Cerca nel blog

Visualizzazione post con etichetta Storia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Storia. Mostra tutti i post

20 maggio 2026

20 anni di questo blog. Venti anni di pensieri "in viaggio", alla ricerca di un senso.

20 maggio 2026 - 20 maggio 2006


Vent'anni fa, il 20 maggio 2006, aprii questa pagina bianca e scrissi le prime parole di quello che ho chiamato Whole World Trip...Un "blog di viaggio", sì, ma dove il viaggio non era mai solo geografico. Era filosofico, politico, economico. Era dentro e fuori. Era nel mondo e nel tempo.

Oggi, guardando indietro, vedo qualcosa che non sapevo di stare costruendo: un archivio della mia coscienza intrecciata con quella collettiva. Un diario pubblico nel quale le mie osservazioni (o ossessioni) personali finivano sempre per incontrare quelle di un'epoca intera.



I numeri di un viaggio lungo vent'anni

Prima di tutto, i numeri: circa 450 articoli pubblicati in venti anni, con una distribuzione molto irregolare che racconta da sola la storia di questo blog.

AnnoPost
200633
200733
2008        35
200938
201031
201135
201272 (picco assoluto)
201340
201411
20155
201612
20175
20183
20194
20203
20213
20222
20231
20243
20251
20262 (incluso questo post)

La curva discendente non è pigrizia. È cambiamento di vita: la fondazione di GESTA nel 2012, le figlie che arrivano, il lavoro che assorbe. Ma anche una maggiore consapevolezza: quando scrivo, voglio avere qualcosa di reale da dire. La quantità ha lasciato spazio alla densità.


2006–2009: Gli anni dell'esplorazione. Il mondo pre-crisi.

Ho iniziato questo blog nell'anno in cui lìItalia vinceva i Mondiali di calcio e il paese ancora non sapeva di essere sull'orlo di una crisi strutturale. Il mondo era in espansione, Google era giovane e glorioso, Facebook muoveva i primi passi globali.

Io ero a Cambridge, a Pisa, a viaggiare. Il blog nasceva come diario di quella irrequietezza: Perché questo Blog era la domanda, e la risposta era il viaggio stesso — fisico, intellettuale, sentimentale. In quegli anni scrivevo di tutto: di partenze difficili, di adii sulla soglia di casa con le valigie in mano (Addio Pisa). Scrivevo di BMW Motorrad che si interessava al mio progetto di girare il mondo in moto. Di Cambridge, delle persone incontrate, di ministri e principi.

Erano anni in cui il web era ancora un posto dove si scriveva per passione, non per algoritmo. In cui un blog poteva ambire ad essere una piccola comunità di pensiero libero.


2010–2012: La grande crisi. End of the World Economy.

Nel 2008, Lehman Brothers collassava. Nel 2010, la Grecia chiedeva il salvataggio. Nel 2011, l'Italia rischiava il default e Berlusconi cadeva sotto la pressione dei mercati. Lo spread era diventato la parola che tutti pronunciavano a cena.

Io stavo guardando tutto questo, e nel 2012 — l'anno più prolifico della mia storia da blogger con 72 post — ho scritto quello che considero il progetto più ambizioso di questo blog: End of the World Economy, un "manuale di economia della fine del mondo" in 31 capitoli, pubblicati ogni giorno dal 21 novembre al 21 dicembre 2012, il giorno della presunta fine del mondo secondo il calendario Maya.

Era ironia, certo. Ma era anche una riflessione serissima. Attraverso lo spettro dell'apocalisse ho parlato di Adam Smith e della divisione del lavoro, della speculazione finanziaria e dell'effetto leva, dei titoli derivati che avevano quasi distrutto il sistema economico globale. Ho parlato di cosa succede all'uomo quando viene privato della fiducia nelle istituzioni, quando il "sentiment" — termine tecnico della finanza comportamentale — crolla insieme agli spread. Ho parlato della Ricchezza delle Nazioni per spiegare come, in un mondo chiuso su se stesso, si produca solo povertà.

E, nel mezzo di tutto questo, ho parlato di emozioni, di speranza, di lentezza, di libri da portare nel rifugio anti-apocalisse. Perché la crisi economica del 2008-2012 non era solo un fatto tecnico: era una crisi etica e morale, una messa in discussione dei fondamenti su cui avevamo costruito un modello di sviluppo insostenibile.

Cosa abbiamo imparato dalla Fine del Mondo — il Capitolo 31 — era una lista di 31 lezioni. La prima: che la specie umana si avvia verso l'estinzione, ed è solo questione di tempo. L'ultima: che forse non abbiamo imparato niente, ma almeno ci abbiamo provato.


2013–2015: Politica, economia, web. Il mondo si digitalizza.

Passata la psicosi della fine del mondo, il mondo non era finito. Ma era cambiato. In Italia si votava con il Porcellum, nasceva il Movimento 5 Stelle, Renzi scalava il PD. In Europa si continuava a litigare sull'austerità.

Io fondavo GESTA e cominciavo a scrivere con più consapevolezza professionale. Il blog diventava anche uno spazio per ragionare su SEO, web marketing, nuovi domini gTLD, la filosofia dell'information technology. Mi chiedevo perché ci volessero dei filosofi che si occupassero degli standard del web. Non era una domanda retorica, era un auspicio.

Il volume dei post calava, ma la riflessione aumentava. Meno diari, più saggi.


2016: Il referendum Renzi-Boschi. L'Italia conservatrice.

Il 2016 è stato, a livello globale, l'anno delle scosse tettoniche: la Brexit, l'elezione di Trump, la crisi della politica tradizionale in tutto l'Occidente. In Italia, il referendum sulla riforma costituzionale di Renzi-Boschi.

Ho scritto Arianna, il futuro avrà i tuoi occhi pensando alla mia bambina appena nata e ho votato Sì, spiegando la differenza tra leader e follower, tra chi vuole cambiare e chi difende lo status quo. Il No ha vinto. L'Italia era — ed è rimasta — fondamentalmente conservatrice.

Ci pensavo anche dieci anni dopo, scrivendo del Referendum sulla Riforma della Magistratura nel marzo 2026: stessa dinamica, stesso Paese, stesso fronte trasversale del No. L'Italia non è cambiata. O forse sono io che non ho smesso di sperare che cambiasse.

Sempre nel 2016 ho contribuito alla pubblicazione e promozione della teoria della Liquidità Distribuita, una proposta di politica monetaria per stabilizzare i sistemi economici complessi senza sperequazioni. L'ho presentata a Carlo Calenda, che l'ha trovata interessante, ma non si è mai impegnato veramente a capirla. La sua ascesa politica era ancora di là da venire e ne ho parlato in parte successivamente sempre su questo blog.


2017–2020: Pochi post, molti eventi. La politica prima di tutto.

Gli anni del populismo trionfante — Salvini, Grillo, poi la caduta dei governi gialloverde e giallorosso, la pandemia. Io scrivevo poco, ma quando scrivevo era quasi sempre di politica. Il blogging si era fatto più raro e più personale.

Nel 2019 ero al Congresso di Volt Italia a Firenze e incontravo Carlo Calenda. Nel 2020 scrivevo con il mondo chiuso in casa, la pandemia che tutto travolgeva, e il blog era uno dei pochi spazi in cui cercavo di mettere ordine nel caos.


2021–2024: Amici, viaggi, intelligenza artificiale.

Nel 2021 scrivevo dell'incontro con il Principe Filippo d'Inghilterra, avvenuto quindici anni prima nella Old Library del Gonville & Caius College di Cambridge, quando ero "guardian degli orti" e lui veniva a conferire la laurea honoris causa al Premier indiano. Buon viaggio Filippo, al prossimo gin: un omaggio a un incontro che durava pochi minuti e che le mie figlie avevano trasformato in leggenda familiare.

Nel 2022 mi fermavo a fare una retrospettiva professionale a quarant'anni. Capivo che la vera libertà non è non rispondere al telefono la sera, ma avere chiara la propria missione. Capivo che a volte è meglio poco inchiostro su carta che migliaia di gigabyte nel cloud.

Nel 2023 l'intelligenza artificiale irrompeva ovunque. Io scrivevo di SEO nell'era dell'AI, di come si stesse passando dalla ricerca alla domanda, dall'informazione alla risposta. Nel 2024 coniavo il termine AI Stuffing per descrivere il fenomeno dei contenuti spazzatura generati con i modelli di linguaggio — una patologia della nostra epoca che rischia di far perdere all'umanità più tempo di quanto gliene faccia guadagnare.


