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31 dicembre 2009

La fine è il mio inizio

Il titolo di questo post è preso in prestito dall'ultimo libro di Tiziano Terzani. Ma non ho la pretesa di scrivere concetti filosofici chissà quanto complicati. Voglio solo vedere la fine di questo anno con quello spirito positivo che solo la prospettiva dell'imminente inizio può darmi.
In virtù di questa positiva proiezione al futuro, io e Maria Giovanna passeremo il capodanno a Monaco di Baviera, per poi andare a Vaduz, in Liechtenstein. Aggiungeremo così un nuovo stato alla lista del Whole World Trip... il che speriamo sia benaugurale, e ci porti un anno di viaggi!
Buona fine e buon inizio a tutti.

27 dicembre 2009

Apologia della Pubblicità

"La funzione vera della pubblicità consiste nel vestire gli oggetti esistenti con significati simbolici, unendo alla loro funzione pratica (del tutto muta ed inespressiva) un valore linguistico di comunicazione sociale e - in senso antropologico - culturale.”
Michele Rizzi

22 dicembre 2009

Ancora sul Marketing Etico

Riporto un interessante scambio di commenti avuto su Facebook, in seguito alla pubblicazione del precedente post.
GIOVANNI: Interessante! L'esempio però è falsato... ci sarebbe sulla scatola il posto per indicare dove è stato prodotto, i controlli che sono stati fatti sulle materie prime e informazioni su cosa si sta realmente comprando, invece che la targhetta "Isy Pil" sul tonno o la scritta "Live Miusic". Anche l'inglese ne gioverebbe!
LUCA: Non è che l'esempio sia falsato... è solo una semplificazione. Le note sul prodotto a cui tu fai cenno sarebbero prese in considerazione da un consumatore razionale, che compie le sue scelte in base ad un'attenta valutazione del rapporto costi/benefici (intendendo per benefici anche lo scarso impatto ambientale, la salubrità degli ingredienti, la bontà del processo produttivo, ecc.). Ma l'uomo non è un animale razionale. Anche la teoria marginalista, che domina le analisi proprie della microeconomia moderna, ci insegna che il valore imputato ad un bene è un fatto estremamente soggettivo. Tale valore è sempre più frutto di impulsi emotivi, e poco di valutazioni razionali. Tornando all'esempio di Geppi De Liso, il prezzo sarebbe l'unica discriminate capace di influenzare le scelte d'acquisto. In pratica un acquirente non sarebbe disposto a pagare di più per un prodotto del "Commercio Equo e Solidale", se non fosse gratificato dal vedere sulla confezione che acquista il logo indicativo di tale mercato, se non ci fossero messaggi testuali che gli assicurassero la bontà della sua scelta d'acquisto. E quei messaggi li scrive un copywriter, quei loghi li fa un grafico. Cioè chi fa marketing. In ultima analisi anche scrivere "Luogo di produzione: Italia", oppure "Questo prodotto è stato coltivato al caldo sole dell'Italia, nel pieno rispetto delle normative in vigore", fa differenza! Scegliere tra una frase o l'altra è una scelta di brand identity; la prima prettamente informativa, la seconda più emozionale. ... In pratica, mere scelte di marketing.
GIOVANNI: Trovo inquietante che inizi ad essere la domanda a determinare l'offerta in questo modo: quando chi produce cerca di soddisfare chi compra invece che la sua voglia di fare bene il proprio lavoro la cosa si fa pericolosa. Visto così il marketing non è una cosa che si può scegliere, se ci metti dentro qualsiasi scelta a monte di uno scambio tutto è marketing, allora si tratta solo di farlo per il """bene""". Mettere un nudo in copertina e raddoppiare le vendite di un settimanale è anche quello marketing come aiutare un produttore a mettere a fuoco i punti di forza del suo lavoro e informarne i futuri clienti. A me sembra che il vero problema sia la creazione di bisogni indotti e la deviazione degli istinti per aumentare le vendite. È marketing volendo anche il passaparola, ma quello porta con se contenuti, non solo richiami per l'inconscio: mi dice che tipo di persone hanno apprezzato un prodotto e spesso per me rappresenta una pubblicità negativa, mi consente di fare una scelta con più informazioni... Se ti rivolgi ad un pubblico che non è in grado di effettuare scelte razionali è come avere a che fare con un gregge di pecore: puoi anche portarle tutte al macello, il tuo potere su di loro ti permette di farti domande su cosa gli stai facendo o fregartene. Il problema morale li sfuma, è difficile in quel caso dire cosa sia giusto, puoi considerare i cori razzisti negli stadi un risultato della natura da difendere come la foresta amazzonica... A mio parere le cose sono giuste o sbagliate solo se ci sono libertà da difendere.
LUCA: In effetti il problema della responsabilità del singolo permane: fare marketing etico è una scelta degli operatori, che si rinnova di volta in volta in ogni progetto, perché è dietro l'angolo la tentazione di creare "bisogni indotti". Nella mia analisi mi sono limitato a dire che il Marketing non è "ontologicamete sbagliato". Ma, come per il mondo della Ricerca, rimane la responsabilità del singolo che sceglie l'approccio al problema e l'utilizzo delle risorse metodologiche e tecnologiche nel pieno rispetto di idee e ideali a lui cari. ... E, per quanto mi riguarda, ritengo le libertà da difendere, come te, prioritarie!

