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9 aprile 2021

Buon viaggio Filippo, al prossimo gin

La vita è un'avventura fantastica.

Di questa avventura fantastica, a volte, ci dimentichiamo di coglierne la magia. Come la magia delle coincidenze, delle sincronicità che ci fanno apprezzare un momento, degli incastri tra vite lontane che per un frangente si incontrano.

Accadde a noi Filippo, poco meno di 15 anni fa.


Nel 2006 fui scelto per servirti un tè nella Old Library del Gonville & Caius College , in occasione della cerimonia in cui conferisti la laurea honoris causa al Primo Ministro indiano, Manmonah Singh.

Ho raccontato di noi alle mie figlie, quando con me hanno visto la serie The Crown su Netflix e si sono appassionate alla Famiglia Reale inglese.
Perché un padre non può mancare di apparire agli occhi delle proprie figlie come "l'eroe" che ha incontrato il Principe Filippo, marito della Regina Elisabetta. Loro che sognano di principi e regine ogni giorno.
A dire il vero, il mio onesto racconto non ha mai ingigantito il ruolo di mero cameriere che ebbi, ma ha sortito comunque l'effetto sperato, che posso sinteticamente riassumere col concetto: il Principe Azzurro esiste, e io l'ho conosciuto.
Avrò quindi il sacrosanto diritto di porre un veto su qualsiasi pretendente che non possa vantare il tuo lignaggio. E, credimi, con quattro bellissime figlie è il massimo potere cui un padre possa aspirare.

In queste settimane progettavamo di scriverti una lettera di auguri per i tuoi 100 anni, perché, sebben solo "guardian degli orti", le nostre vite si sono incontrate per pochi minuti, ed era mia intenzione trasmettere alle bambine "la magia" di questi incontri nella Vita.

Quella lettera rimane incompiuta, come il tè che non ricordo accettasti. Si diceva preferissi il gin, ma, se ti ha fatto arrivare a quasi 100 anni, allora che gin sia.

Buona Vita, Filippo. Che il mio splendido ricordo di quell'incontro possa valerti come moneta da dare a Caronte.


"... e vissi in Menfi un tempo, e ne la reggia fra i ministri del re fui posto anch'io, e benché fossi guardian de gli orti vidi e conobbi pur LE GIUSTE corti."



21 maggio 2017

Il viaggio (poesia di Charles Baudelaire)

I

Per il ragazzo, amante delle mappe e delle stampe,
l'universo è pari al suo smisurato appetito.
Com'è grande il mondo al lume delle lampade!
Com'è piccolo il mondo agli occhi del ricordo!

Un mattino partiamo, il cervello in fiamme,
il cuore gonfio di rancori e desideri amari,
e andiamo, al ritmo delle onde, cullando
il nostro infinito sull'infinito dei mari:

c'è chi è lieto di fuggire una patria infame;
altri, l'orrore dei propri natali, e alcuni,
astrologhi annegati negli occhi d'una donna,
la Circe tirannica dai subdoli profumi.

Per non esser mutati in bestie, s'inebriano
di spazio e luce e di cieli ardenti come braci;
il gelo che li morde, i soli che li abbronzano,
cancellano lentamente la traccia dei baci.

Ma i veri viaggiatori partono per partire;
cuori leggeri, s'allontanano come palloni,
al loro destino mai cercano di sfuggire,
e, senza sapere perché, sempre dicono: Andiamo!

I loro desideri hanno la forma delle nuvole,
e, come un coscritto sogna il cannone,
sognano voluttà vaste, ignote, mutevoli
di cui lo spirito umano non conosce il nome!

II

Imitiamo, orrore! nei salti e nella danza
la palla e la trottola; la Curiosità, Angelo
crudele che fa ruotare gli astri con la sferza,
anche nel sonno ci ossessiona e ci voltola.

Destino singolare in cui la meta si sposta;
se non è in alcun luogo, può essere dappertutto;
l'Uomo, la cui speranza non è mai esausta,
per potersi riposare corre come un matto!

L'anima è un veliero che cerca la sua Icaria;
una voce sul ponte: «Occhio! Fa' attenzione!»
Dalla coffa un'altra voce, ardente e visionaria:
«Amore... gioia... gloria!» È uno scoglio, maledizione!

Ogni isolotto avvistato dall'uomo di vedetta
è un Eldorado promesso dal Destino;
ma la Fantasia, che un'orgia subito s'aspetta,
non trova che un frangente alla luce del mattino.

Povero innamorato di terre chimeriche!
Bisognerà incatenarti e buttarti a mare,
marinaio ubriaco, scopritore d'Americhe
il cui miraggio fa l'abisso più amaro?

Così il vecchio vagabondo cammina nel fango
sognando paradisi sfavillanti col naso in aria;
il suo sguardo stregato scopre una Capua
ovunque una candela illumini una topaia.