I temi ricorrenti: un filo rosso attraverso vent'anni

Guardando indietro, vedo che ho scritto sempre delle stesse cose, in modi diversi:

La politica e il riformismo. Ho votato Sì a tutti i referendum progressisti, ho sostenuto prima Renzi e poi Calenda, ho criticato il populismo da destra e da sinistra. Mi identifico con la Sinistra come sistema di valori, non come partito. In Italia, questi due mondi non si sono mai incontrati davvero.

L'economia come fatto etico. La crisi del 2008, l'End of the World Economy, la Liquidità Distribuita: ho sempre pensato che l'economia non sia una scienza separata dalla morale. Che il modo in cui organizziamo gli scambi di valore dica chi siamo come società.

Il web e la comunicazione. Ho visto nascere i social media, la SEO, i blog, i podcast, gli LLM. Ho sempre cercato di capire cosa succede quando lo strumento cambia il messaggio — e quando il messaggio smette di avere valore perché lo strumento lo produce senza sforzo.

I viaggi come forma di conoscenza. Cambridge, la Scandinavia, gli USA, Pisa. Ho sempre creduto che spostarsi fisicamente sia un modo per spostarsi mentalmente. E che restare fermi, invece, sia a volte la scelta più coraggiosa.

La poesia come resistenza. Il Poetry Corner non è mai stato un ornamento del blog. Era — ed è — la sua anima più vera. Quando le parole non bastano a spiegare, i versi arrivano dove la prosa non riesce.

Gli amici e i lutti. Ho scritto di amici, ho scritto di chi se n'è andato. Forse scrivere è stato anche un modo di curare il dolore. Perché chi ci lascia merita di essere ricordato e amato nel ricordo.


Vent'anni dopo: cosa rimane

Rimane questo blog, con le sue imperfezioni e i suoi silenzi. Rimane la certezza che scrivere in pubblico — davvero, senza la rete di protezione dell'anonimato — sia un atto di responsabilità. Ogni articolo pubblicato qui è firmato, datato, verificabile. È parte di un archivio della coscienza.

L'Italia del 2026 assomiglia all'Italia del 2006 più di quanto vorrei ammettere. Il mondo del 2026 assomiglia a quello che descrivevo nella serie di post catalogati come End of the World Economy nel 2012. Oggi viviamo guerre all'epoca impensabili; la Russia che invade l'Ucraina (24 febbraio 2022), Israele che vuole cancellare i palestinesi e invade Striscia di Gaza (27 ottobre 2023) e Libano (1° ottobre 2024), gli Stati Uniti che attaccano l'Iran insieme ad Israele (28 febbraio 2026). Ad oggi sono più di 4 anni di guerre internazionali delle quali non si vede la fine, senza contare gli innumerevoli altri conflitti nel globo, meno mediatici ma ugualmente devastanti.
Raramente scrivo di guerra, perché non voglio dare energia a questo concetto assurdo. Ma il mondo che  immaginavo si avvicina sempre più, proprio a causa di questa divisione, questo pensare che l'Altro sia altro. L'Altro siamo noi. Ontologicamente. 

Ma veniamo al mio lavoro, altro filone ricorrente in questo blog, e parliamo di AI. L'intelligenza artificiale sta facendo alla comunicazione quello che la crisi finanziaria del 2008 e il post-covid hanno fatto all'economia: liberare potenze enormi (tramite iniezioni di liquidità con creazione di debito) senza che nessuno si sia preoccupato abbastanza delle conseguenze etiche e di impatto sulle generazioni future.

Di fronte a questi scenari, rimane la voglia di guardarli con lucidità, senza pessimismo, ma con l'intento di cogliere qual è la sfida trasformativa che mi sollecitano; perché il perimetro di azione su cui abbiamo potere è tutto interiore, ed è una delle poche cose che ho capito, dopo 20 anni di ricerca di senso. 

Mi auguro di poter continuare a scrivere su questo blog, condividendo più domande che certezze forse, ma con autentico spirito di apertura alle idee altrui. Rileggendo molti post, infatti, mi sono reso conto che erano mossi dalla voglia di affermare un'idea, criticandone un'altra. Spero che in futuro possa essere più aperto alla condivisione autentica, senza forme di prevaricazione dell'Altro. Che sono io, che siamo noi. L'apertura di cuore è la via per canalizzare l'amore. E c'è bisogno di amore in questo mondo. 

Luca Martino
20 maggio 2026 — Figline Valdarno

9 aprile 2021

Buon viaggio Filippo, al prossimo gin

La vita è un'avventura fantastica.

Di questa avventura fantastica, a volte, ci dimentichiamo di coglierne la magia. Come la magia delle coincidenze, delle sincronicità che ci fanno apprezzare un momento, degli incastri tra vite lontane che per un frangente si incontrano.

Accadde a noi Filippo, poco meno di 15 anni fa.


Nel 2006 fui scelto per servirti un tè nella Old Library del Gonville & Caius College , in occasione della cerimonia in cui conferisti la laurea honoris causa al Primo Ministro indiano, Manmonah Singh.

Ho raccontato di noi alle mie figlie, quando con me hanno visto la serie The Crown su Netflix e si sono appassionate alla Famiglia Reale inglese.
Perché un padre non può mancare di apparire agli occhi delle proprie figlie come "l'eroe" che ha incontrato il Principe Filippo, marito della Regina Elisabetta. Loro che sognano di principi e regine ogni giorno.
A dire il vero, il mio onesto racconto non ha mai ingigantito il ruolo di mero cameriere che ebbi, ma ha sortito comunque l'effetto sperato, che posso sinteticamente riassumere col concetto: il Principe Azzurro esiste, e io l'ho conosciuto.
Avrò quindi il sacrosanto diritto di porre un veto su qualsiasi pretendente che non possa vantare il tuo lignaggio. E, credimi, con quattro bellissime figlie è il massimo potere cui un padre possa aspirare.

In queste settimane progettavamo di scriverti una lettera di auguri per i tuoi 100 anni, perché, sebben solo "guardian degli orti", le nostre vite si sono incontrate per pochi minuti, ed era mia intenzione trasmettere alle bambine "la magia" di questi incontri nella Vita.

Quella lettera rimane incompiuta, come il tè che non ricordo accettasti. Si diceva preferissi il gin, ma, se ti ha fatto arrivare a quasi 100 anni, allora che gin sia.

Buona Vita, Filippo. Che il mio splendido ricordo di quell'incontro possa valerti come moneta da dare a Caronte.


"... e vissi in Menfi un tempo, e ne la reggia fra i ministri del re fui posto anch'io, e benché fossi guardian de gli orti vidi e conobbi pur LE GIUSTE corti."



24 giugno 2016

L'Inghilterra che mi ricordo e la sbornia del dopo Brexit

Il risultato del referendum in Gran Bretagna mi ha riportato alla mente due distinti periodi della mia vita nei quali ebbi modo di conoscere bene quel popolo che oggi è sotto gli occhi e sulla bocca di tutto il mondo.
Un popolo incredibilmente più complesso dell'immagine che ha saputo "vendere" agli altri stati.

Nell'estate dei miei 18 anni volai con un amico in Inghilterra. Il patto con i nostri genitori era chiaro: avete i soldi per una settimana, dopo di che tornate in Italia. Trovammo lavoro dopo pochi giorni e restammo a Londra per due mesi.
Il mio inglese migliorò sensibilmente, ed anche la mia autostima: Londra era la città dove chiunque poteva trovare una via, una sua realizzazione. Feci il "sostituto" lavapiatti all'inizio, poi un po' il cameriere, infine mi dirottai in periferia per fare il muratore.
Nei weekend andavo in Trafalgar Square e mi chiudevo nella National Gallery. Passavo ore e ore a guardare i dipinti dei maestri italiani, rendendo grazie a quella illuminata nazione che mi consentiva di farlo gratuitamente.
Guadagnavo tanto e potei licenziarmi con una settimana di anticipo rispetto al rientro in Italia; investii quel tempo libero andando in giro per musei.
Questa era l'Inghilterra del nuovo millennio (correva l'anno 2000).

