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18 novembre 2007

Il tempo circolare secondo Tiziano Terzani

"L'inizio è la mia fine e la fine è il mio inizio. Perché sono sempre più convinto che è un'illusione tipicamente occidentale che il tempo è diritto e che si va avanti, che c'è progresso. Non c'è. Il tempo non è direzionale, non va avanti, sempre avanti. Si ripete, gira intorno a sé. Il tempo è circolare. Lo vedi anche nei fatti, nella banalità dei fatti, nelle guerre che si ripetono. "

(da La Fine è il mio Inizio di Tiziano Terzani)

11 novembre 2007

Un Altro Mare - By Tiromancino


Se te ne vai
Io resterò
A difendere
L’idea di noi
Che
vedevamo crescere
Quasi all’improvviso
Tu vuoi riflettere
Su ciò che
è stato
E poteva essere
Stare qui
Non fa bene neanche a te

Dovunque andrai
Arriverò a riprenderti
Perché tu sai che non ho
Intenzione di perderci
Forse come uomo
Potevo fare meglio
Però
gli errori
Si commettono per sbaglio
E ora so
Che da qui ripartirò
cosi
Guardando sopra la mia testa
C’è un altro mare
Se chiudo gli
occhi
Riesco a immaginare
Oltre il volo degli uccelli
E degli aerei
Giorni lontani
Di noi domani

Non mi fa paura
Il tempo che
corre
E mi porta lontano
Le cose che amiamo
Perché so
Che voglio
inseguirle
Per questo vivrò
Guardando sopra la mia testa
C’è un
altro giorno
Che ha cancellato tutto
Il buio in un secondo
E ora
vedo
Il tuo sorriso
Sono sicuro
Sarà bellissimo il futuro
Se
guardo sopra la mia testa
C’è un altro mare
Chiudendo gli occhi
Riusciamo a immaginare
E oltre il volo degli uccelli
E degli aerei
Giorni lontani
Di noi domani

10 novembre 2007

II TEMPO... (Secondo Tempo)

Ritorno a parlare del Tempo, perché mi era sfuggita una perla di saggezza dell'ormai noto filosofo contemporaneo Francesco Veltre.


Una notte, d'estate, io e Ciccio eravamo seduti fuori uno squallido motel ad Oklahoma City, sorseggiando una birra presa poco prima in uno di quei negozietti aperti 24 ore su 24, la cui vacazione sociale è creare americani felici (perché ubriachi).
Si era ormai quasi al termine del nostro lungo viaggio per gli Stati Uniti ed era tempo di immalinconirsi. Riflettevo sulle nostre diverse esistenze, così mutate nel giro di pochi anni.
Ad un certo punto, volendo come trovare un inizio dei nostri cambiamenti più significativi, quelli che ci avevano reso dei viaggiatori sognatori, quelli che ci avevano allontanati ormai da molto tempo dai nostri paesi di origine, mi girai verso Ciccio e gli chiesi: "Quand'è che siamo diventati quello che siamo diventati?"
Con qualche secondo di esitazione, continuando a fissare le luci della città, il Saggio mi rispose: "In questo momento".


Eraclito, più di duemila anni fa, diceva che non ci si bagna mai due volte nella stessa acqua di un fiume.
Ogni nostro istante non è mai uguale all’altro e noi non siamo mai gli stessi da un istante all’altro, da un tempo all’altro. Tutto cambia dentro e fuori di noi, anche se non sempre riusciamo a percepire questo continuo cambiamento.

La portata di questo concetto mi colpì come un cazzotto in pieno volto quando Ciccio mi diede quella lapidaria risposta.


Il vento ha spogliato il piccolo albero di ciliegio che ho sul balcone di casa. Poche settimane fa, era ancora verde; e solo ieri aveva ancora tutte le foglie, seppure ingiallite.


E' un sabato di solitudine e mi andava di scrivere. Fuori è freddo, e non voglio uscire; è brutto tempo.

24 ottobre 2007

il Tempo

Sono nell'aula di informatica di Economia, aspettando che riprenda la lezione.
E pensavo.