III

Strabilianti viaggiatori! Quali nobili storie
leggiamo nei vostri occhi profondi come il mare!
Mostrateci gli scrigni delle vostre ricche memorie,
quei magnifici gioielli fatti di stelle e di etere.

Vogliamo navigare senza vapore e senza vele!
Per distrarci dal tedio delle nostre prigioni,
fate scorrere sui nostri spiriti, tesi come tele,
i vostri ricordi incorniciati d'orizzonti.

Diteci, che avete visto?

IV

«Abbiamo visto astri
e flutti; abbiamo visto anche distese di sabbia;
e malgrado sorprese e improvvisi disastri,
molte volte ci siamo annoiati, come qui.

La gloria del sole sopra il violaceo mare,
la gloria delle città nel sole morente,
accendevano nei nostri cuori un inquieto ardore
di tuffarci in un cielo dal riflesso seducente.

Le più ricche città, i più vasti paesaggi,
non possedevano mai gl'incanti misteriosi
di quelli che il caso creava con le nuvole.
E sempre il desiderio ci rendeva pensosi!

- Il godimento dà al desiderio più forza.
Desiderio, vecchio albero che il piacere concima,
mentre s'ingrossa e s'indurisce la tua scorza,
verso il sole si tendono i rami della tua cima!

Crescerai sempre, grande albero più vivace
del cipresso? - Eppure con scrupolo abbiamo
raccolto qualche schizzo per l'album vorace
di chi adora tutto ciò che vien da lontano!

Abbiamo salutato idoli dal volto proboscidato;
troni tempestati di gemme luminose;
palazzi cesellati il cui splendore fatato
sarebbe per i vostri cresi un sogno rovinoso;

costumi che per gli occhi son un'ebbrezza;
donne che hanno dipinte le unghie e i denti,
e giocolieri esperti che il serpente accarezza.»

V

E poi, e poi ancora?

VI

«O infantili menti!

Per non dimenticare la cosa principale,
abbiam visto ovunque, senza averlo cercato,
dall'alto fino al basso della scala fatale,
il noioso spettacolo dell'eterno peccato;

la donna, schiava vile, superba e stupida,
s'ama senza disgusto e s'adora senza vergogna;
l'uomo, tiranno ingordo, duro, lascivo e cupido,
si fa schiavo della schiava, rigagnolo di fogna;

il martire che geme, il carnefice contento;
il popolo innamorato della brutale frusta;
il sangue che dà alla festa aroma e condimento,
il veleno del potere che snerva il despota;

tante religioni che alla nostra somigliano,
tutte che scalano il Cielo; la Santità,
come un uomo fine su un letto di piume,
fra i chiodi e il crine cerca la voluttà;

l'Umanità ciarlona, ebbra del suo genio,
e delirante, adesso come in passato,
nella sua furibonda agonia urla a Dio:
«Mio simile, mio padrone, io ti maledico!»

E i meno stolti, della Demenza arditi accoliti,
in fuga dal grande gregge recinto dal Destino,
per trovare rifugio nell'oppio senza limiti!
- Questo del globo intero l'eterno bollettino.»

VII

Dai viaggi che amara conoscenza si ricava!
Il mondo monotono e meschino ci mostra,
ieri e oggi, domani e sempre, l'immagine nostra:
un'oasi d'orrore in un deserto di noia!

Partire? restare? Se puoi restare, resta;
parti, se devi. C'è chi corre, e chi si rintana
per ingannare quel nemico che vigila funesto,
il Tempo! Qualcuno, ahimè! corre senza sosta,

come l'Ebreo errante e come l'apostolo,
al quale non basta treno o naviglio,
per fuggire l'infame reziario; e chi invece
sa ucciderlo senza uscire dal nascondiglio.

Infine quando ci metterà il piede sulla schiena,
potremo sperare e urlare: Avanti!
E come quando partivamo per la Cina,
gli occhi fissi al largo e i capelli al vento,

così c'imbarcheremo sul mare delle Tenebre
col cuore del giovane che è felice di viaggiare.
Di quelle voci ascoltate il canto funebre
e seducente: «Di qui! Voi che volete assaporare

il Loto profumato! è qui che si vendemmiano
i frutti prodigiosi che il vostro cuore brama;
venite a inebriarvi della dolcezza strana
di questo pomeriggio che non avrà mai fine!»

Dal tono familiare riconosciamo lo spettro;
laggiù i nostri Piladi ci tendon le braccia.
«Per rinfrescarti il cuore naviga verso la tua Elettra!»
dice quella cui un tempo baciavamo le ginocchia.

VIII

"O Morte, vecchio capitano, è tempo! Su l'ancora!
Ci tedia questa terra, o Morte! Verso l'alto, a piene vele!
Se nero come inchiostro è il mare e il cielo
sono colmi di raggi i nostri cuori, e tu lo sai!

Su, versaci il veleno perché ci riconforti!
E tanto brucia nel cervello il suo fuoco,
che vogliamo tuffarci nell'abisso, Inferno o Cielo, cosa importa?
discendere l'Ignoto nel trovarvi nel fondo, infine, il nuovo.