Mi capitò di tornare nel Regno Unito per un periodo di tempo più lungo. Era il lontano 2006 ed avevo scelto come meta Cambridge.
Lavoravo contemporaneamente in un ristorante italiano, in un'agenzia di lavoro interinale e in un college. Per lo più era proprio in quest'ultimo luogo, il Gonville and Caius College, che passavo più tempo. Mi sentivo accettato dalla comunità locale di "immigrati" ed anche dai ricchi studenti inglesi, che beneficiavano della mia conoscenza dei vini italiani nelle loro cene di gala.
Fu un periodo bello e intenso (lavoravo anche 18 ore al giorno, dormendo pochissimo), ma vi posi termine decidendo di tornare in Italia: in ultima istanza, mi ritrovai a pensare che non aveva molto senso vivere in Inghilterra per servire cibo italiano, consigliare vini italiani e nel tempo libero andare nei musei ad ammirare le opere di artisti italiani.

Posi così fine alla mia permanenza in Gran Bretagna, ma ho continuato a portarla nel cuore, più che mai in questi ultimi tempi. Ho ancora amici che vivono lì, e non potevo vivere questo referendum in maniera neutra.

Alla vigilia della giornata referendaria ho scritto che, indipendentemente dal risultato, ci sono delle colpe del sistema-Europa che vanno affrontate. E lo confermo, ora che è sancita la BREXIT e che si aprono scenari inquietanti per tutti i cittadini dell'UE.
Ma vorrei attribuire qualche colpa anche a quella popolazione (per lo più anziana, disinformata e opportunista, ci dice l'analisi del voto) che ha spaccato il Regno Unito e ha portato a questa situazione di crisi planetaria.

Chi ha vissuto in Inghilterra ed ha bevuto almeno una volta una pinta di birra in un pub non turistico, di quelli dove incontri la classe operaia vera, non può essere sorpreso dal risultato di questo referendum. Mi ricordo benissimo la diffidenza con cui ci trattavano (noi forza lavoro europea, qualificata e a basso costo), così come ricordo che tutti i datori di lavoro che ho avuto preferivano un italiano ad un inglese: se c'era da lavorare tanto e senza fare storie, un italiano o un polacco erano meglio di qualsiasi giovane inglese. Non è superfluo aggiungere che ogni singola ora di lavoro che ho svolto sul suolo britannico era in regola, pagata bene, e con tutti i diritti che ne conseguivano.

Proprio per questo "virtuoso sfruttamento" apprezzavo l'intelligenza dell'Inghilterra, che apriva le porte a chiunque avesse da offrire qualcosa al proprio sistema economico, pur rimanendo gelosamente se stessa.
Cosa è successo, quindi, ai miei amici inglesi per arrivare a questa scelta?

Forse hanno solo dato voce ai loro istinti peggiori, quelli che hanno sempre avuto dentro, ma che fino all'altro giorno tenevano a freno. Di quelli che sono soliti sfogare solo il venerdì sera, dopo pinte di birra o bicchieri di gin, nella "sicurezza" di una strada, non certo dentro un'urna.

Ci sono studiosi che affermano che l'intera Rivoluzione Industriale, senza il gin, non sarebbe stata possibile. Lavorare come schiavi 5 giorni a settimana, reprimendo ogni istinto fino al venerdì sera (momento di libero sfogo di qualsiasi frustrazione), era una prassi voluta e favorita dal sistema capitalistico dell'Inghilterra del XVIII secolo (che non a caso aveva inserito il gin nel salario degli operai).

La Gran Bretagna è un paese con sacche di ignoranza incredibili, mancanza di visione di insieme (sul piano nazionale, figurarsi quindi sul piano europeo), paure ed egoismi radicati.
Quindi, semplicemente, quello della permanenza nell'UE non era un tema su cui fare un referendum. E sicuramente non doveva essere consentita una campagna di comunicazione pro-Brexit il cui messaggio era: è venerdì sera, i pub sono aperti e se votate BREXIT avremo gratis birra e gin a fiumi!

Perché la sbornia del giorno dopo è toccata a milioni di ignari e innocenti cittadini europei.

La famosa e osannata foto di Joel Goodman, che ritrae scene di strada a Manchester, nell'ultima notte del 2015. Una foto bellissima, con luci e ombre perfettamente bilanciate, personaggi che sembrano appartenere ad un quadro rinascimentale, pose plastiche quasi michelangiolesche. Il preludio di un 2016... col botto.



31 gennaio 2016

Io consumo, tu consumi, egli consuma... Voce del verbo Essere.

Qualche settimana fa un amico mi ha coinvolto, insieme ad altri amici e conoscenti su Facebook, nel fare un piccolo esercizio collettivo: ci ha invitato a fare una riflessione sugli aspetti che hanno caratterizzato i consumi del decennio 2000-2010 e su quelli che li caratterizzano oggigiorno.
L'idea partiva da una matrice che aveva compilato "nel millennio scorso", durante un corso di Marketing, che provava a sintetizzare logiche, tempi di consumo e caratteristiche principali dei prodotti consumati:

EPOCALOGICA DI CONSUMOTEMPI DI CONSUMOTIPI DI PRODOTTO
anni '60Funzionale-AcquisitivaObbligatiIntegrativi
anni '70Critico-TrasgressivaAlternatiTrasgressivi
anni '80Teatrale-OstentativaAccelerati/ImpulsiviPer apparire
anni '90Affettivo-identificativaRiflessivi/ConsapevoliMaieutici

La domanda era quindi: cosa diremmo, oggi, dei comportamenti degli ultimi due decenni?

Inizialmente ero dubbioso che fosse possibile fare una tale sintesi. Troppo difficile, soprattutto perché lo schema proposto parlava di un mondo "occidentale", che però negli anni è diventato sempre più globale (tanto per fare un esempio, nel 2000 la Cina viveva le caratteristiche di consumo proprie dei nostri anni '80).
Comunque ho deciso di provarci, focalizzandomi solo sul contesto europeo, per ovvi motivi di conoscenza e reale opportunità di sintesi.
Il risultato della mia riflessione è rappresentato in questa tabella:

EPOCALOGICA DI CONSUMOTEMPI DI CONSUMOTIPI DI PRODOTTO
anni 2000EsplorativaProcrastinatiPotenzianti
anni 2010CompensativaPervasiviEsperienziali

La riflessione che mi ha portato a dare queste risposte è la seguente.
Dal 2000 al 2007-2008, l'accelerazione tecnologica, unità al potere informativo del Web (e al miglioramento dei motori di ricerca), ha creato una pluralità di opportunità di acquisto utili/inutili che hanno indotto i consumatori in una trance-esplorativa che non si è del tutto esaurita. Bisognava provare qualsiasi novità, in qualsiasi settore. Gli e-commerce ci hanno consentito di esplorare qualsiasi categoria merceologica e la caratteristica principale dei prodotti era la promessa che "questi ci avrebbero potenziato". Abbiamo imparato ad aspettare la consegna di un prodotto, pur di essere "potenziati", abbiamo imparato a fare ricerche su ricerche (online e offline, cross-device e cross-media) per trovare la novità al miglior prezzo. Potevi fare di più col tuo smartphone, avere più tempo se il robot spazzava al tuo posto, potevi affrontare una tormenta di neve col cappotto giusto, potevi sapere tutto su tutti con l'App giusta.
Poi credo che la crisi economica abbia indotto il Marketing a rifocalizzare le sua promessa dominante, facendo emergere innanzitutto il potere culturale-esperienziale dei prodotti. Si compra per "esperimentare nuove cose-situazioni-emozioni", perché non siamo più in grado di costruirci da soli le nostre esperienze (o anche perché la fase esplorativa degli anni precedenti ci ha insegnato che la UX è più importante della funzione d'uso).
Oggigiorno vedo comportamenti d'acquisto per lo più "compensativi", che cercano di colmare lacune relazionali, e questa caratteristica impatta anche sui tempi di consumo, che sono a dir poco schizofrenici. Ovviamente i dispositivi mobili hanno un certo peso in questi tempi pervasivi di acquisto e consumo (che ora si vogliono il più ravvicinati possibili, forse anche grazie all'innovazione sui tempi di consegna, introdotta da colossi come Amazon).

Questa, lo ripeto, è una "percezione soggettiva" e "geo-localizzata". Mi sono basato, infatti, sull'Italia e l'Europa per riuscire a trovare dei tratti emergenti (perché la globalizzazione dei consumi non vuol dire la globalizzazione delle motivazioni al consumo!).