20 dicembre 2009

Marketing & Etica

Dall’ultimo post è rimasta aperta una domanda:
è etico fare marketing?
Indipendentemente dal rispetto di un codice deontologico (tra l’altro ancora poco chiaro in Italia, poiché ogni scelta deontologica è demandata all’autoregolamentazione interna delle diverse associazioni di categoria), resta l’incognita del valore intrinseco della promozione al consumo.
È pur vero che si può fare marketing per Associazioni di Volontariato, ONG e anche Campagne di Utilità Sociale, ma la stragrande maggioranza delle azioni pubblicitarie non sono mirate a raccogliere fondi per questa o quella ONLUS, bensì ad invogliare i consumatori a comprare prodotti o servizi, in quantità sempre maggiori e sempre più frequentemente.
La propensione al consumo è senz’altro un elemento fondamentale per sostenere la crescita economica, ma oggigiorno forse andrebbe ripensata. I ritmi di sviluppo sostenuti a cui abbiamo sottoposto la terra ci hanno portato ad un punto di non ritorno, un orizzonte degli eventi oltrepassato il quale non c'è speranza di salvezza per il nostro pianeta.
La presa di coscienza di tale situazione induce anche i più accaniti sostenitori dell'equazione "crescita economica=maggior benessere" a propendere per una decelerazione dei ritmi di produzione e consumo attuali; si parla già da tempo di puntare sulla decrescita, come ho già scritto su questo sito un anno fa.
Ma al di là del sostenere o meno uno stile di vita consumistico, resta la legittima domanda su se sia etico fare marketing, se cioè sia giusto utilizzare conoscenze economiche, culturali e psicologiche per effettuare una comunicazione grafica, sonora e testuale volta a influenzare le scelte di acquisto del consumatore (nonché ad aumentarne la propensione al consumo).
Mi sono posto questa domanda dal giorno stesso in cui ho iniziato a lavorare in Archimede Creativa.
D'altronde anche quanto studiavo Ingegneria Aerospaziale mi ero scontrato con problemi di compatibilità tra i miei ideali e quelli del mondo lavorativo (ma anche solo universitario), legato all'industria aerospaziale. Ricordo che all'epoca con Ingegneria Senza Frontiere di Pisa e Ingegneria in Movimento - Sinistra Per, organizzammo un dibattito sul tema "Ricerca ed Etica".
Ma interrogarsi circa il ruolo della responsabilità individuale nel fare ricerca è forse più scontato che nel fare pubblicità.
Il famoso dilemma che tanti scienziati nel dopoguerra si posero, ovvero se fosse stato giusto o meno creare la bomba atomica, ha sempre tenuto vivo il dibattito sull'importanza dell'Etica nella Ricerca.
Tuttavia tale dibattito non sembra così vivo nel mondo del Marketing. Anche l'Economia si interroga sulle vie da seguire per raggiungere un'eguaglianza concreta sul piano distributivo, ma nello stesso tempo non si pone problemi sulle dinamiche che muovono il consumo.
Per questa ragione ho a lungo cercato di capire se sul piano ontologico ci fosse una ragione per lavorare in questo settore, o se fosse opportuno impiegare le mie energie in altri ambiti.
Una risposta molto convincente l'ho trovata in un libro (dal titolo Marchi) di Geppi De Liso, direttore creativo dello Studio De Liso di Pubblicità e Comunicazione Visiva (e per anni docente del corso di Laurea in Marketing e Comunicazione d'Azienda dell'Università degli Studi di Bari). Egli prova a fare un'astrazione, e ad immaginare un mondo senza brand né pubblicità.
Riporto di seguito il passaggio del libro che ho trovato illuminante:
"[...]Per spiegare meglio questi concetti sulle capacità di differenziazione dei prodotti effettuate dalla marca ricorro ad una dimostrazione per assurdo: fingiamo che non ci siano marche, che non siano mai nate. Se entrassimo in un supermercato - ammesso che possa esistere così - ci troveremmo di fronte ad una scena di questo tipo: i prodotti sono presentati in confezioni anonime, bianche, riportanti solo il nome del contenuto, neanche il nome del produttore, perché altrimenti sarebbe la marca, nessuna decorazione sulla confezione, o packaging, nulla che differenzi i prodotti, tranne un elemento della comunicazione che non può essere soppresso se il prodotto vien messo in vendita: il prezzo. Certo, perché anche il prezzo è una parte determinante della comunicazione d’impresa, determinato da strategie di marketing oltre che da conti economici.
E i prezzi parlano. Un prezzo alto dirà: “Se compri me sai di ottenere un prodotto di qualità superiore”, il luogo comune “più spendi meglio spendi” agisce in suo favore. Un prezzo basso dirà: “Io non ho molte pretese, se non puoi permetterti qualcosa di meglio, accontentati di me”.
Un prezzo medio invece dirà: “Io sono a metà strada, non sarò di qualità superiore, ma il prezzo non è eccessivamente alto, puoi accontentarti”.
Posti di fronte a questo tipo di mercato come ci comporteremmo?
Per esperienza, avendo posto spesso questa domanda in vari corsi, so che stravince il prodotto dal prezzo medio.
Bene, che fine farebbero gli altri produttori? O eguagliano il prezzo, e allora non sono più riconoscibili, o escono dal mercato, cioè falliscono.
Pensate a cosa sarebbe il mercato gestito in oligopolio, cioè da pochi produttori vincenti, e a quanti lavoratori sarebbero senza lavoro.
Ma ecco che le cose stanno diversamente, perché la comunicazione d’impresa - brevemente la pubblicità - diversifica i vari prodotti, riempiendoli di emozioni, dando loro una personalità, che va ad aggiungersi alle loro prestazioni o alla capacità di rispondere ai bisogni, rendendoli, in una certa misura, unici e talvolta mitici."
In pratica la pubblicità è la base del libero mercato. Permette la coesistenza di prodotti e servizi in libera concorrenza fra loro. Oggigiorno, poi, è sempre più orientata verso i gusti propri del pubblico, senza la pretesa (forte invece agli inizi della seconda industrializzazione) di influenzarli. Si è passati, per dirla in gergo tecnico, da una logica push ad una pull.
Un consumatore moderno, quindi, può far pesare ancor di più le sue scelte d'acquisto, ed influenzare la produzione.
Il marketing sarà sempre lì, a garantirgli la possibilità di scegliere.