(Le voyage, dalla raccolta lirica Les fleurs du mal di Charles Baudelaire)


24 giugno 2016

L'Inghilterra che mi ricordo e la sbornia del dopo Brexit

Il risultato del referendum in Gran Bretagna mi ha riportato alla mente due distinti periodi della mia vita nei quali ebbi modo di conoscere bene quel popolo che oggi è sotto gli occhi e sulla bocca di tutto il mondo.
Un popolo incredibilmente più complesso dell'immagine che ha saputo "vendere" agli altri stati.

Nell'estate dei miei 18 anni volai con un amico in Inghilterra. Il patto con i nostri genitori era chiaro: avete i soldi per una settimana, dopo di che tornate in Italia. Trovammo lavoro dopo pochi giorni e restammo a Londra per due mesi.
Il mio inglese migliorò sensibilmente, ed anche la mia autostima: Londra era la città dove chiunque poteva trovare una via, una sua realizzazione. Feci il "sostituto" lavapiatti all'inizio, poi un po' il cameriere, infine mi dirottai in periferia per fare il muratore.
Nei weekend andavo in Trafalgar Square e mi chiudevo nella National Gallery. Passavo ore e ore a guardare i dipinti dei maestri italiani, rendendo grazie a quella illuminata nazione che mi consentiva di farlo gratuitamente.
Guadagnavo tanto e potei licenziarmi con una settimana di anticipo rispetto al rientro in Italia; investii quel tempo libero andando in giro per musei.
Questa era l'Inghilterra del nuovo millennio (correva l'anno 2000).

Mi capitò di tornare nel Regno Unito per un periodo di tempo più lungo. Era il lontano 2006 ed avevo scelto come meta Cambridge.
Lavoravo contemporaneamente in un ristorante italiano, in un'agenzia di lavoro interinale e in un college. Per lo più era proprio in quest'ultimo luogo, il Gonville and Caius College, che passavo più tempo. Mi sentivo accettato dalla comunità locale di "immigrati" ed anche dai ricchi studenti inglesi, che beneficiavano della mia conoscenza dei vini italiani nelle loro cene di gala.
Fu un periodo bello e intenso (lavoravo anche 18 ore al giorno, dormendo pochissimo), ma vi posi termine decidendo di tornare in Italia: in ultima istanza, mi ritrovai a pensare che non aveva molto senso vivere in Inghilterra per servire cibo italiano, consigliare vini italiani e nel tempo libero andare nei musei ad ammirare le opere di artisti italiani.

Posi così fine alla mia permanenza in Gran Bretagna, ma ho continuato a portarla nel cuore, più che mai in questi ultimi tempi. Ho ancora amici che vivono lì, e non potevo vivere questo referendum in maniera neutra.

Alla vigilia della giornata referendaria ho scritto che, indipendentemente dal risultato, ci sono delle colpe del sistema-Europa che vanno affrontate. E lo confermo, ora che è sancita la BREXIT e che si aprono scenari inquietanti per tutti i cittadini dell'UE.
Ma vorrei attribuire qualche colpa anche a quella popolazione (per lo più anziana, disinformata e opportunista, ci dice l'analisi del voto) che ha spaccato il Regno Unito e ha portato a questa situazione di crisi planetaria.

Chi ha vissuto in Inghilterra ed ha bevuto almeno una volta una pinta di birra in un pub non turistico, di quelli dove incontri la classe operaia vera, non può essere sorpreso dal risultato di questo referendum. Mi ricordo benissimo la diffidenza con cui ci trattavano (noi forza lavoro europea, qualificata e a basso costo), così come ricordo che tutti i datori di lavoro che ho avuto preferivano un italiano ad un inglese: se c'era da lavorare tanto e senza fare storie, un italiano o un polacco erano meglio di qualsiasi giovane inglese. Non è superfluo aggiungere che ogni singola ora di lavoro che ho svolto sul suolo britannico era in regola, pagata bene, e con tutti i diritti che ne conseguivano.

Proprio per questo "virtuoso sfruttamento" apprezzavo l'intelligenza dell'Inghilterra, che apriva le porte a chiunque avesse da offrire qualcosa al proprio sistema economico, pur rimanendo gelosamente se stessa.
Cosa è successo, quindi, ai miei amici inglesi per arrivare a questa scelta?

Forse hanno solo dato voce ai loro istinti peggiori, quelli che hanno sempre avuto dentro, ma che fino all'altro giorno tenevano a freno. Di quelli che sono soliti sfogare solo il venerdì sera, dopo pinte di birra o bicchieri di gin, nella "sicurezza" di una strada, non certo dentro un'urna.

Ci sono studiosi che affermano che l'intera Rivoluzione Industriale, senza il gin, non sarebbe stata possibile. Lavorare come schiavi 5 giorni a settimana, reprimendo ogni istinto fino al venerdì sera (momento di libero sfogo di qualsiasi frustrazione), era una prassi voluta e favorita dal sistema capitalistico dell'Inghilterra del XVIII secolo (che non a caso aveva inserito il gin nel salario degli operai).