Ma ero curioso di vedere se fossero emerse, dalla riflessione collettiva, altre caratteristiche comuni tra le idee raccolte in "crowdsourcing". Di fatto, lo ritenevo un esercizio di "percezione" e arrivare a fare una tabella "oggettiva" mi appariva molto difficile.
Non si tratta, infatti, di storia economica o del marketing, né di statistica sui consumi. Quello che possiamo scrivere sulle logiche di consumo, sui tempi e sui prodotti, ha a che vedere, a mio avviso, quasi esclusivamente con la percezione: come ognuno percepiva e percepisce il proprio lavoro (per i markettari come me e gli amici coinvolti nell'esercizio) o i propri comportamenti d'acquisto (come consumatore). Ed in questo esercizio di auto-analisi ci sono inevitabili approssimazioni, riconducibili ad almeno tre fattori: memoria (prospettiva storica diversa fra i due decenni), contesto (città, amici, clienti, ecc.), punto di vista (dove lavoravo, come mi sentivo in quegli anni, come vedevo/studiavo il mondo, ecc.).

In effetti la matrice finale è risultata molto varia, pur con qualche tratto simile (in grassetto):
[Grazie a Paolo Pascolo di Imille per l'interessante esercizio e la condivisione dei risultati]


Ma la vera riflessione che questo esercizio mi ha indotto a fare riguarda un perché più profondo che sottostà alle logiche di consumo.
È evidente, infatti, che nell'ultimo mezzo secolo si sia affermato un trend verso consumi slegati da ogni bisogno primario (prima colonna della tabella). C'è, in questo, una "normale" scalata della Piramide di Maslow (ne ho scritto al Capitolo 4, della serie di post "End Of The World Economy"). Ma c'è anche di più.
Abbiamo definitivamente deciso di affidare ai consumi l'espressione del nostro Essere. E ci stiamo dimenticando via via di "essere". Non ne conosciamo più il senso.

Nel libro "Consumo, dunque sono" il sociologo e filosofo Zygmunt Bauman tende a leggere i comportamenti dell'individuo occidentale come conseguenza del passaggio dalla "Società dei Produttori" alla "Società dei Consumatori". Ma, a mio avviso, c'è anche una scelta, più o meno consapevole, dietro la trasformazione.
In "Avere o Essere?" Erich Fromm riteneva le modalità dell'Essere e dell'Avere alternative e contrapposte: qualsiasi comportamento poteva sostanziarsi in una delle due forme (che non necessariamente avevano a che vedere con i consumi, ma potevano essere modalità applicate a qualsiasi comportamento). Io credo che l'applicazione della "modalità dell'Avere" nella Società dei Consumatori sia stata una scelta di massa, che ha generato una dimenticanza diffusa e sistemica della "modalità dell'Essere". Una scelta di comodo, certo, perché, se mi basta esprimere chi sono e cosa voglio dire/fare tramite il possesso o il consumo di un bene/servizio, allora posso dimenticarmi dello "sforzo produttivo" (inteso anche come sforzo espressivo del mio vero Essere).

C'è una colpa del Marketing in questa scelta dei consumatori? Forse sì, ma solo in parte. Quello che ha davvero generato il cambiamento è stato il proliferare dei beni di consumo (come quantità, qualità e gamma), che ha consentito sfumature di espressione altrimenti impossibili. Quindi non c'è, io credo, una vera e propria "colpa" degli operatori della Comunicazione, si tratta piuttosto di una conseguenza delle logiche produttive capitaliste (l'abbondanza di beni e servizi ha generato la possibilità di affidarsi ad essi per scopi che trascendevano il consumo).


Con il moltiplicarsi di brand e messaggi di comunicazione raffinati, il consumatore si è trovato davanti una paletta di colori davvero molto vasta. Nell'ultimo mezzo secolo sono esplose le possibilità di "dipingere" la propria esistenza con i colori più vari, comunicando agli altri ben più del proprio status: con i consumi riusciamo ad esprimere passioni, valori, ideali, cultura, desideri, stili di vita, convinzioni politiche e perfino religiose. Anche comprare Bio, Equo e Solidale oppure KM 0 è solo un'altra forma di delegare ai consumi la capacità di espressione del nostro Essere.
Consumiamo per essere e per dire chi siamo.

Cosa c'è di male in questa logica di consumo? Io credo una sola cosa: dobbiamo riappropriarci dello sforzo produttivo. Dobbiamo riappropriarci delle capacità di espressione attraverso l'atto creativo, attraverso la produzione/trasformazione di beni, materiali o immateriali.

E ovvio che non abbiamo i tempi, né le capacità, oramai, di creare autonomamente nemmeno un un millesimo di quanto consumiamo. Ma possiamo evolvere nello sforzo produttivo che affrontiamo nel quotidiano. Possiamo scrivere post per dire la nostra opinione, comporre musica per regalare un'emozione, o anche solo fare una playlist da condividere. Possiamo fare decine di scatti con il nostro smartphone e condividere solo quello realmente ben riuscito, perché ad esso affidiamo l'amore che abbiamo per gli altri (non quello che abbiamo per noi stessi - di cui spesso i selfie sono un perfetto esempio). Al lavoro possiamo "produrre" documenti di qualità, idee creative, siti web attenti alla User Experience. Possiamo cucinare per i nostri figli cose nuove e buone, invece di portarli a cena fuori (parentesi di autocritica). O meglio, possiamo anche scegliere di portarli a cena fuori per comunicare il nostro amore e la nostra voglia di fare festa, ma non possiamo delegare al solo atto di consumo l'espressione di gioia che vogliamo condividere. Dobbiamo metterci nella "modalità dell'Essere", per dirla con Fromm, anche nel consumo.

Si tratta, in ultima analisi, di essere più consapevoli di cosa ci spinge a consumare e, in questa nuova luce, recuperare capacità di relazione ed espressione del nostro Essere.

25 settembre 2015

La Volpe del deserto, la Volkswagen e altre storielle germaniche

I più assoceranno l'appellativo Volpe del deserto a Erwin Rommel, feldmaresciallo tedesco durante la Seconda Guerra Mondiale, a capo delle truppe germaniche in Africa.

Ma non è a Rommel che associo in questi giorni il nomignolo "Wüstenfuchs".
Lo associo invece ad Angela Merkel.
Rommel fu così soprannominato perché era scaltro, acuto, e perché muoveva la sua Panzer-Division fra le sabbie dei deserti nord africani.
La Merkel invece è una furbetta che si aggira per un deserto da lei stessa creato: il deserto dell'Unione Europea.


Raccontiamo però la storia per intero, perché può essere utile capire cosa la Germania stia facendo del "feudo Europa".

Con la vicenda Grexit i tedeschi hanno dimostrato di avere a cuore esclusivamente i propri interessi e di non essere in grado di concepire l'Europa come una confederazione di stati solidali tra loro. Ho ampiamente descritto le mie opinioni a riguardo ed ho fornito una ricostruzione storica delle motivazioni tedesche in un recente articolo (Le conseguenze economiche della pace e il fallimento dell'Europa Unita a guida neonazista).

Tuttavia il danno di immagine per "la Germania delle sanzioni e dei dictat" è stato ampio e di portata mondiale. I tedeschi hanno quindi ben pensato di sfruttare l'emergenza immigrazione per mostrarsi al mondo in una nuova veste.
Peccato che la fuga in avanti della Merkel, con l'apertura delle frontiere ai rifugiati siriani, abbia di fatto precluso la possibilità di una soluzione europea condivisa al problema del regolamento dei flussi migratori.

Scegliere di accogliere i siriani è stata una mossa dannosa per l'UE, ma astuta per la Germania.
Sono la popolazione che più di tutte necessita di aiuto a causa della guerra, e quindi agli occhi del proprio elettorato (che non necessariamente può capire quanto importante sia, per l'economia del Paese, mantenere la popolazione stabile o in leggera crescita) sono rifugiati con pieni diritti e non immigrati clandestini.
Inoltre, i siriani sono più facilmente integrabili rispetto agli immigrati di altre nazionalità: sono generalmente più ricchi, hanno un livello di scolarizzazione più elevato e possono quindi essere considerati anche una risorsa dal punto di vista professionale. Non è un caso che la Merkel, ospite recentemente al Salone dell'auto di Francoforte, abbia fatto un appello alle case automobilistiche tedesche, affinché assumano i rifugiati siriani. Appello subito e favorevolmente accolto dai costruttori.
In realtà è più probabile che siano state proprie le case automobilistiche tedesche a presentare negli ultimi anni le proprie esigenze al Governo, sottolineando l'urgenza di trovare manovalanza a basso costo.
Il tasso di crescita della Germania nel 2014 è stato - 0,18%. Ovvero la variazione media percentuale annua della popolazione è stata negativa. Il deficit di nascite e le emigrazioni non sono state compensate dai nuovi immigrati entrati nel Paese. Se si guarda agli ultimi dieci anni, dal 2004 al 2014, la Germania ha visto diminuire di oltre 1 milione e mezzo la propria popolazione.