13 dicembre 2009

...ulteriori riflessioni su Google e sul SEM

Tempo fa scrissi 8 domande da rivolgere ai manager di Google, in occasione di un seminario sullo strumento AdWords (ovvero il sistema di annunci sponsorizzati che escono generalmente a destra nella SERP).
Per ovvie ragioni di opportunità, tali domande non furono mai poste.
Comunque le ho recuperate, fra i cumuli di cartelle digitali che affollano il mio hard disk, per continuare la riflessione avviata la scorsa settimana circa i rischi del monopolio nel web-searching.
Alcune delle domande che seguono potrebbero risultare poco chiare a chi non si occupa di SEM (Search Engine Marketing), ma danno comunque idea di quanto sia complessa la riflessione attorno alla posizione dominante di Google.
Punto Primo:
Ogni quanto viene cambiato l’algoritmo con cui Google effettua il ranking dei siti per i risultati delle ricerche on-line? Ha senso investire in ricerca, se poi i contenuti delle “scoperte” sono estremamente precari e non garantiti nel futuro?
Punto Secondo:
Come vengono analizzati i dati dell’utilizzo di AdWords da parte delle WebAgency? Cioè, papà Google sa cosa fa Archimede, e cosa fanno migliaia di altre Agenzie o utenti privati per posizionare i propri annunci; cosa ci garantisce che giochiamo ad armi pari? Non è forse vero che Google può in qualsiasi momento modificare le regole del gioco, in base alle analisi di utilizzo, per aumentare i propri guadagni?
L’impressione che si ha conoscendo l’evoluzione di AdWords è che Google abbia portato il sistema a generare un grandissimo fatturato, semplicemente aumentando la competizione tra gli utenti. Il sistema delle aste, sebbene compensato dalla valutazione del CTR, porta, con l’aumento degli annunci in competizione, ad un aumento esponenziale dei costi per parola chiave; Google se ne rende conto?? Qual è la sua strategia per il futuro? Gli va bene semplicemente che ci siano milioni di scontri tra competitors nuovi e in ascesa, contro quelli vecchi e in declino, col solo scopo di massimizzare le entrate, sfruttando la sua posizione di monopolio del WebSearching?
Punto terzo:
Come è possibile che ci siano grandi gruppi in grado di stracciare i posizionamenti curati dalle web agency? Due esempi su tutti: Facebook se cerchi persone, oppure eBay se cerchi un prodotto. Ci sono accordi commerciali con Google che si fanno beffe delle regole di AdWords? Perché eBay può fare uscire un suo annuncio a bassissimo costo e sopra uno che magari altri hanno pagato più di un euro? Si deve competere ad armi impari? Teniamo presente che qui non vale la motivazione del CTR o del punteggio di qualità, perché spesso gli annunci di eBay c’entrano poco con la ricerca effettuata.
Punto quarto:
Gli investimenti in AdWords aiutano il posizionamento nell'organico della SERP?
Se così fosse sarebbe assurdo, poiché basterebbe pagare Google per essere posizionati (contro ogni logica di "qualità della ricerca"); ma se così non è (come di fatto affermano i manager di Google) allora si introduce un elemento negativo per chi investe in AdWords, poiché potrebbe perdere opportunità di posizionamento nell'organico, in quanto il traffico sul suo sito avverrebbe tramite gli annunci AdWords.
Punto quinto:
Come possiamo ottenere una “pre-valutazione” dell’annuncio? E’ ovvio che Google guadagna sui nostri errori, e preferisce che ci sia battaglia fra gli utenti a suon di rialzi alle aste per le parole chiave, ma ci vorrebbe un minimo di prova per limitare l’investimento iniziale. Siccome Google ha miliardi di informazioni in statistiche, potrebbe offrire un servizio di valutazione annunci, che incroci i dati in memoria, e permetta di capire come si comporterà un nostro annuncio in varie condizioni di WebSearching.
Punto sesto:
Perché, se l’obiettivo di Google è dare al navigatore quello che cerca, non ha creato un progetto di valutazione della soddisfazione clienti? Come si può considerare un click su un annuncio come un “sì, mi interessa” e magari quel click non ha generato nessun introito perché la permanenza in quella pagina è stata inferiore al secondo?
Non si può prevedere una sistema di “costi per venduto”, ed uno di “costi per impressions”? Una sorta di diversa tipologia di campagna AdWords, che ci faccia pagare (ovviamente molto di più), ma solo sul prodotto realmente venduto.
Legare i due sistemi (come avviene attualmente), dando come vantaggio dell’annuncio attinente una scontistica sul costo delle KeyWords, è forse tecnicamente più semplice per Google, ma commercialmente difficile da gestire.
Punto ottavo:
E’ possibile fare uno scambio alla pari? Ovvero ospitare annunci di altri sui nostri siti, in cambio della visualizzazione dei nostri siti sull’enorme rete di siti che partecipano alla campagna AdWords. Lo scambio, ovviamente, oggi è possibile, ma è decisamente svantaggioso; nel senso che da una parte bisogna essere paganti e dall’altra pagati, ma il gap tra le due voci è estremamente ampio. Per farla breve, se io accolgo un banner che viene visualizzato 1000 volte sul mio sito, prendo 1, di contro se ne voglio piazzare uno mio sul sito di un altro, per 1000 impressions, in proporzione, pago 100. Non sarebbe interessante creare un sistema paritario per favorire lo scambio di proposte pubblicitarie?
Ecco, ho riportato un po’ di cose che non tanto mi piacciono di Google. Questi 8 punti, se sviluppati, potrebbero portare ad un sistema di SEM più evoluto e con meno variabili incerte. La cosa peggiore di tale incertezza, è che è tutta imputabile a Google. Cioè la gestione efficiente del posizionamento, sia nell'organico che nella colonna degli annunci sponsorizzati, è impossibile da garantire, poiché soggetta a sistemi non trasparenti di gestione degli algoritmi di indicizzazione.
Ma ora chiudiamo questa riflessione ed apriamone una che in ordine di importanza vien ben prima: il Marketing è giusto? La Pubblicità, che è l'attività più evidente delle politiche di marketing delle aziende, è etica?
Non parlo di questa o quella pubblicità, ma della "fattispecie astratta" del fare pubblicità. In ultima analisi, come può un comunistello come me lavorare in un'agenzia di comunicazione integrata??
La risposta alla prossima volta...

6 dicembre 2009

Google e la verità relativa

Alcuni mesi fa sono andato con una collega a seguire un seminario presso la sede italiana di Google, a Milano.
Per chi come me lavora sul web, Google è un po' il "monopolista per eccellenza" cui dar conto, il tiranno indiscusso che regola indirettamente ogni strategia di web-marketing, posizionamento, e perfino la progettazione di un sito web.
Da anni ormai sul web non si muove foglia che Google non voglia.
Google negli USA indirizza oltre il 60% del traffico web, mentre il suo diretto competitor, Yahoo!, è sotto il 20%. Forte di questa leadership, Google da solo raccoglie quasi l'80% degli investimenti pubblicitari su internet.
Per questa ragione, forse, è stato particolarmente emozionante entrare nella sede di Google Italia. Ma ben presto l'ammirazione per il colosso di Mountain View si tramuta quasi in paura, in uno timore inconscio per il pericolo che tale strapotere comporta.
Tuttavia la riflessione sulla bontà o meno di Google è molto complessa, e non può esse risolta con sbrigative prese di posizione anti-monopoliste.
Innanzitutto bisogna considerare il "vantaggio dello standard".
Chiunque progetti siti internet parte dal valutare il futuro posizionamento del sito nella SERP (Search Engine Results Page) di Google. Se dovesse farlo per decine di altri motori di ricerca sarebbe un dramma!
L'utente stesso ha un vantaggio nell'usare un solo motore di ricerca: diventa uno strumento a lui noto, di cui riconosce (seppure in maniera limitatissima) la logica dietro i risultati; ciò gli permette, ad esempio, di non dover imparare alcun indirizzo internet, ma semplicemente ricordare la combinazione di parole chiave che gli restituisce, nelle prime posizioni della SERP, il sito di suo interesse.
Il nodo centrale è che la ricerca sul web pare non avere alcuna oggettività nei risultati: tutto è affidato al complesso algoritmo del Search Engine scelto, e nulla può l'utente per migliorare il processo di ricerca, se non valutare attentamente le parole da digitare per raggiungere il proprio obiettivo informativo.
Un esempio del caos che regna nell'utenza web al semplice "cambio di standard", lo si può vedere digitando "luca martino" in Google e su Bing (il nuovo motore di ricerca sviluppato da Microsoft). Con Google questo blog compare addirittura primo nella SERP, nonostante il titolo (WWT, che sta per whole world trip) non abbia attinenza diretta con le key words digitate. Utilizzando Bing, invece, non c'è traccia di questo blog, nemmeno nelle pagine successive alla prima. Quindi stesse parole chiave, ma risultati notevolmente diversi.
Le ragioni di un così discordante ranking dei due motori di ricerca per le key words costituite dal mio nome e cognome, sono molteplici, e non basterebbero mesi di studio per venirne a capo. Però questo esempio ci permette di fare una semplice constatazione: i motori di ricerca ci fanno vedere quello che vogliono.
In pratica non esiste alcuna garanzia che digitando delle parole chiave i search engines ci restituiscano "la realtà" presente sul web. Semmai, ci daranno "la loro realtà".
Questo vale per tutti i contenuti, non solo per i casi in cui i motori di ricerca praticano una vera e propria censura.
A proposito di censura, famoso è il caso dell'accordo di Google con il governo Cinese, che ha dato incredibili risultati, come l'oscuramento relativo alla persecuzione perpetrata ai danni del movimento spirituale pacifista "Falun Gong"; le stesse parole digitate in occidente danno un risultato, mentre con la versione cinese un altro.
Ma parlare di controllo dell'informazione non è esatto. Se Google praticasse realmente un controllo dell'informazione perderebbe credibilità e nel giro di poco tempo sarebbe sostituito con altri search engines.
Tuttavia quello che l'utente dovrebbe sempre tenere ben presente facendo navigazione libera tramite i motori di ricerca è che i risultati sono sempre parziali e non rispecchiano necessariamente la realtà. Possiamo senz'altro dire che c'è una stretta correlazione tra il mondo reale e quello rappresentato per immagini e testi dal web, tuttavia questa relazione è talvolta labile, e talvolta non veritiera. Spesso a questo problema di non corrispondenza tra web-reality e reality, si aggiunge il fatto che affidiamo la ricerca causale, logica, intellettuale e culturale ai motori di ricerca, mentre dovrebbe restare un'azione esclusivamente sotto il controllo della nostra intelligenza e voglia di Verità.
Ad ogni domanda, Google ci darebbe sempre e solo la sua verità. Estremamente relativa.

