.
Il libro di Beigbeder, anche se è un romanzo di fantasia, mette in luce tutto il buio che c'è in questo mondo. Chiudo quindi con una citazione tratta da quest'ultimo libro, perché vi farà prendere in seria considerazione i libri consigliati al paragrafo precedente.   :-)

«Sono un pubblicitario: ebbene sì, inquino l'universo. Io sono quello che vi vende tutta quella merda. Quello che vi fa sognare cose che non avrete mai. (...) Io vi drogo di novità, e il vantaggio della novità è che non resta mai nuova. C'è sempre una novità più nuova che fa invecchiare la precedente. Farvi sbavare è la mia missione. Nel mio mestiere nessuno desidera la vostra felicità, perché la gente felice non consuma.» 
(da Lire 26.900 di Frédéric Beigbeder)

21 agosto 2016

Bibliografia minima del markettaro (Capitolo I)

Spesso mi hanno chiesto consigli sui libri da leggere per diventare pubblicitari, quasi che il "markettaro" fosse una professione che si può apprendere leggendo qualche manuale.
Ovviamente ho sempre scosso la testa e mancato di indicare titoli, perché in fondo convinto che la magia della comunicazione creativa si imparasse per altre vie più ardue e meno lineari di una bibliografia (minima o massima che fosse).

La risposta didascalica (in realtà profondamente evasiva) era per lo più la seguente: qualsiasi libro contribuisce a formare la cultura di una persona e perfino il suo "essere" più autentico; per questa ragione ogni libro in cui ci si imbatte può rivelarsi essenziale al raggiungimento di competenze importanti nel mondo della pubblicità, quali creatività, senso dello humour, gusto estetico, antropologia, psicologia ed etica, solo per citarne alcune.
Quindi leggi quel che vuoi, ma leggi, leggi tanto e spazia più che puoi in generi, temi e autori.

Ricordo una volta, in particolare, che il confronto con alcuni studenti di un istituto superiore mi rese ancor più certo che si possono sfornare grandi pubblicità a prescindere dai libri letti sul tema dell'advertising.
Stavo tenendo un corso della durata di un paio di mesi, il pretenzioso fine era fornire nozioni di "Web Marketing e Comunicazione Creativa". Durante il modulo di Comunicazione Creativa, con mia grande gioia, gli studenti sfornarono una buona pubblicità, completamente frutto del loro estro creativo.
Ve la riporto di seguito, perché la trovo valida ancora oggi.


A quei tempi Facebook indicava, nel proprio stream di attività social, gli "I Like" degli amici con la frase "A Tizio piace questo elemento" (ora superata da una grafica autoesplicativa che non necessita di frasi ridondanti). Ma "a quei tempi" l'adv era perfettamente comprensibile da chi usasse Facebook e conoscesse la favola di Biancaneve e delle mela avvelenata (meno di 1 miliardo di persone, all'epoca, ma comunque la totalità del target). Io avrei preferito solo la mela del logo Apple, nel visual, ma gli studenti vollero inserire anche il packshot, poiché nel briefing che avevo assegnato loro si parlava di promuovere un prodotto specifico.

Fatto sta che l'adv mi piacque molto e quando, a fine corso, le ragazze del gruppo più "creativo" (ebbene sì, erano tutte donne) mi chiesero consigli sui libri da leggere per diventare pubblicitari, non me la sentii di aggiungere saccenti indicazioni che avrebbero ottenebrato quelle menti brillanti, e me ne uscii con la risposta standard di cui sopra.

Ma allora perché questo post si intitola "Bibliografia minima del markettaro"??
Perché con l'età che avanza e l'estate che va finendo si può anche cambiare idea...

[Continua ...]

21 giugno 2016

BREXIT o REMAIN? Comunque vada, sarà un insuccesso. L'insuccesso dell'Europa.

Sull'imminente referendum che tiene mercati e politici europei col fiato sospeso, il primo commento che sento di dover fare è che abbiamo perso tutti.
Prima ancora di conoscere il risultato, chiunque abbia a cuore l'Europa come comunità di popoli e di sistemi economici, dovrebbe ammettere che il sogno è finito. L'Europa ha perso.



L'attuale difficoltà di far fronte all'emergenza immigrazione è solo lo specchio di una diffidenza per "l'altro" che è iniziata dentro i confini europei, fra gli stati membri, appena sono sorte le prima difficoltà economiche e il sistema non ha risposto adeguatamente.

Dove ha fallito, quindi, l'Unione Europea?
Su più fronti, a mio avviso. 
Non è riuscita a creare una politica estera comune, non ha generato risparmi di gestione nei bilanci statali, non è stata una soluzione alla crisi economica (anzi, l'ha accentuata negli stati in difficoltà), non è stata capace di creare sinergie funzionali al tessuto imprenditoriale, né, infine, ha generato alcuna solidarietà fra stati nella gestione dell'immigrazione. 
E per gli stati "benestanti" è stata comunque un limite (non compensato da benefici) alla disinvoltura con cui erano soliti approcciarsi allo sfruttamento delle risorse naturali e del mercato finanziario (è il caso della Gran Bretagna, seconda solo alla Germania per egoismo e opportunismo).

Da dove ripartire, quindi?
Dall'egoismo del singolo individuo, che è l'egoismo della classe politica, che è l'egoismo miope degli stati membri. Ci vogliono regole e meccanismi che creino "la convenienza" a rimanere nell'Unione Europea. Viviamo in un'epoca di morte degli ideali ed è in questi momenti che gli idealisti devono creare le condizioni per aggregare in modo non manifesto il consenso attorno ad obiettivi nobili, pur indicando strade "di comodo".
Non credo nell'intelligenza della maggioranza, ma credo nella democrazia.
Per funzionare la democrazia necessità di minoranze illuminate che si facciano carico di indicare la strada. È un tema ampio, di cui prima o poi tratterò in un articolo dedicato, ma per il momento mi limito a spiegare il concetto con un esempio: non dobbiamo spiegare al pescatore gallese perché è giusto rimanere in Europa, gli dobbiamo dire perché gli conviene; ed il motivo per cui glielo diciamo, è perché è giusto.  

Per questo l'Europa deve attrezzarsi con strumenti equi di armonizzazione del sistema economico comunitario, che convengano a tutti, che siano giusti sul piano etico e funzionali sul versante macro e microeconomico.

Liquidità Distribuita, libro di Alessandro Nosei
La Liquidità Distribuita, di cui scrivevo pochi giorni fa, è una risposta concreta a questa necessità. Io credo che un meccanismo come quello previsto nella LD sia realmente "fondativo" di una comunità economica, perché creerebbe, insieme, sinergie economiche e sociali.
L'Europa deve affrettarsi a dotarsi di strumenti di politica monetaria di questo tipo, perché non ha una seconda possibilità.

Mario Draghi, Christine Lagarde e tutti i tecnici a governo dell'economia mondiale dovrebbero ammettere che, con gli strumenti convenzionali finora adottati, non hanno né aumentato il benessere complessivo dell'umanità né creato alcuna equità distributiva. Quindi cosa aspettano ad aprirsi al nuovo?

Un'ultima considerazione: se non lo fanno loro (i potenti, i tecnici, i politici), potremmo essere noi "uomini di buona volontà" a creare dal basso un movimento capace di imporre all'attenzione pubblica il tema delle politiche economiche sistemiche, perché in esse c'è la via di uscita dalle crisi economiche e sociali che il mondo sta subendo ora più che mai.