Ecco che la scelta "di aprire le porte" ad una piccola e qualificata parte dei migranti, che in questi mesi si stanno riversando in Europa, trova una sua logica spiegazione (che non ha nulla a che vedere con lo spirito di solidarietà).

Quello che davvero infastidisce, però, non è il gesto in sé, che, fra le tante discutibili scelte di politica estera della Merkel, è forse il meno criminale. Il vero problema è che la Germania, per l'ennesima volta, non si sia curata di creare un percorso comunitario per la gestione della crisi. L'immigrazione è una sfida per tutto il Continente e necessita quindi di un approccio comunitario. Ci vogliono soluzioni capaci di creare consenso fra gli stati membri, non prese di posizione autarchiche.

C'è una relazione di causa ed effetto se all'operazione di facciata dei Tedeschi molti Stati abbiano risposto con la chiusura delle frontiere e l'innalzamento di muri.
Con la spaccatura consumatasi in questi giorni sul tema delle quote obbligatorie, forse la Merkel ha capito di aver sbagliato, ma ciò non le ha impedito di continuare a rifiutare un percorso politico vero, inclusivo di tutti gli attori coinvolti nell'emergenza che, ricordiamolo, è prima umanitaria e poi economica.

Se come Europa non abbiamo una politica finanziaria condivisa (vedi il caso Grecia), non abbiamo una politica estera comune (vedi Siria, Libia, ecc.), e nemmeno la lontana speranza di avere un approccio comunitario alla risoluzione dell'emergenza immigrazione, è perché la Merkel ha fatto un deserto attorno a sé.
L'Europa Unita è impossibile finché lasceremo la Germania libera di esercitare un potere che ha costruito sulla pelle di milioni di innocenti.

E qui veniamo ad un'altra storiella germanica.
Tempo fa mi recai ad Auschwitz, in pellegrinaggio, più che in visita. Fra le tante cose che mi rimasero impresse, ci fu edificio che ospitava una mostra di dipinti raffiguranti le industrie tedesche prosperate grazie alla guerra e all'uso dei deportati per la produzione a basso costo: Basf, Bayer, BMW, Daimler, Krupp, Siemens,Volkswagen e molte altre.
Si stima che furono oltre 8 milioni gli schiavi impiegati in più di 2500 aziende tedesche.


Il punto è questo: la potenza industriale tedesca è diventata tale barando, in tanti e diversi momenti storici. Il recentissimo scandalo della Volkswagen, che ha truccato le centraline delle proprie autovetture per aggirare le normative antinquinamento e continuare ad esportare in altre nazioni i propri prodotti, è solo l'episodio più recente di una storia costruita sulla sopraffazione, la menzogna e l'egoismo.
Cos'altro serve agli Stati membri per capire che questa Germania non può essere alla guida dell'UE?

Perfino Rommel pare che si sia ricreduto sul suo operato e abbia preso parte al tentativo, poi fallito, di uccidere Adolf Hitler. Ma sperare in una conversione della Merkel sembra cosa ben più difficile.

14 luglio 2015

Nessun uomo è un'Isola

La vicenda del salvataggio della Grecia, tristissima per chiunque creda nell'Europa come confederazione di stati alla pari, mi ha ricordato una citazione di John Donne, riportata da Ernest Hemingway come epigrafe iniziale del suo magnifico libro "Per chi suona la campana".
È un verso bellissimo, una riflessione importante, che dà il titolo al romanzo di Hemingway e ne costituisce, in ultima analisi, la chiave interpretativa.

Non so come mai mi sia venuta in mente sentendo i telegiornali di questi giorni. Forse perché Donne parla di Europa già 400 anni fa, forse per il percorso così "crudele" che ha portato a questo salvataggio in extremis, o forse perché il romanzo di Hemingway è ambientato durante la Guerra civile spagnola ed io ho recentemente ricollegato alle grandi guerre del secolo scorso le origini di certe ostilità che si sono manifestate nella vicenda del default greco.

Fatto sta che molti politici ed economisti in Europa non hanno ancora imparato questa lezione. 
Nessun uomo è un'Isola,
intero in se stesso.
Ogni uomo è un pezzo del Continente,
una parte della Terra.
Se una Zolla viene portata via dall'onda del Mare,
l'Europa ne è diminuita,
come se un Promontorio fosse stato al suo posto,
o una Magione amica o la tua stessa Casa.
Ogni morte d'uomo mi diminuisce,
perché io partecipo all'umanità.
E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana:
Essa suona per te.

John Donne (1573-1651)


5 luglio 2015

Le conseguenze economiche della pace e il fallimento dell'Europa Unita a guida neonazista

La prima riflessione, dopo mesi di assenza da questo blog, va a quello che sta vivendo l'Europa. Partendo però dall'esperienza personale, che inevitabilmente filtra ogni fatto, ogni evento, come se fossero degli occhiali colorati sempre calati sugli occhi, che rendono tremendamente soggettiva ogni osservazione della realtà.
Questo incipit è quindi una dichiarazione di faziosità del sottoscritto. Non pretendo di avere la verità e non griderò la mia come se fosse l'unica possibile. Ma mai come oggi sento di voler dire quello che i mie occhi vedono, pur se colorato e forse falsato dagli occhiali di un liberal-comunista neo-keynesiano (ogni ossimoro e contraddizione in termini è puramente volontaria).

Da quando ho creato questo blog mai sono stato assente per tanti mesi. In questo 2015 ho scritto un solo post. Avevo idee per almeno una dozzina di articoli, riflessioni da condividere, provocazioni da lanciare. Ma mi mancava il tempo. Ogni minuto della mia precaria esistenza dell'ultimo anno l'ho dedicato a lavorare, lavorare, dalle 10 alle 16 ore al giorno, senza pause, anche nei weekend. Non per fame di ricchezza o carriera, ma per fare la mia parte. Dare qualche opportunità di formazione e crescita alle mie figlie, pagare le tasse, spingere sull'acceleratore della ripresa con gli strumenti a mia disposizione: qualche competenza e tanta buona volontà.
Tanto lavoro e tanti sacrifici, in questi giorni di discussione sul futuro della Grecia, mi hanno ricordato la prima, dominante, negativa impressione che mi fecero i greci quando visitai la loro terra.

Il ricordo che ho della Grecia, quando una decina di anni fa sono andato in vacanza lì, è di un paese completamente privo di "etica economica". Le persone vivevano baciate dal sole, dal turismo che garantiva entrate, e da un nero profondo. Nessuno sapeva cosa fosse una ricevuta, uno scontrino, una dichiarazione fiscale.
Ricordo il padrone di casa che affittò al nostro gruppo di amici 3 appartamenti della sua grande casa, acquistata con i soldi della sua generosa pensione svizzera (era emigrato in gioventù e aveva lavorato per trent'anni come portiere in un condominio). Non si poneva minimamente la domanda se fosse giusto o meno non dichiarare i soldi degli affitti che incassava (per inciso, la casa non l'avevo trovata io, che mai avrei accettato di pagare senza una ricevuta).
Una persona benestante, che non aveva bisogno di nulla, ma che si rifiutava di pagare alcunché al fisco del suo Paese. O meglio, del Paese che lo ospitava, che lo riaccoglieva, e nel quale non aveva mia pagato tasse nella sua vita lavorativa.
Come lui la quasi totalità degli esercizi economici nei quali mi sono imbattuto in quell'estate del 2005.

Ecco, questo è tutto quello che dirò di negativo della Grecia. Non aggiungerò altro. Dico solo che se penso al mio ultimo anno di lavoro, o al prototipo di italiano onesto che si sforza di pagare le tasse, di credere che la propria goccia sia fondamentale per la ripresa del proprio Paese, devo riconoscere che nel mio breve soggiorno in Grecia non ho incontrato nessuno che incarnasse nemmeno lontanamente questo profilo di cittadino.
Spero di essere stato sfortunato, o che le cose siano cambiate in questi anni. Fatto sta che questo post non parla delle colpe della Grecia. Parla della colpe dell'Europa. Ho solo voluto raccontare un aneddoto perché è giusto tener presente che lo Stato ellenico e i greci come singoli cittadini qualche colpa ce l'hanno.