15 novembre 2009

Chi ben comincia...

Volo Milano-Lisbona, poi crociera da Lisbona per l'isola di Lanzarote (a Nord dell'arcipelago delle Isole Canarie); da lì ad Agadir, in Marocco, poi a Casablanca. Lasciato l'Atlantico (fin troppo agitato per i nostri gusti!), ci siamo diretti a Malaga, in Spagna. Dopo Malaga, sosta a Gibilterra (territorio d'oltremare del Regno Unito) e ritorno a Lisbona. A Lisbona 4 giorni di riposo per riprenderci dalle fatiche della navigazione.
Insomma, come inizio non c'è male.
Personalmente ho aggiunto solo due stati (Marocco e Gibilterra) alla lista
dei paesi visitati (visibile dal link nel menù principale), mentre Maria Giovanna ben 4 (Portogallo, Spagna, Marocco e Gibilterra) in meno di due settimane.
Di questo passo il WWT potrà procedere alla grande!

31 ottobre 2009

Compagni di viaggio

Tanto tempo fa avevo scritto una specie di poesia per la mia fidanzata. L'avevo anche scritta, anni dopo, su questo blog (era gennaio del 2008).
La riporto di seguito:
Partiremo un giorno in due
...Partiremo un giorno d’autunno,
perché sono i turisti che partono d'estate. Partiremo d’autunno perché non abbiamo paura di andare incontro all'inverno. E partiremo di mattina presto, per mettere, durante il primo giorno di viaggio, quanta più distanza è possibile tra noi
e la nostra casa; così che, a sera, non ci venga in mente di tornare indietro. Partiremo in due. Due amici, due amanti, due nemici, due complici, due pellegrini, due fuggitivi. Due di due concetti, di due cuori, di due opposte sensibilità, due di due idee, ritrovate una volta in un libro, poi dimenticate. Partiremo perché è ora, non perché dobbiamo. Partiremo perché vogliamo, non perché è tardi. E, soprattutto, partiremo per non arrivare, perché in fondo non ci è mai interessato; perché la vita ci ha insegnato che è la strada che fa il pellegrino, non la meta.
Rileggendola oggi, mi sembra quanto mai "profetica". Per tanti aspetti, non ultima la metaforica partenza autunnale.
È in un giorno d'autunno, infatti, che ho deciso di sposarmi. Oggi, per la precisione.
Ebbene sì, nel preciso momento in cui sarà pubblicato questo post, sarò in chiesa a legare ufficialmente la mia meta a quella della mia compagna di viaggio, Maria Giovanna.
Ho postdatato la pubblicazione di questo post perché, in fondo, in questo blog, raramente ho anticipato gli eventi; semmai ne ho dato un resoconto.
Anticipare è un inseguire una realtà sfuggente.
Raccontare fatti al passato è un nostalgico esercizio letterario.
Ci resta il presente, ed è tutta lì che dobbiamo concentrare la nostra attenzione.
Il viaggio prosegue. In due.

7 ottobre 2009

Giubilo

Pur preso in mille impegni, mi fermo un attimo per condividere un momento di gioia. Anche se è triste dover gioire per una semplice affermazione del diritto costituzionale. Certe cose dovrebbero essere scontate. Ma non in Italia.
Comunque, per ora, con il Lodo Alfano bocciato, "Egli" non potrà aggiungere il "VOI", alla celebre frase...

7 settembre 2009

Oltre le Alpi

Non sono riuscito ad attendere molto, e subito mi sono spinto oltre le Alpi, in Austria, in sella alla Transalp.
Con Maria Giovanna abbiamo passato questo weekend ad Innsbruck, percorrendo in moto quasi 400 km tra andata e ritorno. Ed è stato bellissimo.
Da domani si ritorna in ufficio. Ma "l'invito al viaggio" è sempre presente.

27 agosto 2009

Andare oltre

Oggi ho ritirato la mia prima moto: l'Honda Transalp.
Il nome Transalp ha sempre richiamato alla mia mente un concetto di libertà ed avventura che aveva un fascino irresistibile.
"Trans" vuol dire andare oltre, e per me che vivo ad un passo dalle Alpi, andare "oltre le Alpi" è una promessa di avventura talmente reale da infondermi gioia anche al solo pensiero di poter presto intraprendere un nuovo viaggio...
Questo blog, in fondo, è nato come il sito di un progetto di giro del mondo in moto.
Whole World Trip era un "brand di prodotto" (per usare un termine caro al marketing) nato proprio per raccontare le avventure che mi apprestavo a compiere appena dopo aver lasciato Pisa. Inizialmente volevo usare la BMW R1200 GS Advetnure, ed avevo preso contatti con la BMW per ottenere una sponsorizzazione (qui c'è uno dei primi post scritti su questo sito). Poi tutto naufragò, ed approdai alla FIAT. Quando, per mille ragioni, anche l'idea di utilizzare la Panda 4x4 non ebbe seguito, mi resi definitivamente conto che per fare il giro del mondo mi sarei dovuto accontentare di piccole tappe distribuite su tanti anni.
In quel momento anche il logo che era stato creato per rappresentare il WWT cessò di avere riferimenti reali al progetto, e rimase un'idea astratta di "desiderio di avventura", destinato purtroppo ad essere inappagato. Una stilizzazione su sfondo arancione del logo, comunque, è sempre stata visibile nella parte alta a sinistra di questo blog, segno che la voglia di viaggio su due ruote è rimasta intatta in tutti questi anni.
Se oggi ho comprato la moto, in realtà, è perché ho difficoltà a trovare parcheggio con la macchina nei pressi della Facoltà di Economia (che è in centro), ed uscendo dal lavoro tardi ho appena una ventina di minuti per arrivare a lezione.
Ma, qualunque sia il motivo, una moto in garage vuol dire "possibilità di partire", e tanto basta a darle un valore superiore a quello attribuibile meramente per la sua utilità pratica.
E poi è più facile che il pensiero si trasformi in azione, avendone i mezzi... quindi il WWT potrebbe presto arricchirsi di una nuova capitale, raggiunta questa volta in moto.
Tempo fa vidi il video della canzone "Love Generation" di Bob Sinclair, e mi resi conto che ciò che mi affascinava del viaggio era proprio la possibilità di andare oltre il quotidiano, oltre la banalità dei gesti ripetuti senza passione per mera abitudine.
Ogni mattina dovremmo avere lo spirito giusto, e uscire di casa convinti che il giorno a cui andiamo incontro è una splendida avventura.
...lets roll your wheels