La Gran Bretagna è un paese con sacche di ignoranza incredibili, mancanza di visione di insieme (sul piano nazionale, figurarsi quindi sul piano europeo), paure ed egoismi radicati.
Quindi, semplicemente, quello della permanenza nell'UE non era un tema su cui fare un referendum. E sicuramente non doveva essere consentita una campagna di comunicazione pro-Brexit il cui messaggio era: è venerdì sera, i pub sono aperti e se votate BREXIT avremo gratis birra e gin a fiumi!

Perché la sbornia del giorno dopo è toccata a milioni di ignari e innocenti cittadini europei.

La famosa e osannata foto di Joel Goodman, che ritrae scene di strada a Manchester, nell'ultima notte del 2015. Una foto bellissima, con luci e ombre perfettamente bilanciate, personaggi che sembrano appartenere ad un quadro rinascimentale, pose plastiche quasi michelangiolesche. Il preludio di un 2016... col botto.



27 agosto 2014

L'estate senza Viaggio

Questa estate la ricorderò non per l'accogliente paesino pugliese dove l'ho trascorsa, né per l'ottimo cibo degustato. Non la ricorderò per il mare, per i paesaggi e, strano a dirsi nel mio caso, nemmeno per le lunghissime letture in spiaggia, che mi hanno consentito di finire cinque bellissimi libri.

La ricorderò perché è stata un estate senza viaggio.
Non mi riferisco ovviamente "agli spostamenti", quelli, purtroppo, ci sono stati, nel traffico delle autostrade italiane, da nord a sud e da sud a nord, da ovest ad est e da est ad ovest, nel caldo delle ore "più furbe" per evitare i disagi degli esodi estivi (insieme a milioni di altri furbi come te). No, quelli sono meri spostamenti, trasferimenti di persone e cose da un posto ad un altro.
Mi riferisco al Viaggio vero, quello con la V maiuscola, quello fatto nel 2012 attraverso il Nord Europa, o a Vaduz nel 2010, quello del 2007 attraverso gli Stati Uniti o il Cammino di Santiago in bicicletta del 2004, per non parlare delle route a piedi con gli Scout. Insomma, il Viaggio che è la ragione per cui esiste questo blog.

Qualcuno potrà domandarsi perché proprio in questa Estate 2014 (che non è stata certo la prima e non sarà, purtroppo, l'ultima senza Viaggi) mi viene in mente che non ho fatto un Viaggio. Beh, semplicemente perché in questa estate due miei carissimi amici hanno intrapreso due Viaggi importanti (uno il Cammino di Santiago a piedi, l'altro la Traversata delle Alpi in bicicletta) e me ne hanno raccontato vicessitudini ed emozioni. Da ciò la nostalgia del Viaggio vero, del Viaggio che ti cambia.

In particolare la riflessione sull'estate senza Viaggio l'ho maturata in seguito alla lettura di un'e-mail dell'amico trentino che sta attraversando le Alpi in bici da est ad ovest. Giorno per giorno, infatti, trova il tempo di aggiornare via e-mail amici e parenti sul procedere dell'avventura, raccontando ogni tappa con umorismo, sagacia e un pizzico di filosofia.
Questa sua riflessione mi ha fatto sentire davvero la mancanza del "Vero Viaggio di Scoperta" di proustiana memoria, quello non scordi mai, quello che val sempre la pena di fare.
Riporto quindi i suoi pensieri su questo blog, perché li condivido in pieno e perché credo che siano perfettamente in linea con lo spirito che nel corso dei miei Viaggi/Post ho cercato di comunicare.

«[...] Lo so, mancano ancora due tappe, ma la mia non è fretta di concludere l'esperienza. Semplicemente oggi è stata una tappa povera di sorprese, seppure superlativa, e poi sono dell'umore giusto per tirare qualche conclusione o, almeno, per fare qualche riflessione sul viaggio che ahimè (ecco l'ho detto) sta per finire.