Ma procediamo per gradi. Parliamo di un altro colpevole. Parliamo delle colpe della Germania.
Senza voler ricorrere a facili flashback storici, che possono troppo semplicisticamente mostrare i Tedeschi come un popolo di assassini senza scrupoli, egoisti, senza morale o senso di giustizia, mi limiterò qui a presentare un dato di fatto: sono loro i responsabili della profonda crisi economica che dal 2007 in poi l'Europa sta vivendo.
La Banca Centrale Europea, senza un mandato statutario che la autorizzasse a garantire il benessere economico nell'Eurozona (ma solo la stabilità dei prezzi), è sempre stata soggetta alla linea di rigore imposta dalla Germania (primo azionista), che ha pretesto manovre economiche recessive per gli stati indebitati, garantendosi così la sudditanza perenne degli stessi.

Gli analisti più illuminati affermano che il motivo per cui i Tedeschi tengono soggiogati i paesi con alto rapporto tra debito pubblico e PIL è quello di garantirsi un Euro sufficientemente debole per consentire le loro esportazioni. Se avessero avuto una moneta legata alla loro economia non avrebbero goduto di un ciclo economico favorevole così lungo, perché il rialzo della stessa avrebbe frenato le loro esportazioni (scrissi qualcosa al riguardo qualche anno fa, dopo un viaggio in Germania) e aiutato le esportazioni dei paesi con moneta debole.

Trovo allucinante che nessun leader europeo abbia mai gridato allo scandalo e abbia preteso di ridefinire le regole economiche comuni, per evitare che l'interesse di uno stato consista nella povertà e nell'indebitamento degli altri.
Ma non servirebbe inventare nuove regole per consentire la ripresa della Grecia, del Portogallo o dell'Italia. Basterebbe applicare quelle stesse regole che gli stati europei vincitori della II Guerra Mondiale hanno applicato alla Germania nel 1953, quando si resero conto che non sarebbe mai riuscita a ripagare le sanzioni di guerra [1].
Oltre a cancellare metà del debito, gli stati creditori si accordarono per applicare una regola che avrebbe garantito la ripresa della Repubblica Federale Tedesca, grazie ad una rapida industrializzazione. La regola "di civiltà" che sottostava a tale accordo era molto semplice: gli stati creditori dovevano importare beni da quelli con debito elevato.

Val la pena approfondire questo semplice concetto macroeconomico.
Se un paese esporta più di quello che importa, ha un'eccedenza commerciale (o surplus). Ciò produce un reddito in eccesso, che non è speso in beni importati. Tale eccesso può servire a riassorbire il proprio debito, oppure si trasforma in credito verso altri paesi, che a loro volta s’indebitano.

Ecco perché l'Europa, per aiutare la Germania a riprendersi dalle conseguenza della Seconda Guerra Mondiale (che essa stessa aveva scatenato), decise di importare beni prodotti nella Repubblica Federale Tedesca, creando così le condizioni per l'ascesa della potenza industriale che oggi tutti conosciamo.

Quello che però pochi sanno è che la Germania di oggi ha un surplus commerciale, che difende a denti stretti, pari al 5,8% del PIL (stima del Fondo Monetario Internazionale per il 2015), quando invece potrebbe importare merci dai paesi creditori, per aiutarli ad uscire dalla crisi.
Ecco, questo significa essere ingiusti, di fronte alla Grecia, di fronte all'Italia, di fronte alla Storia.

Ecco perché il titolo di questo post parla di un'Europa a guida nazista. Non per riprendere titoli sensazionalistici di politicanti in cerca dello slogan facile, ma perché non riesco a trovare un termine più appropriato che sintetizzi le ingiustizie (e le conseguenti crudeltà subite da "liberi" cittadini) che da anni mi trovo ad osservare sul piano macroeconomico.

Certo, le colpe dei padri non ricadano sui figli. Ma i figli non commettano le colpe dei padri.
Ed invece mi sembra proprio che i Tedeschi che oggi guidano l'Europa siano dello stesso tipo di quelli che hanno commesso i più efferati crimini contro l'umanità che la storia abbia finora conosciuto.
Certo, anche la Germania ha avuto le sue Rose Bianche [2], segno che in tutte le epoche e in tutti gli stati ci possono essere persone giuste che si battono per arginare la malvagità della maggioranza. Ma è alla maggioranza dei Tedeschi che ora sto pensando, a quella maggioranza che la Merkel non vuole scontentare in quanto suo elettorato di riferimento.
Non basta qualche decina di anni a cambiare una persona, figuriamoci un popolo. Ci vogliono filosofi, letterati, scuole di pensiero, movimenti, associazioni di volontariato, perfino religioni. E secoli, se non millenni.

La Germania, dal 1939 ad oggi, non ha visto grandi rivoluzioni culturali, né movimenti di rinnovamento sociale. Anzi, è stata animata da un unico sentimento: la vendetta.

E qui veniamo al vero colpevole della crisi della Grecia, della crisi dell'Italia e della recessione di tutta l'Eurozona. L'Europa stessa.

La prima colpa è senz'altro quella di non aver mantenuto lo spirito dei padri fondatori, che era di sussidiarietà fra gli stati membri. La seconda è che non ci si è dati regole adeguate per una convivenza economica pacifica, in grado di prevenire la scorrettezza di uno stato rispetto ad un altro (vedi la regola della bilancia commerciale in funzione del debito fra stati, sopra descritta).
Ma c'è una colpa più antica, un peccato originale commesso da alcuni stati, che stiamo scontando ancora oggi.
Ed è il mancato perdono della Germania dopo la Prima Guerra Mondiale, quello che ha portato alla Seconda Guerra Mondiale e che ha alimentato nel popolo tedesco il sentimento di vendetta che oggi stiamo sperimentando sulla nostra pelle.

Quando John Maynard Keynes nel 1919 partecipò alla conferenza della pace di Versailles come delegato del ministero del tesoro britannico, si battette per arrivare ad una pace molto più generosa di quella che invece si arrivò a siglare. Keynes riteneva le sanzioni imposte alla Germania così eccessive, da prevedere che sarebbero state la causa di nuovi turbamenti sul piano geopolitico. Non fu ascoltato e decise di scrivere le sue idee in un libro che ha fatto scuola e che è stato tristemente profetico: "Le conseguenze economiche della pace" [3].
Ecco, io credo che le conseguenze di quella pace le scontiamo ancora oggi, in un'Europa guidata da rapporti di forza non bilanciati e da leader miopi che non conoscono la storia o che, pur conoscendola, non sanno trarne i dovuti insegnamenti.
Tanto per fare un esempio, il mandato esclusivo affidato alla BCE, ovvero il controllo dell'inflazione, ha origine nella grande paura dei Tedeschi legata all'iperinflazione, che risale ai tempi della svalutazione del Marco durante la Repubblica di Weimar, negli anni venti del '900. L'iperinflazione era dovuta alla continua emissione di valuta per ripagare i debiti di guerra (proprio quelli che Keynes aveva messo in guardia dall'imporre).
Ecco, quel ricordo dei loro nonni o bisnonni, che andavano in giro con carriole di cartamoneta per comprare un pezzo di pane, ha indotto i Tedeschi a imporre un mandato alla Banca Centrale Europea quantomeno limitato (se non addirittura controproducente, nella stragrande maggioranza degli scenari economici).

Nell'attuale scenario economico, diseguale e disastroso, la chiave potrebbe essere il Perdono. Lo è stato nel 1953 con la cancellazione del debito della Germania, precondizione per la nascita dell'Europa. E può esserlo nuovamente oggi, con l'applicazione di nuovi principi di sussidiarietà fra gli stati.
Ciò porterebbe alla nascita di una nuova Europa Unita, un'Europa che non sia solo un'unica moneta, ma un'unità dei popoli che si riconoscono nel principio di fraternità. Secondo questo principio un tedesco non potrebbe tollerare che un greco non abbia medicine con cui curarsi, qualsiasi siano le colpe di quel greco (che, come ho scritto in apertura, sicuramente ne ha).