26 luglio 2009

L'estate è finita

Ieri mattina sono ripartiti i miei genitori, che erano venuti per qualche giorno di vacanza in Trentino. Lo scorso fine settimana li avevo raggiunti a Canazei per fare qualche sentiero dolomitico e, anche se per poco, avevo provato una sensazione dimenticata, un senso di leggerezza che non provavo da due anni: essere in vacanza. E' stata una sensazione breve e fugace, ovviamente; il lunedì sono tornato al lavoro.
Quello su cui stavo riflettendo oggi, al contrario, era un pensiero decisamente meno piacevole: settembre è già qui. La sensazione dominante di questo caldo pomeriggio domenicale di fine luglio, infatti, è che l'estate sia già finita. Non avere prospettive di viaggio mi toglie ogni desiderio di guardare alle prossime settimane con fiducia; in fondo mi attendono solo mesi di duro lavoro, corsi universitari, esami...
Ma perché?? Per produrre, consumare, e poi produrre ancora, e consumare di più. C'è qualcosa che non va, in tutto questo; ma ci siamo dentro.

15 luglio 2009

Lontani dalla Realtà

Ieri sono andato a sentire Alejandro Jodorowsky al Teatro Tenda di Pergine Valsugana. L’altro ieri ho fatto una riunione con la “corrente” interna al PD trentino, che fa riferimento a due candidati che ho supportato nelle ultime elezioni provinciali, per discutere dell’imminente iter precongressuale del Partito. Cosa hanno in comune Jodorowsky e la riunione politica?? Il surrealismo! Ma mentre per il primo si tratta di una scelta artistico-letteraria, nel secondo caso il termine si riferisce al totale distacco dalla realtà, alla distanza abissale tra i dati frutto di analisi e la conseguente programmazione politica.

Per farla breve, lunedì ho provato un profondo sconforto nel constatare che il PD non è “nuovo”, non è pronto alla sfide di oggi (né tanto meno a quelle di domani), non è democratico, non è in grado di recepire le richieste della base, non si rende nemmeno conto che la realtà è diversa da quella che dipingono i molteplici leader o presunti tali che da decenni vivono di poltrone.

Durante la riunione ho preso la parola per esprimere il mio rammarico nel constatare che i candidati alla segreteria del Partito erano i soliti politicanti incapaci (sì, diciamocelo, incapaci) e che non potevano garantire nessun futuro al PD. Ho provocatoriamente detto che avrei preferito la candidatura di Beppe Grillo, pur di avere uno slancio di rinnovamento interno, una spinta idealista che ormai latita all’interno dei palazzi del potere. Mi hanno avanzato obiezioni che in un altro contesto avrei bollato come "di destra". “Grillo è un comico, snaturerebbe il PD che con tanta fatica abbiamo costruito” Ma non credete che, se Grillo ottiene un buon risultato, è perché il popolo del PD sta cambiando, e che forse vuole dire ai vari Franceschini/Bersani/D’Alema/Fassino/Veltroni/Bindi/Marino che la smettessero di fare gli intrallazzoni e iniziassero ad essere movimentisti ed idealisti?! “Grillo non crede negli ideali del PD, quindi non va ammesso” Ma scusate, quando uno si iscrive dichiara di accettarli, e se non li rispetta lo si può sempre espellere! Non si può precludere un’iscrizione ad un Partito sulla base di una presunta “colpevolezza ideologica”!!! “E se poi vince davvero?” Ma buon Dio, se vince è perché è stato democraticamente eletto dagli iscritti del PD!!! Forse ai nostri dirigenti di Partito fa paura vedere quanto dissenso interno convergerebbe sulla candidatura di Grillo??? La verità è che si ha paura del confronto democratico. Sì, il Partito Democratico non è democratico; si chiude, perché ha paura che la sua base mandi un segnale forte alla dirigenza vecchia e logorata dal potere. Non accettare la candidatura di Grillo è una vergogna, e vorrei strappare la tessera solo per questo. Se poi ai commenti sprezzanti dei candidati alla segreteria del PD aggiungiamo quello che dicono le dirigenze territoriali del Partito, c’è da rimanere ancora di più amareggiati. Nell’incontro di lunedì si è dato per scontato che il candidato da appoggiare fosse Bersani. Prima ancora di iniziare un dibattito. Forse perché la Bindi, a cui fanno riferimento alcuni del nostro gruppo, si è già schierata con lui?? Ma come si può scegliere se ancora non ci sono piattaforme programmatiche? La logica sembra essere quella che il singolo iscritto si affidi all’indicazione della sua “correntuccia” territoriale, la quale fa riferimento ad una corrente di un qualche leader nazionale, il quale si inserisce nel “correntone” più conveniente. E quando sarà il momento di parlare di contenuti?? Quando esistevano ancora i DS (che comunque mi mancano), ho potuto vedere questi modi chiusi, serrati, di prendere le decisioni interne. Mi ricordo diversi anni fa, quando la sezione che frequentavo votò quasi unanimemente la “mozione Fassino”. A me piaceva quella di Mussi e non capivo come mai non trovasse consensi. Ero uno sciocco; credevo che si trattasse di contenuti. Il voto di un iscritto è un voto pilotato, ingessato, forse addirittura “obbligato” dalla catena di vassallaggio che negli anni si è consolidata.

I veri leader non hanno bisogno di queste logiche per far valere la propria linea. Ma purtroppo la Sinistra non ha leader degni di questo nome ormai dalla morte di Enrico Berlinguer. E il motivo è che c’è un caporalato (se volete, estendete pure il significato di questo termine) che si fa lotte intestine e non accetta mai di essere deposto (vi consiglio, a tal riguardo, il libro di Alessandra Sardoni, “Il fantasma del leader”).

Ma entriamo nel merito delle candidature; crediamo davvero che quei signori valgano qualcosa? Per una volta cerchiamo di abbandonare la logica del “voto il meno peggio”, proviamo a pensare ad un candidato ideale che ci piaccia davvero, che ci entusiasmi, che ci renda contenti del voto che esprimiamo. Credete che Bersani, Franceschini o Marino rispondano a questa esigenza? Circa Bersani, tanto per fare un esempio, solo chi non capisce nulla di economia può dire che le liberalizzazioni sono state un successo. Sì, mi si dirà che almeno sono qualcosa. Ma per una volta cerchiamo di non fare il discorso da uomini di sinistra che devono difendere l’operato dei politici che hanno votato. Il risultato è che dovremmo ammettere che Bersani ha fatto un centesimo di quello che doveva fare, e che il mercato ha già vanificato il 90% dei sui provvedimenti. Era meglio statalizzare, a questo punto. E se penso a chi lo appoggia mi vengono i brividi: Baffetto (D’Alema), che non ha la stoffa di leader di Baffone (Stalin), ma sola la cattiveria e la tendenza al complotto, lo appoggia; e sarebbe anche solo questo un motivo per starne alla larga. Pensiamo a Franceschini; solo chi non ha in mente l’importanza di un Segretario forte e capace può pensare che Franceschini sia in grado di guidare il Partito verso una prospettiva di governo. Senza contare che, in quanto braccio destro di Veltroni ha delle responsabilità oggettive circa i fallimenti elettorali del PD. Provo disistima perfino per la Serracchiani, che si è fatta mettere da parte per accontentare i suoi superiori (appoggia Franceschini). Il Nuovo non deve aver paura di rompere con il Passato, altrimenti è anch’esso parte di quel sistema. E la sua non candidatura è la prova che andare contro la dirigenza vecchia e logora necessita di una buona dose di coraggio. Ma cosa possiamo sperare, se il meglio che la politica italiana può offrirci è questo?! Ricordando Jodorowsky: Non so dove vado, ma so con chi vado. Non so dove sono, ma so che sono in me. Non so che cosa sia Dio, ma Dio sa che cosa sono. Non so che cosa sia il mondo, ma so che è mio. Non so quanto valgo, ma so non fare paragoni. Non so cosa sia l'amore, ma so che godo della sua presenza. Non posso evitare i colpi, ma so come sopportarli. Non posso negare la violenza, ma posso negare la crudeltà. Non posso cambiare il mondo, ma posso cambiare me stesso. Non so che cosa faccio, ma so che sono fatto da ciò che faccio. Non so chi sono, ma so che non sono colui che non sa. Mi aggrappo alla terzultima frase… e, nella consapevolezza di non poter cambiare il mondo, continuo a lavorare su me stesso.