Viaggiare non è solo una cosa meravigliosa, come lo zucchero filato o i film in 3D con i tuoi amici a casa. Viaggiare è materia di studio dell'antropologia, è uno stato mentale, è una ragione di vita per molti, comunque è un fenomeno degno di attenzione da parte di praticanti e scienziati. Il punto è che viaggiare, anzitutto, fracassa il micro/macromondo che ti sei costruito con la tua vita privata in città/campagna. Il viaggio annulla le differenze sociali (entro certi limiti) e pone soggetti di status sociale molto diversi allo steso livello. Qualcosa di simile accade nello sport, ma sostanzialmente nello sport il meccanismo di attribuzione di valore all'individuo non è più di tipo socio-economico bensì di prestazione sportiva. Nel viaggio - fatta eccezione per il fatto che più è lungo e avventuroso un viaggio, più è probabile che sia invidiato - questo sistema viene cancellato. Un viaggiatore è come un altro, un esploratore delle meraviglie del mondo che non ha reddito, non ha professione, non ha meriti sportivi o rilievo politico. Un viaggiatore è esclusivamente un cittadino del mondo, niente di più, ma soprattutto niente di meno. È per questo che il viaggio, per le sue caratteristiche intrinseche, pone l'individuo in uno stato mentale che si traduce direttamente in una maggiore apertura verso gli altri, in altruismo, senso di comunità (con gli altri viaggiatori). Attenzione però, il viaggio non è andare vacanza. Viaggiare comporta dei rischi, degli imprevisti, forti flessioni delle proprie abitudini, accettazione delle regole altrui (cosa che spesso mi riesce difficile). Viaggiare significa spostarsi da un posto a un altro, indipendentemente dalle modalità, dalla frequenza, dal mezzo ecc. Nel viaggio, lo spostamento è il fine. Nella vacanza, lo spostamento è il mezzo.

Perché dico tutto questo? Non lo so, forse semplicemente perché troppe poche volte nella vita ho viaggiato veramente. [...] Anzitutto un viaggio non può durare poco. Nel viaggio che dura poco, che è una vacanza e non un viaggio, non esiste il tempo perché avvenga quel cambiamento dentro di noi che ci fa entrare nella "modalità viaggio".

Ci sono delle persone fra quelle che leggono che hanno viaggiato meno di me, altre di più, ma questo è un messaggio per le persone che lo hanno fatto poco. Il messaggio che voglio passare è questo: non importa se siete ricchi o poveri, sposati o single, occupati o annoiati. Prendetevi, almeno un paio di volte nella vita, il tempo di fare un viaggio vero. Non è detto che vi cambierà la vita, con me non lo ha mai fatto. Ma vi regalerà qualcosa per cui la vita la valorizzerete come non è possibile fare in altri modi. Potrete viaggiare con la vostra famiglia, da soli, in bici, in vespa, a piedi, in camper o in auto con una tenda. Anche passando di albergo in albergo, non importa. Non lasciate passare la vita pensando che non è il momento, che siete vecchi o siete limitati dalla famiglia o dal lavoro. La vita va vissuta e tra i mille modi di farlo, uno dei migliori è fare un viaggio, quello che volete voi o, meglio ancora, quello che avete sempre sognato. Viaggiare costa fatica. Costa fatica organizzare, spendere, mettere d'accordo, rinunciare ad altre cose. Ma vale la pena, perché i miei dischi posso venderli, le casse si rompono, le bici le rurbano, le auto si svalutano. Ma quando pensi a quel viaggio che hai fatto, quando lo racconti, e meglio ancora quando lo vivi, le cose materiali perdono di valore, perché sono tue ma non lo sono veramente.»


Il Viaggio, invece, è tuo per sempre.


11 agosto 2013

Perché preferisco la montagna al mare

In questi giorni di salsedine e sabbia, sono arrivato a maturare la ferma convinzione che preferisco la montagna al mare.
Ed il motivo è presto detto.

Il mare è sporco, la montagna è pulita; il mare è volgare, la montagna è elegante.
Non mi riferisco a concetti di sporco/pulito e volgarità/eleganza in senso stretto, ma metaforico, più legato ai frequentatori delle località turistiche che ai luoghi stessi.


Innanzitutto il turista marino sceglie la meta della propria villeggiatura con criteri che non condivido. Per i più la bellezza naturalistica non è importante, l'importante è che il luogo sia affollato, dotato di vita notturna e possibilmente conosciuto, per potersi vantare opportunamente, al rientro dalle ferie, della propria abbronzatura. Per qualche ragione misteriosa, un'abbronzatura fatta a Rimini è più apprezzata di una fatta a Castel Volturno.

L'umanità che incroci al mare è rumorosa, sporca, perfino volgare nei gesti che compie.
I corpi al sole sanno di vanità e sudore, di ozio e crema abbronzante. Il gesto più nobile che puoi veder compiere ad un corpo al sole è leggere, ma la percentuale di libri diversi dal thriller commerciale e dal romanzo rosa è prossima allo zero (si noti che dalla statistica ho escluso La Settimana Enigmistica e rotocalchi vari, perché renderebbero ridicolo qualsiasi tentativo di scorgere aneliti culturali nei villeggianti).
Per il resto del tempo il corpo al sole parla, beve, mangia, suda, fuma, rumoreggia, ascolta musica di dubbio gusto, e spesso fa tutto questo insieme.

Il bagnante è sempre sporco, per quanto si sforzi di rimanere pulito. Non è solo la sabbia il problema, ma la stessa acqua di mare. La salsedine sulla pelle lascia un senso di appiccicaticcio che rende fastidioso qualsiasi movimento e concede al villeggiante l'alibi per lasciarsi andare a movimenti sgraziati, ad atteggiamenti poco eleganti.