Non so se e come la scelta che la Grecia oggi sta prendendo potrà innescare un dibattito in tal senso, ma me lo auguro.
Così come mi auguro che l'Italia faccia la sua parte per essere portavoce di un'economia solidale, non coercitiva e più intelligente. Renzi deve capire che qui non stiamo perdendo solo 65 miliardi di euro (a tanto ammonta la stima dell'esposizione italiana nel debito greco); stiamo perdendo l'opportunità di costruire un'Europa nuova, finalmente giusta, che funzioni politicamente, che crei valore per tutti gli stati membri. L'Europa nella quale ha senso stare.




NOTE
1) "How Europe cancelled Germany’s debt in 1953" - Jubilee Debt Campaign, 26 febbraio 2015
2) "Die Weiße Rose" (Rosa Bianca), movimento nonviolento di opposizione al Nazismo, attivo fra il 1942 e il 1943
3) "The Economic Consequences of the Peace" - John Maynard Keynes, 1919

24 ottobre 2012

Io voto Matteo Renzi


Alle Primarie 2012 del Centrosinistra io voto Matteo Renzi.
E mi auguro di poterlo votare anche alle prossime politiche.

È ormai un anno che non sono più iscritto al Partito Democratico, ma questa candidatura ha di nuovo riacceso la speranza nel cambiamento e la voglia di credere nel PD.
Alle scorse Primarie mi ero rifiutato di seguire la logica del "voto il meno peggio" e non avevo partecipato. Scrivevo a tal riguardo in un post: «Il Nuovo non deve aver paura di rompere con il Passato, altrimenti è anch’esso parte di quel sistema.»

Finalmente il Nuovo è arrivato. E sebbene non sia immune da critiche (ma quale politico lo è?), Renzi rappresenta sicuramente un'opportunità di rinnovamento della leadership del Partito e, speriamo, anche una valida scelta per la guida del futuro Governo.

Pur avendo già maturato tale scelta, venerdì scorso sono andato, con Maria Giovanna e Marica, a sentire la sua presentazione all'Auditorium Santa Chiara di Trento.
Mi è parso un intervento molto convincente, perché ha esposto chiaramente i punti centrali del suo programma senza alcun accenno di critica di tipo individuale ai senior del PD. Si è limitato a fare un'introduzione di tipo "metodologico", sulla necessità del cambiamento, visto che negli ultimi vent'anni tutto è cambiato (dalla tecnologia all'economia, dalla cultura alla società) tranne la classe politica italiana. Come dargli torto?

Un po' troppo scenografico e "studiato" negli slogan, se devo fare un appunto ai suoi consulenti di comunicazione, ma forse è solo deformazione professionale.

Marica, che era con me vicinissima al palco, non ha mancato di farsi notare con qualche capriccio di troppo, e lui è stato molto simpatico nel togliermi dall'imbarazzo: «Io sono molto contento che i bambini piccoli vengano ai miei comizi; loro un po' meno!»

L'Auditorium era gremito, segno che forse tanto "Bersaniana" Trento non è. Ma, soprattutto, segno che la figura di Matteo Renzi avvicina, o riavvicina, molte persone alla politica (giovani e meno giovani).
Chi fra i vecchi leader del PD ignora questo dato di fatto, compie un enorme errore strategico prima ancora che politico.

Historia magistra vitae

A Renzi vorrei solo ricordare una cosa: "historia magistra vitae". Chiunque, in millenni di storia politica dei 5 continenti, si sia posto in una logica di contrapposizione e abbia rifiutato "il Vecchio" in maniera ideologica, ha sempre fatto una brutta fine (o ha instaurato "nuove" dittature).
A tal riguardo mi piace ricordare un fatto saliente accaduto durante la Guerra del Peloponneso...

Nel 406 a.C. Atene vinse la flotta spartana presso le isole Arginuse, ma i comandanti ateniesi furono accusati di aver abbandonato i naufraghi e quindi, secondo gli ideali e le leggi della Polis, giustiziati. Per via di lotte intestine la città si privò in questo modo di un collegio di generali di cui in quel momento aveva un disperato bisogno. Nel 405 Lisandro sorprese la flotta ateniese (priva ormai di qualsiasi generale con un minimo di esperienza), presso la foce dell'Egospotamo, nello Stretto di Dardanelli, e la distrusse completamente.
In seguito alla sconfitta subita in tale battaglia, Atene fu assediata e nel 404 fu occupata dagli Spartani, che vi instaurarono un governo oligarchico (il cosiddetto "Regime dei trenta tiranni").

Ecco, Matteo, medita su questo. Per quanto colpevoli, non è mai saggio giustiziare i vecchi generali.

Ma Renzi ce la farà?

Mi sembra opportuno, in linea con lo spirito ottimista e di speranza di "cambiamento Adesso!" che anima i sostenitori di Matteo Renzi, concludere pubblicando i risultati di un sondaggio cui ho partecipato recentemente su una piattaforma per studenti universitari. 
I risultati non lasciano spazio ad interpretazioni: Renzi è preferito come candidato del Centrosinistra sia a Bersani che a Vendola.
Ora non resta che attendere una nuova era, della Politica e della Partecipazione.



23 gennaio 2012

Breve storia economica d'Italia

Agli albori di questo 2012, pieno di dissidi sociali e difficoltà economiche per il nostro Paese, ho pensato di fare un regalo alla memoria collettiva, scrivendo questo post dal titolo ambizioso: "Breve storia economica d'Italia".

Questo articolo era in programma da più di un anno, perché cercavo il tempo per approfondire molti passaggi della storia economica d'Italia, ma non posso aspettare oltre; mi accontenterò di focalizzarmi su alcuni aspetti-chiave. Provo una sensazione di "urgenza" che mi spinge a mettere sul tavolo alcuni argomenti che, se conosciuti, permettono di guardare con più lucidità al presente. Le notizie di questi giorni sull'economia mondiale, il debito pubblico italiano fuori controllo, lo scontro dei sindacati (prima fra loro, poi con la FIAT e infine con l'attuale Governo Monti), insomma "l'attualità" ha preteso che facessi uno sforzo di sintesi per condividere un po' di "memoria storica", che è alla base della consapevolezza.

Senza pretesa di essere esaustivo, né che queste righe arrivino ad essere lette da chi manovra l'economia del nostro Paese, ma con la speranza che chi un domani darà il proprio contributo per la cosa pubblica, possa incappare in queste pagine, magari cercando proprio "storia economica d'Italia".
Per ovvie ragioni ripercorrerò gli eventi con livelli di dettaglio diversi, una sorta di scala logaritmica che privilegi gli ultimi decenni della nostra storia economica.

Partiamo da lontano.
Fin dal Paleolitico l'Italia, che all'epoca non era Italia, ma un rigoglioso pezzo di terra circondato dal mare, è sempre stata un territorio popolato, grazie al clima mite che lo caratterizzava.
Sempre il mare poi la favorisce quando nascono le prime grandi civiltà del Mediterraneo: dall'VIII secolo a.C., la penisola vede avvicendarsi Fenici, Cartaginesi e soprattutto Greci, che portano cultura, civilizzazione e sopratutto il commercio: ciò getta le basi per un'economia più avanzata, che fa uso della moneta e supera i limiti del baratto.
Il sistema monetario greco viene adottato anche dalla nascente potenza romana, che introduce elementi innovativi per lo sviluppo della propria ricchezza:
- la forza del diritto
- la forza della spada
L'unione di questi due fattori favorisce una colonizzazione di vasti territori e lo sviluppo del commercio, che comportano abbondanza di materie prime, commistione fra culture e confini più sicuri.
Con l'arrivo di Roma e dell'Impero Romano, l'economia della penisola italica diventa la più ricca ed avanzata del mondo. Potremmo paragonarla a quella degli Stati Uniti dei tempi d'oro, soprattutto per quanto riguarda "l'attitudine colonialista".

Correndo su secoli e secoli di vicissitudini italiche, quello che mi interessa sottolineare è che da sempre, fin dalla nascita della civiltà, la nostra Penisola ha avuto un'economia ricca, grazie al clima che favoriva agricoltura e allevamento, e, soprattutto, grazie alla posizione centrale negli scambi commerciali con i popoli del Mediterraneo.

Facciamo un salto al 1200 e troviamo un'Italia sempre più ricca, con le Repubbliche Marinare al centro del commercio internazionale. E Venezia che, fra tutte, eccelle nel dominio dei mari grazie alla sua capacità di costruire navi veloci e adatte sia alla guerra che al commercio.