28 giugno 2009

La Metafisica della Qualità

Oggi ho scritto una voce per l'Enciclopedia Libera Wikipedia. Sono anni che supporto il progetto (per un periodo su questo blog c'è stato anche il banner per fare le donazioni), ma mai prima d'ora avevo scritto una voce da zero. Il fatto è che stavo approfondendo il pensiero di Robert M. Pirsig, dopo aver riletto il suo fantastico libro "Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta", ma non trovavo informazioni chiare sulla sua filosofia. Per quanto navigassi su internet, non riuscivo a trovare una sintesi che mi chiarisse in definitiva cosa significasse "Metafisica della Qualità". Anche Wikipedia, pur citandola a proposito di Pirsig, non aveva una voce dedicata all'argomento. Per cui, dopo aver dedicato il pomeriggio a chiarirmi le idee, ho deciso di raccogliere gli appunti e scrivere nell'Enciclopedia Libera la voce Metafisica della Qualità.

Ma il punto centrale che mi preme condividere è questo: è stata una bella esperienza. Sebbene sia solo l'inizio (perché le voci possono essere continuamente modificate e ampliate dagli utenti), ho sentito forte la bellezza della condivisione, del sapere che cresce grazie a piccoli contributi di ciascuno. E, per una volta, tutte le letture di questi ultimi mesi non mi sono apparse come tempo sprecato!

“Il Buddha, il Divino, dimora nel circuito di un calcolatore o negli ingranaggi del cambio di una moto con lo stesso agio che in cima a una montagna o nei petali di un fiore”

(da Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta di Robert Maynard Pirsig)

11 giugno 2009

Commento

Avevo scritto un commento sulle passate elezioni, abbastanza amareggiato. L'avevo riletto più volte, e più volte riscritto. Ne avevo fatta una versione idealista, una pragmatica, ed una che era una collezione di parolacce più o meno velate. Ne ho scritta una la notte tra domenica e lunedì, mentre vedevo i risultati delle elezioni prendere forma nei salotti della politica televisiva, ne ho scritta una il lunedì pomeriggio, e poi un'altra ancora il martedì. Ma nessuna mi sembrava adeguata. In fondo volevo dire tante di quelle cose che avrei dovuto scrivere un trattato sul "sentimento di non appartenenza ad un popolo", avrei dovuto dissertare di politica, sociologia ed economia, ma poi l'amarezza sarebbe rimasta, immutabile, a ricordami che nessun post di nessun blog può creare opinione, nessuno può competere con i mezzi di distrazione di massa in mano all'Imperatore di turno. Di versione in versione, non riuscivo a decidermi su se e cosa scrivere; tutto era troppo poco, tutto mi appariva per certi versi inadeguato. In fondo anche fare chiarezza in me era difficile, capire se ero più dispiaciuto per la vincita del PDL, per la scarsa affluenza, o perché il PD non aveva avuto un buon risultato. Poi sono approdato ad una frase, ricordatami da mio fratello (che tra l'altro l'aveva anche scritta in un commento su questo blog), e che mai come in questo caso mi sembrava appropriata, capace di sintetizzare mille parole. Si trattava di un pensiero di John Stuart Mill, che alla fine ho fatto mio, ed ho deciso di scrivere come unico commento a queste Elezioni Europee:
«A lungo termine, il valore di uno Stato
è il valore degli individui che lo compongono.»

3 giugno 2009

Due parole sul futuro

"Due parole sul futuro" è uno di quei titoli che dicono tutto e non dicono niente. Uno di quelli che si usano per accomunare temi diversi, di quelli che potrei usare tanto per raccontare un progetto di vita, che per annunciare un imminente viaggio. Tuttavia credo di usarlo in maniera particolarmente appropriata, in questo caso, per parlare di una cosa che mi sta molto a cuore: la speranza in un mondo migliore.
Da un paio di giorni si è conclusa qui a Trento la quarta edizione del Festival dell'Economia; un evento che ha richiamato brillanti economisti da tutto il mondo, per dibattere attorno al tema Identità e crisi globale. Ho seguito con molta attenzione diversi incontri, sperando di ricevere dalle autorevoli voci di premi nobel, o manager di successo, una risposta alla domanda che da anni mi pongo: "come uscirne?"
E non intendo come uscire dalla crisi attuale, ma come uscire dal Capitalismo, dal consumismo, dal sistema corrotto e fallace che ci ha portati a questo punto.
Ed è con profonda delusione che constato come anche le migliori teorie non si discostino da un'ottica incentrata sul sistema economico attuale. Tutti dicono che è sbagliato, pieno di incongruenze, di disuguaglianze, ma nessuno è in grado di proporre soluzioni concrete. Ancora una volta ripenso a Keynes e a quanto sia difficile evocare scenari alternativi.
Tuttavia io nutro una speranza per il futuro che è reale, non meramente utopica. E provo a coltivarla con atti concreti, come lo studio di nuove teorie economiche, o con l'impegno politico. Credo che si abbia "diritto a sperare", solo se ci si rimbocca le maniche e si fa qualcosa per gli altri, per la società. Il "fare qualcosa" non implica necessariamente l'organizzare la Rivoluzione (anche se ci lavoro da un pezzo!), ma può partire da semplici atti fatti con coscienza, come l'esercizio del voto.
A tal riguardo, vorrei dire due parole sulle Elezioni per il Parlamento Europeo del 6 e 7 giugno.
Come è ormai mia abitudine, tendo a palesare su questo blog le mie intenzioni di voto, sia per l'atteggiamento "attivo" che da sempre ho nei confronti della politica, sia per fornire agli amici che me lo chiedono dei riferimenti circa le mie scelte.
Alle imminenti elezioni europee voterò per Michele Nicoletti, perché credo sia il giusto connubio tra competenza, dedizione al servizio civile e senso etico. Invito chiunque abbia interesse ad approfondire la validità di questo candidato, a visitare il suo sito internet, dove, specialmente nella sezione "le ragioni di una scelta", sono sicuro si troverà motivo per sperare davvero.
E la speranza in un futuro migliore parte sempre da una scelta del singolo.