Si badi che non c'è alcun giudizio di valore (sono anche io "un corpo al sole" in questi giorni), ma solo una mera constatazione di come il luogo influenzi il comportamento animale.

La montagna, invece, è l'opposto.
Il turista che preferisce la montagna, già nello scegliere la località, si concede lunghi momenti di riflessione, perché non vuole solo un luogo, cerca un'atmosfera. Quell'atmosfera che gli consentirà di elevarsi, di riposarsi ma insieme temprarsi, nello spirito e nel corpo.

Il villeggiante montano è elegante, qualsiasi cosa faccia. 
Quando intraprende un impervio sentiero alpino ha gli occhi fissi alla meta, ma è capace di godersi il percorso. Suda anche lui, ma non puzza. Ha uno scopo quel suo sudare, è la nobile fatica dell'ascesa.

Quando l'escursionista si concede un bagno in un limpido ruscello alpino, ne esce ristorato e pulito. La fredda acqua gli tonifica i muscoli e gli dona nuovo vigore per proseguire nella salita.
Quando mangia, il turista montano, lo fa con eleganza, parsimonia. Introduce le calorie necessarie al corpo, non una di più, perché ha dovuto scegliere con cura i pesi da mettere nel suo zaino.

Esattamente l'opposto di quanto accade a mare.
Quando mangia il copro al sole introduce molte più calorie di quelle che ha bruciato stando in ammollo nell'acqua, e lo fa con foga, quasi avesse paura di non riuscire a finire tutte le lasagne e panini e pizzette e bombe alla crema e gelati stivati nel suo frigorifero portatile o comperati al bar del lido.
Il mangiare per il villeggiante marino è l'attività principale, che ha una fitta pianificazione oraria: colazione, spuntino di metà mattina, pranzo, merenda, aperitivo, cena, dopocena, spaghettata di mezzanotte.

Per il villeggiante montano, invece, mangiare è un'attività marginale. Deve tener presenti gli orari dell'alba e del tramonto, i tempi di salita e discesa da una cima, deve evitare acquazzoni e subitanei cambiamenti del tempo, per cui il magiare diventa l'unica attività che non occorre pianificare, ma che esegue nei ritagli di tempo, magari in una breve pausa davanti un paesaggio mozzafiato. E si ferma per il paesaggio, non per mangiare.
Sarà anche per questo che il turista montano magia lentamente, con gusto ma senza foga, con una certa eleganza nei gesti e con tanta profondità nello sguardo volto al cielo e alle cime.

Guardate, invece, il bagnante mangiare. Osservatelo davvero, con l'occhio critico del documentarista che sta filmando una specie animale per scorgerne i tratti distintivi, guardatelo come se doveste scrivere un trattato di etologia.
Scoprirete che ha uno sguardo selvaggio nell'addentare quel panino farcito di salsiccia e formaggio o quel tramezzino al tonno. Lo vedrete in crisi se non riesce ad aprire la bottiglia di birra con l'accendino ed imprecare se gli cade una fetta di anguria nella sabbia, pur avendone diversi chili a disposizione nella borsa termica.
A sera, nel ristorante dell'hotel o in una trattoria sul lungomare, conserva quella fame insaziabile, caratteristica solo di chi oziato per tutta la giornata. Beve vino bianco ghiacciato, per questo ne beve tanto e non ne apprezza il gusto, suda mentre mangia anche se c'è l'aria condizionata ed è sempre pronto a criticare il piatto se le porzioni non sono generose.
Il villeggiante marino continua a bere cocktail ghiacciati per tutta la sera e gran parte della notte, per risultare il più simpatico della compagnia ed evitare silenzi imbarazzanti, che rivelerebbero il vuoto assoluto che ha generato la giornata a mare.

Il turista montano, invece, è controllato e distinto in ogni gesto del suo desinare. Anche a pranzo mangia "una colazione" al sacco, non un panino superfarcito. E la sera conserva il senso per il cibo che ha sperimentato nelle escursioni della giornata. Ne apprezza il potere ristoratore, dosa i bocconi, mangia con eleganza e si gode la stanchezza dei muscoli insieme al calore di un calice di vino rosso.
Se beve dopo cena una grappa o un amaro, è per ritrovarsi con se stesso ancora più in profondità, non per dire spiritosaggini ai compagni di tavola.
Il turista montano non teme il silenzio, anzi lo cerca.

Il turista marino si sveglia tardi col mal di testa per le orgie di cibo e futile socialità mondana della notte prima, sconta in spiaggia tale stanchezza cronica e cerca nel sole e nel chiacchiericcio una forma di consolazione al vuoto che sente dentro.

Il turista montano si sveglia presto e l'alba lo coglie già in marcia sui sentieri più belli. È riposato e sereno e cerca nella fatica dell'ascesa e nella bellezza dei paesaggi quel barlume di infinito che sa di avere dentro.