Le galee veneziane, spinte dal remare cadenzato di decine e a volte centinaia di vogatori, erano considerate il mezzo migliore per affrontare il mare.
L'Arsenale di Venezia, dove si arrivavano a costruire anche 25 navi in un mese, era il più grande complesso produttivo del Medioevo e, in un certo qual modo, la prima vera grande fabbrica moderna: vi lavoravano migliaia di uomini, con compiti specifici, e le galee venivano costruite "in serie", anticipando i metodi della moderna catena di montaggio.

Ma...
Un bel giorno di tanti, tanti anni fa, un giovane, che aveva a lungo viaggiato nel nord Europa, e aveva studiato in Inghilterra e Olanda nuovi modi di costruire le navi, fece ritorno nella sua città natia, Venezia, e fece di tutto per essere ammesso al cospetto del Doge e del Maggior Consiglio per proporre di innovare il loro modo di costruire le navi.
Il giovane narrò di come le navi della Lega anseatica riuscissero a sfruttare il vento come forma esclusiva di propulsione, di come riuscissero a disporre di un ampio vano di carico per il trasporto delle merci, senza necessità di avere centinaia di galeotti ai remi.
I vecchi "saggi" del Maggior Consiglio risero alla fine dell'accorato racconto del giovane, facendosi scherno di lui e delle sue proposte. Cosa aveva da insegnare un giovane ai vecchi del Consilium Sapientis, che guadagnavano da anni immense ricchezze grazie alle galee costruite e armate nell'Arsenale veneziano? Loro erano mercanti avidi e scaltri, che non accettavano alcun suggerimento da chi aveva molti meno anni ed esperienza di loro.

E la storia non fece sconti alla loro mancanza di immaginazione.
Tardivi furono i tentativi di montare sulle galee alcuni alberi maestri con vela latina, che riuscivano a dare un contributo alla spinta delle galee solo nella navigazione con vento in poppa. Si sarebbe dovuto cambiare drasticamente il modo di costruire le navi, e l'Arsenale di Venezia, per colpa dei vecchi saggi del Maggior Consiglio, non lo fece.
Nel XV secolo, ormai, i galeoni degli stati più lungimiranti dominavano i mari e solcavano gli oceani, spinti da un vento benevolo che, ahimè, segnò la fine della Serenissima.

Nel mentre, qualche centinaio di chilometri più a sud, nel Regno di Napoli (poi unificato nel Regno delle Due Sicilie), grazie ai Borboni si viveva un periodo di sviluppo culturale ed economico, con rilevanti iniziative sociali ed industriali, che portavano grandi benefici alle popolazioni locali.
Un esempio su tutti fu, nel XVII secolo, la creazione del Setificio di San Leucio a Caserta, che produceva filati in seta apprezzati in tutto il mondo. Potremmo immaginarlo come un complesso e autonomo distretto industriale, dove erano vigenti leggi speciali davvero illuminate per l'epoca (scompare la differenza tra uomini e donne nelle successioni ereditarie, il guadagno è proporzionale al merito, parte dei compensi va versato alla Cassa della Carità destinata agli invalidi, vecchi e malati, l'istruzione è obbligatoria dai sei anni in poi, ecc.).

Ma...
Un giovane, che aveva viaggiato nel resto d'Europa e si era spinto perfino nel Nuovo Mondo, tornò dalla sua famiglia che non si era mai allontanata dal Borgo di San Leucio, raccontando di una fibra per filati, molto più resistente e facile da lavorare della seta. Era il cotone.
Grazie all'invenzione della "Cotton Gin", la sgranatrice di cotone, in America i tessuti in cotone erano ormai molto diffusi e apprezzati per la loro resistenza, leggerezza ed economicità.
Il vecchio capofamiglia, più per amore del giovane che per reale comprensione dell'importanza delle sue idee, riuscì ad ottenere un'udienza presso il Consiglio del Setificio, per permettere al figlio di esporre le sue proposte innovative.
Ma i vecchi del Consiglio si urtarono alla proposta del giovane di affiancare alla lavorazione della seta anche quella del cotone e lo cacciarono con ignominia dal Borgo. Come poteva il volgare cotone rivaleggiare con la preziosa seta?? E come, un membro della comunità, poteva pensare di cambiare le tradizioni dell'opificio reale?

E la storia non fece sconti alla loro chiusura mentale.
Il cotone si diffuse in tutta Europa, la seta prodotta a basso costo in Cina e Giappone e trasportata con i velieri inglesi, olandesi, portoghesi e spagnoli invase i mercati, facendo crollare la richiesta della seta di San Leucio.

Facciamo ora un salto agli inizi del '900 e troviamo un'Italia che, da poco unificata politicamente, lavora per sanare le differenze sociali ed economiche fra le sue regioni.
Inizia a dotarsi di un tessuto industriale, ma viene trascinata da un folle dittatore in dispendiosi sogni coloniali, fallimentari esperienze autarchiche, disastrose guerre. Il ventennio fascista sconvolge l'Italia non solo economicamente, ma socialmente, mandando a morire sul fronte una generazione di giovani italiani che avrebbero potuto costruire un Paese diverso.

Ma la forza dell'Italia è tanta e tale che, dal dopoguerra in poi, forte di una Costituzione illuminata, rinasce dalle sue ceneri e si riconquista un posto fra le potenze economiche mondiali.

La classe politica, però, non si dimostra poi così illuminata.
Il partito dominante, la Democrazia Cristiana, per mantenere il potere, oltre ad accordi con la Mafia (che per definizione è un danno economico per il Paese), fa crescere la spesa sociale a scapito delle future generazioni, iniziando a far spendere allo Stato italiano molto più di quello che incassa. Si forma così il debito pubblico, che ha in Andreotti (e i suoi sette governi) il suo principale artefice.

Tra le trovate "geniali" di allora, c'è l'introduzione della Indennità di contingenza (conosciuta dai più come "scala mobile"), negoziata della CGIL: un meccanismo volto ad indicizzare automaticamente i salari all'inflazione e all'aumento del costo della vita. Peccato che ciò fa innescare un circolo vizioso, una continua rincorsa salari-inflazione, che fa schizzare quest'ultima a livelli insostenibili (con ulteriore danno per le casse dello Stato).

Ed anche se alcuni giovani economisti avvertono del pericolo, sono anni difficili: le Brigate Rosse seminano terrore, i sindacati sono sempre sul piede di guerra, il Vaticano preme per avere la pace sociale nel Paese, e nessuno se la sente di abolirla.
Lo farà poi, troppo tardi, Amato, nel 1992.
Nemmeno nella "pausa socialista" (fra i governi democristiani) del primo e secondo governo Craxi, l'Italia ce la fa a fermare l'ascesa del debito pubblico, a causa di una classe politica impegnata a riempirsi le tasche e a costruirsi una serie di privilegi che le varranno, ai giorni nostri, l'appellativo di Casta.

La cosa interessante è che dal 1990 lo Stato italiano va in pareggio prima del pagamento degli interessi (spende quanto incassa), ma deve pagare gli interessi sul debito accumulato in precedenza e quindi emette nuovo debito.

Con i governi di Sinistra della "Seconda Repubblica", si inizia a ripianare il debito e per la prima volta dal dopoguerra il rapporto fra debito e PIL inizia a decrescere. Ma poi arriva Berlusconi e la corsa all'indebitamento riparte. Arrivando all'incredibile cifra, ad oggi, di 1.922 miliardi di euro di debito.

(Per chi vuole avere un dato aggiornato sulla crescita del nostro debito pubblico, ed ha abbastanza coraggio da non abbattersi nel vedere la crescita istantanea dello stesso, vi rimando al sito "Italia Ora")


Qual è, dunque, la morale di questa breve storia economica d'Italia? È che ci sono dei colpevoli.
Non è che il peso sulle spalle nostre e dei nostri figli è un fatto ineluttabile, che dobbiamo accettare come una sventura caduta dal cielo. C'è stato un momento, anzi, tanti momenti, in cui qualcuno poteva scegliere, e non l'ha fatto. O l'ha fatto male.
Ci sono dei colpevoli che hanno un nome e cognome, Benito Mussolini, Giulio Andreotti, Bettino Craxi, Silvio Berlusconi. E ci sono gruppi  o "categorie" di colpevoli, come i sindacati, la Chiesa Cattolica, le Brigate Rosse.

Ma c'è un colpevole per eccellenza nella nostra storia economica. E quel colpevole è il Vecchio che dice di "no" al Giovane.