24 maggio 2009

Outdoor Management Training

Ieri e l'altro ieri sono stato ad un corso formativo decisamente particolare, con tutto il team della società dove lavoro. Nel Parco Naturale dello Sciliar in Alto Adige, in un hotel immerso nel verde, abbiamo partecipato ad un corso intensivo, organizzato per noi da una società specializzata in Outdoor Management Training. Dire che è stato un week end interessante è riduttivo. E' stata un'esperienza nuova, molto forte, capace di lasciare il segno in maniera profonda. Tuttavia credo che per avere risultati interessanti non basti "scuotere" i membri di un gruppo, bisogna fornire loro elementi risolutivi per permettere il successo nel raggiungimento di obiettivi comuni.

Credo che ArchimedeCreativa vedrà i frutti del lavoro che sta facendo su se stessa solo se saprà riprogettarsi in un'ottica più dinamica, dove i ruoli e i task di ognuno siano, in ogni progetto, frutto di un processo di condivisione. In caso contrario quello che è stato pensato come un processo formativo rischia di essere un mero elemento destabilizzante per il gruppo.

5 maggio 2009

Archimede

Oggi ho iniziato una nuova esperienza lavorativa: in una parola, Archimede. Si tratta di una web agency, specializzata nella creazione di siti internet e campagne pubblicitarie. Io mi occuperò principalmente di editing, cioè di scrittura di testi (in larga parte per siti internet). La società Archimede è un luogo di lavoro decisamente interessante, dove, per la prima volta, potrò fare in maniera professionale quello che ormai da più di un decennio faccio per hobby: scrivere. Come sono arrivato a "rompere" con la finanza e a dedicarmi alla comunicazione è storia di cui c'è ampia traccia in questo blog; tuttavia i miei studi economici rimangono una priorità, su cui continuerò ad investire energie.

27 aprile 2009

Al confine

In questi giorni ci sono a Trento i miei nonni con i miei genitori. Sono venuti a trovarmi loro, visto che ormai manco a Calvi da gennaio. Oggi, "approfittando della prossimità" con Gorizia (per la verità dista più di 340 km), siamo andati a trovare una cugina di mia nonna che vive lì, poiché non si vedevamo da decenni.
Prima di ripartire per Trento, "approfittando della prossimità" (questa sì, reale), abbiamo fatto un salto in Slovenia.
Ed il termine salto non è una metafora, perché ho realmente "saltato il confine" con un solo passo, a Piazza della Transalpina, lì dove sorgeva, un tempo paurosamente non lontano, il Muro di Gorizia, che segnava la frontiera italo-jugoslava.
E' sorta perciò spontanea una riflessione: senza un muro, una recinzione, o senza una targa come quella che oggi segnala la fine di uno stato e l'inizio di un altro, senza cioè nessun artificio costruito dall'uomo, saremmo mai capaci di "percepire" il confine? Intendo dire, può l'uomo avere nelle sue leggi di natura il concetto di frontiera tra ciò che è il suo mondo e ciò che non gli appartiene?
La domanda non è banale, e presuppone almeno alcune riflessioni di ampio respiro.
L'essere umano fa esperienza diretta dei suoi limiti e del confine, in diversi casi e in diverse modalità. Ne analizzo un paio, perché penso sia possibili ricollegare a questi due macroconcetti la maggior parte delle esperienze, vere o presunte, di "percezione chiara del confine".

Di sicuro davanti all'immensità del mare l'uomo si sente piccolo, finito, e limitato da tale grandezza. Ricordo con simpatia il fantastico (con ambedue le accezioni comunemente assegnate a questo termine) personaggio del libro Oceano Mare di Baricco, il Professor Bartleboom, che dedica la sua vita al folle progetto di stabilire dove finisca il mare, cercandone il limite ultimo sulla battigia, seppure tale confine sia smentito ad ogni onda appena più vigorosa della precedente.
E ricordo le emozioni provate davanti ad una brulla distesa del New Mexico, dove lo sguardo non riusciva a cogliere nient'altro che l'immenso confine tra cielo e terra.
L'essere umano quindi fa esperienza diretta del confine tra se stesso (essere finito) e l'immensità della natura, infinita almeno nel suo potenziale. Tale percezione ci rimanda ad un confine ancora più misterioso, quello tra fisica e metafisica, quello tra il regno materiale e quello (magari solo sperato), del trascendente. Tale frontiera, convenzionalmente chiamata morte, è un confine abbastanza chiaro e dal quale (salvo rari casi) l'uomo cerca di tenersi a debita distanza.
L'uomo fa poi esperienza del confine tra ciò che conosce e ciò che non conosce. Questo caso è riconducibile per certi aspetti anche al tipo di "percezione" prima descritto, tuttavia ha peculiarità che meritano di essere analizzate.
In passato, per ragioni di sopravvivenza, i nostri più lontani antenati delimitavano il territorio nel quale vivevano, poiché corrispondeva al loro mondo conosciuto. Oltre il fiume, o all'inizio del bosco, iniziava un mondo di cui non sapevano molto, e del quale, perciò, avevano paura. Difendevano poi quel confine e quel loro spazio vitale perché avevano paura di chi proveniva da quella parte di terra sconosciuta. E' un comportamento tra l'altro riscontrabile in tanti animali, che "segnano" il terreno e lo difendono.
Quindi l'uomo percepisce chiaramente il confine tra ciò che conosce e ciò che non conosce. Anzi, dirò di più; associa un sentimento di paura per il non conosciuto, che spiega largamente le frontiere alzate per difendersi da chi o cosa c'è dall'altra parte.
Credo sia riconducibile a questo sentimento di paura l'aver disegnato per secoli confini, poi divenuti, per ragioni economiche, ancora più importanti (in senso strategico) per il benessere dei cittadini di un regno o di uno stato.
E qui torniamo alla domanda iniziale: c'è forse una ragione sostanziale nei confini fra nazioni? C'è nell'uomo il concetto di confine politico, geografico, o culturale??
La risposta è no, non è ontologicamente presente nel suo bagaglio di "leggi di natura", se non nella misura in cui egli ignora chi, come e perché vive dall'altra parte del confine.
L'ignorare la lingua, gli usi e costumi, finanche il non conoscere la morfologia del territorio, è l'unica ragione per cui l'uomo riconosce un confine.
Pensando alla piazza dove ero questo pomeriggio, mi immagino la paura dei goriziani, che, oltre il muro di frontiera, leggevano sul frontone del palazzo della stazione dei treni, "Mi gradimo socializem" (Noi costruiamo il socialismo); che per chi non sa cos'è il socialismo sembra più una minaccia che una promessa! Forse immaginavano (sicuramente in questo aiutati da un'informazione pilotata) comunisti mangia-bambini e mostruosità di questo tipo...
Ma oggi, nella società della conoscenza, oggi che possiamo parlare pressoché con tutti una stessa lingua, oggi che abbiamo i mezzi per conoscere le culture di tutto il mondo, hanno una qualche ragion d'essere i confini?
Forse no. E anche gli economisti dovrebbero farsene una ragione.