In definitiva in montagna cerchi (e spesso trovi) te stesso. Al mare cerchi gli altri per fuggire da te stesso. Ne consegue un'umanità nobile e pulita nel primo caso, corrotta e sgraziata nel secondo.

Sarà per questa distanza abissale tra mare e montagna che preferisco la seconda. Eppure, da tre anni, passo più giorni a mare che in montagna. Non per mia scelta, beninteso, è che dicono faccia bene ai bambini. E con due piccole da crescere, per giunta sempre col raffreddore, mi sento in dovere di essere anche io "un corpo al sole".
Ma, da esperto di marketing, nutro il sospetto che la storia dello iodio sia solo una bugia del mercato, per affollare le spiagge e tenere silenti e protette le cime delle montagne.


7 dicembre 2012

Survival Kit 4: mezzi di trasporto (End of the World Economy - Cap. 17)

[Segue da Cap. 16]
Anche quando non esisterà più un lavoro, né un ufficio da raggiungere, potrebbe permanere l'esigenza di spostarsi. Quale mezzo potrebbe essere più adatto a farlo?

Ovviamente dipende, come quasi ogni oggetto del nostro Survival Kit, da che fine del mondo ci aspetta.
C'è chi ha immaginato mezzi corazzati per sopravvivere ad attacchi di "lupi" (vedi Cap. 5) lungo il percorso, chi a mezzi anfibi che permettano di muoversi in ogni condizione, diluvio universale incluso (conseguenza della casistica 2.4 del Cap. 2).
C'è anche chi ha pensato a qualcosa di più "aggressivo", qualora ci fosse bisogno di farsi strada, fra persone infette, pericolose e prive di lucidità (sì, qualcuno starà pensando agli zombie, ma io mi riferisco solo ad un ipotetico caso di pandemia, caso 1.1 del Cap. 2).

Il problema di tutte queste soluzioni è che necessitano di molto carburante (che, come abbiamo visto nel capitolo precedente, è un bene non facilmente reperibile in qualsiasi contesto catastrofico) e non è detto riescano a muoversi su ogni terreno.

La soluzione che prediligo, oltre ad ogni forma di bicicletta (compresa quella cingolata per la neve, che nel caso di nuova glaciazione torna comoda - casistica 2.7 del Cap. 2), è la motocicletta. Preferibilmente un mezzo on-off road, maneggevole e con bassi consumi.

Direi che una Honda Transalp, con ruote semi-tassellate, ABS e ampie borse porta viveri, potrebbe essere l'ideale (e qui giù risate da parte di chi sa che è esattamente la mia moto).

Non a caso uno dei film di culto sulla fine del mondo per impatto con la Terra di un corpo celeste, Deep Impact (incluso nella filmografia essenziale riportata al Cap. 3), vede il protagonista in sella ad una moto, che sguscia veloce fra le code di macchine incolonnate lungo le strade.
Anche perché è molto probabile che tanti furbi automobilisti (quelli che a Ferragosto fanno tutti simultaneamente la partenza intelligente alle 4 di mattina), si mettano in strada proprio quando il cataclisma si sta abbattendo su di loro, fiduciosi che la rete viaria li porterà in salvo, in qualche modo, in qualche luogo...
È utile sottolineare che probabilmente i mezzi di trasporto costituiranno una risorsa importantissima per la vita in scenari post-apocalittici. Non è escluso che i sopravvissuti adotteranno uno stile di vita nomade, in cerca di posti con risorse naturali ancora intatte o riserve di cibo.
Per questo avere la possibilità di spostarsi rapidamente può essere strategico.
[Continua ...]


1 maggio 2012

Finally home, finally family

Descrivere le emozioni del ritorno, dopo un viaggio intenso, non è mai facile.
Forse basta dire che mi sono portato dietro più di un peluche e un corno di alce...
Come ho scritto prima di partire, “il viaggio non comincia al momento dell’uscita da casa e non finisce con il rientro”.

30 aprile 2012

Decimo giorno: il ritorno

Potrei dire che il ritorno è iniziato il primo giorno, nel momento stesso in cui passavo la frontiera con l'Austria e pensavo con crescente malinconia a moglie e figlia che non avrei visto per dieci giorni. Ho solo scelto un giro un po' largo, per tornare a casa.
Rifornimento di GPL nel lungo viaggio dall'Estonia alla Polonia
Gli ultimi due giorni sono stati delle "tappe di trasferimento" affrontate senza dormire, per recuperare il giorno in più passato ad Helsinki (causa traghetto non disponibile).

Pranzo a Varsavia, Polonia
Dopo il pranzo a Varsavia, ieri siamo passati anche per Częstochowa, dove ero già stato circa 12 anni fa. Il santuario era molto meno gremito di pellegrini di quanto ricordavo, per cui siamo riusciti a visitarlo in poco tempo e a riprendere il viaggio.