24 aprile 2009

Le scelte

Scegliere una porta significa non aprirne altre. Un piacere presuppone che molti piaceri non verranno vissuti, così come ogni tristezza dispensa da tante tristezze. [...] La parola per cui opti impedisce l'uso di un numero indefinito di parole. Visiti un luogo perché altri luoghi restino ad aspettarti... Abilio Estevez

12 aprile 2009

Il Value Factor nelle S.p.A.

Innanzitutto buona Pasqua; scusate il ritardo, ma oggi sono stato molto impegnato.
Dopo circa tre mesi di ricerche, questo pomeriggio sono riuscito finalmente a terminare uno studio che ho realizzato per individuare metodi più efficienti per la valutazione dei titoli quotati in borsa. Ho scritto questo breve saggio perché ritengo che un grosso problema della finanza, che è poi spesso la causa delle crisi economiche, sia legato al fatto che i mercati sono incapaci di valutare correttamente le Società per Azioni, poiché quasi sempre prescindono da ogni considerazione di "sostenibilità sociale", ricercando la mera massimizzazione del profitto.
A questo link trovare lo studio completo, ma vi riporto di seguito le premesse e le conclusioni, per chi non avesse voglia di leggere troppi tecnicismi.

Lo scopo della Ricerca
La caratteristica fondamentale degli investimenti nei mercati regolamentati di tutto il mondo è certamente quella di avere un fine ben definito: il profitto. Mentre l’investimento diretto nella creazione di un’azienda può generalmente avere anche altri scopi (ideologici, politici, e finanche familiari), l’investimento in azioni di società quotate nelle borse mondiali ha essenzialmente il fine unico di generare il maggior profitto possibile. Questa caratteristica dell’investimento azionario ha spinto investitori e studiosi di ogni tempo a portare avanti una ricerca approfondita per individuare, nella maniera più precisa possibile, la capacità di generare profitto di un’azienda. Gli economisti hanno ideato centinaia di modi per analizzare i dati di una società e comprendere così le reali capacità di generare utili, che sarebbero poi equivalsi a più alti dividendi per gli azionisti, ad un maggior valore intrinseco delle azioni stesse, o entrambe le cose.
Indici come il ROS (Return on Sales), il ROE (Return on Equity), il ROI (Return on Investment), rappresentano proprio questo tentativo di sintetizzare chiaramente la redditività di un’azienda. Altri indici sono ancora più diretti e mettono in relazione l’investimento in azioni col profitto atteso; non a caso uno dei valori principali che esaminano i risparmiatori prima di comprare le azioni di una società è il PE, cioè il rapporto Prezzo/Utili (Price-Earnings Ratio è il prezzo dell’azione diviso l’utile atteso per ogni azione).
Ma la valutazione di un titolo da acquistare in borsa, come in genere accade per qualsiasi prodotto o servizio, è un problema multidimensionale, per cui la creazione di indici di liquidità, di leva, di redditività o sviluppo, è in realtà una semplificazione eccessiva del lavoro di analisi, che fa perdere moltissime informazioni (oltre al fatto che molti indici, come il P/E, hanno grossi limiti dovuti al modo in cui sono costruiti; ad esempio lo sfasamento temporale fra le grandezze utilizzate).
E’ forse questa una delle motivazioni per cui spessissimo chi si affida a tali indici non ottiene il guadagno sperato, e probabilmente è tra i fattori che nel corso della storia del capitalismo hanno creato i maggiori problemi all’economia reale: con ciò si intende dire che spesso i manager gestivano le aziende cercando di ottenere valori ottimali degli indici più importanti guardati dagli analisti, dimenticando che il loro scopo di amministratori virtuosi dovesse essere quello di creare “reale valore”.
Lo scopo di questa ricerca è di provare ad identificare il Value Factor, il Fattore Valore, ovvero quella caratteristica, o insieme di caratteristiche, che permettono ad una azienda di creare valore nel tempo, indipendentemente dalla valorizzazione che le viene riconosciuta sul piano speculativo.

Conclusioni
Questo studio, svolto in campo economico-finanziario, con metodi propri della statistica, ci ha portato ad individuare un criterio per affrontare la corretta valutazione delle banche, ma può essere esteso a qualsiasi impresa o ente che operi nel sistema economico.
La ricerca fin qui svolta è inevitabilmente solo un primo step per un più ampio programma di studio, che potrebbe fornire strumenti più accurati per l’individuazione di migliori strategie gestionali, con l’obiettivo di avere aziende che forniscano ottimi risultati per i risparmiatori, più sicurezza per i lavoratori e per il sistema produttivo e capacità di creazione di Valore Reale per la società.
La Storia Economica ci illustra come la maggior parte delle crisi economiche dell’ultimo secolo siano frutto, in estrema sintesi, di una sopravvalutazione delle grandi aziende (crisi del 1929 e bolla della New Economy), o dei loro prodotti e servizi (come nel caso dei Sub-Prime). I crolli della borsa e la distruzione di valore (e dei risparmi delle famiglie) sono quindi, in ultima analisi, una conseguenza di un non corretto “pricing” dei prodotti finanziari.


Come si può vedere dall’immagine sopra riportata, l’uomo commette sempre gli stessi sbagli, ed ogni crisi assomiglia alle altre. Il grafico mette a confronto i deprezzamenti dei titoli di borsa nelle peggiori crisi finanziarie degli ultimi ottant’anni, evidenziando come la ripresa di un consenso di mercato attorno ai valori delle SpA, avvenga dopo svalutazioni considerevoli.
Appare evidente che i pur interessanti tentativi per garantire trasparenza e veridicità nelle valutazioni patrimoniali (si pensi, per quanto riguarda le banche, all’accordo di Basilea II), non bastano ad indicare ai mercati processi di investimento consapevoli, capaci di resistere alla psicosi collettiva che causa i crolli di borsa.
Il nostro sistema economico ha bisogno di investitori (con tutto il carico di responsabilità e competenza che questo termine presuppone), non di speculatori.
É anche a causa della stravolgimento dei mercati finanziari (oltre che per mancanza di tempo), che questo lavoro manca di una sezione dedicata a spiegare che fine hanno fatto i gruppi bancari che abbiamo analizzato. Dal 2004 ad oggi, molti si sono fusi, altri sono stati acquisiti (è stato il caso della BNL, che come abbiamo visto navigava in cattive acque), altri ancora hanno rischiato la bancarotta.
Tuttavia, fermo restando che le repentine svalutazioni dei titoli in borsa hanno toccato tutti i gruppi bancari, possiamo vedere che le banche che avevano mostrato nei nostri grafici una buona solidità patrimoniale ed un basso rischio sono proprio quelle che hanno resistito meglio alle turbolenze dei mercati.
Siamo perciò persuasi che, fino a quando non saremo in grado di dare un’alternativa concreta al sistema Capitalista (che ci appare profondamente corrotto e scarsamente efficiente, come ricordato dalla citazione di Keynes all’inizio del presente scritto), dovremo per lo meno cercare di utilizzare criteri corretti per la valutazione delle società, le quali, attraverso i processi produttivi o di erogazione di servizi, di fatto, che ci piaccia o no, plasmano il mondo in cui viviamo.