Guidare con gli occhi che non si chiudono da 48 ore non è facile, per questo facevamo cambi di guidatore e soste frequenti. A ciò si aggiunga che le strade della Polonia sono decisamente inadeguate a viaggi come il nostro, dove si devono coprire grandi distanze in poco tempo. Solo nel sud del Paese c'è qualche autostrada decente.
Santuario di Częstochowa

Abbiamo attraversato il confine tra Polonia e Repubblica Ceca in serata, e abbiamo trovato un hotel nel centro di Ostrava per recuperare le forze e affrontare il tragitto previsto per oggi: Ostrava - Vienna - Trento.

Si tratta di un migliaio di chilometri che affronteremo dotati di  Red-Bull, e caffè lungo (che ebbi modo di chiamare in un precedente viaggio "bibbitozzo"), ma anche supportati dalla musica di Guccini e Davide Van De Sfroos.

Kebab ad Ostrava, Repubblica Ceca

29 aprile 2012

Nono giorno: Vilnius - Varsavia

Abbiamo visitato Tallinn alle 16.30, Riga alle 22.30 e Vilnius alle 4 di mattina (per la cronaca, tutte le città pullulavano di vita, più delle capitali del Nord).

Da 48 ore senza dormire, ci alterniamo alla guida della macchina, macinando chilometri su chilometri.
Come se non bastasse il poco tempo e i tanti km da percorrere, alla frontiera fra la Lituania e la Bielorussia, un'imbarazzata soldatessa ci ha detto che non potevamo entrare in Bielorussia senza un apposito visto. Ciò ha comportato il tornare indietro per più di 100 km per passare il confine con la Polonia.

Ora siamo a pranzo a Varsavia, ma presto riprenderemo il viaggio.

Note per i viaggiatori che volessero ripetere il viaggio: in Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia le strade sono pessime; non c'è nulla che possa anche solo lontanamente assomigliare ad una nostra autostrada. Quindi i tempi di percorrenza aumentano esponenzialmente!









28 aprile 2012

Ottavo giorno: Helsinki - Tallin - Riga - Vilnius

Dopo il pranzo ad Helsinki a base di ottimo salmone del mare del nord, ci siamo imbarcati per l'Estonia. Arriveremo alle 16.30 (fuso locale) a Tallinn e da lì ci aspetta una cavalcata verso Riga, in Lettonia, e poi Vilnius, capitale della Lituania. Probabilmente non dormiremo e guideremo anche la notte, avvicinandoci a Varsavia in Polonia.
Se tutto va bene, sarà la tappa-record: in un solo giorno toccheremo 5 stati e 4 capitali.

Purtroppo non c'era posto su alcun traghetto nella giornata di ieri, quindi siamo rimasti più del previsto in Finlandia; ora sarà un'impresa tornare in un paio di giorni a Trento!





27 aprile 2012

Settimo giorno: Helsinki

Dopo una nottata nella suite extra-lusso (per un "gradito" errore nella prenotazione) del traghetto Stoccolma-Turku, l'alba della Finlandia ci ha accolto come una promessa di incanto.
Abbena sbarcati abbiamo guidato fino ad Helsinki, in tempo per poterla girare tutta già in giornata.

La prima impressione è di una città più "friendly" rispetto alle altre capitali scandinave e in qualche modo più moderna, più protesa al futuro. Non a caso, in molti punti della città, il design moderno incontra l'antico, creando un connubio armonico e misurato.

Ultima nota: il ritornare a vedere i prezzi in euro è stato un piacevole sentore di casa!









26 aprile 2012

Sesto giorno: Stoccolma

La più "europea" delle capitali nordiche ci ha accolto con un dedalo di strade, ponti, tunnel e un'infinità di piste ciclabili che hanno messo a dura prova le nostre capacità di guida!
Stoccolma è bella, elegante e un po' spocchiosa. Proprio come le sue abitanti bionde e con gli occhi azzurri.

Ora attendiamo l'inbarco sul traghetto che ci porterà in Finlandia e festegeremo i miei trent'anni, sul mare del nord, aprendo una bottiglia di spumante trentino.
E domani, Helsinki!






Nel mezzo del cammin...

Nel mezzo del viaggio, praticamente a metà dei chilometri previsti, mi sveglio in un vecchio fienile adibito ad hotel, con di fronte un castello, un lago e verdi colline piene di rocce. Il tutto ricoperto da un muschio che sa di antico.
Ecco, la Svezia, per me, è in quel tappeto muschiato che ricopre ogni cosa, come la patina del tempo che di sé riveste le cose.
Ed ho 30 anni.
Magnifico modo di festeggiare il compleanno: farsi trovare, dal tempo, in viaggio...






25 aprile 2012

Quinto giorno: da Oslo verso Stoccolma

Lasciata la Norvegia, siamo tornati in Svezia e abbiamo puntato verso Stoccolma.
Stanchi delle solite serate nelle capitali nord europee, ci siamo fermati su un lago a 60 km da Stoccolma, in un parco naturalistico stupendo.
Torniamo ora da una passeggiata notturna nei boschi, dove caprioli, daini e alci camminavano con noi.