Oggi mi è venuto a trovare mio cugino Francesco. E' stato nei giorni scorsi ad un convegno a Milano, ed ha fatto una deviazione qui a Trento; poi venerdì torniamo insieme in quel di Calvi Risorta.
Rivederlo in giacca e cravatta, stile manager in carriera, mi ha fatto un certo effetto. Innanzitutto un gran piacere nel trovarlo brillante come sempre, ma poi c'era qualcos'altro, di non ben definito, qualche emozione latente che non veniva a galla.
Questo pomeriggio, passeggiando per il centro di Trento, Francesco mi ha ridisegnato in chiave sociologica il perché della fine dell'Impero Romano. O sarebbe meglio dire "il perché della trasformazione", impropriamente chiamata fine.
E nel chiacchierare piacevolmente a pochi metri sotto terra, mentre visitavamo i resti della Tridentum romana, ho capito.

Ho capito cos'era la sensazione non ben definita che avevo provato in stazione, alla vista di mio cugino.
Era innanzitutto sorpresa, stupore, e poi un turbine di emozioni differenti, tutte frutto di un'unica istantanea consapevolezza: il Tempo passa.
Quasi una subitanea e fugace illuminazione, una rivelazione di un concetto che in realtà conosciamo benissimo, ma di cui ci rendiamo conto solo a tratti.
Come se la nostra mente rifiutasse in un certo senso l'inevitabile e impietoso scorrere del tempo, abbiamo barlumi di percezione temporale solo quando rivediamo persone care dopo mesi o anni, oppure alla vista di luoghi visitati in un passato lontano, o ascoltando musiche, sentendo odori, percependo sensazioni che come in una ricerca proustiana ci conducono nei meandri della nostra mente,
lì dove i ricordi stanno,
come pietre miliari lungo il cammino della vita,
a confermare che il Tempo
è un'inesorabile, veloce
retta.

E se una visione agostiniana del tempo, di questa linea che partendo dalla creazione del Cosmo e passando per la nascita di Cristo punta verso la Salvezza, ci appare in un certo qual modo adeguata a spiegare il "fine" del Tempus Fugit, nondimeno ci appare più "sopportabile" e meno traumatica per la nostra psiche quella visione greca del tempo, di quel tempo circolare, che torna sempre su sé stesso, e che nel vivere quotidiano, così come nei corsi e ricorsi storici, sembra avere continua conferma.



Eppure la percezione più forte, più sconcertante dello scorrere del tempo, non è legata ad una spiegazione di tipo filosofico, bensì alla semplice esperienza.
La sensazione maggiormente persistente circa l'inesorabile scorrere del tempo, per quanto mi riguarda, me l'ha fatta provare Francesco Veltre, in arte Ciccio.
Eravamo, in una lontana notte di agosto di sette anni fa, in quel di Londra. Dopo una giornata di lavoro massacrante, stanchi e meditabondi, ci eravamo messi a letto. Avevamo affittato una stanza nei pressi di Queen's Park, al mitico 143 di Bravington Road. Con lo sguardo al soffitto, ognuno nel proprio letto, non riuscivamo a prender sonno, nonostante la giornata piena appena passata. In casi come questo eravamo soliti chiacchierare fino a tarda ora praticamente di tutto; di cosa avremmo fatto dopo il liceo, di un mitico viaggio on the road in America (che poi abbiamo fatto!), di come si poteva spendere un miliardo (all'epoca c'erano le lire) in auto, moto e viaggi,... e cose così.
Quella notte si parlò, invece, del Tempo.
Pensavamo a quante cose erano successe da quando, circa quattro anni prima, eravamo andati in Irlanda, per un corso estivo in un college vicino Dublino. Meditavamo sull'ominia mutantur e sul valore del carpe diem.
Ma l'apice della discussione si raggiunse quando Ciccio mi rivelò la sua drammatica scoperta: la vita passa nel tempo di un "tu".

Il tu è un verso onomatopeico, non il pronome personale della seconda persona singolare nella lingua italiana. Il tu è come un sussurro, è come il tic tac di un orologio, ma più breve, più lieve, più complicato da capire.
Il tu è come un segnalibro nella tua storia personale; ogni volta che lo rievochi ti ricordi del primo tu, che per me iniziò allora, ma per Ciccio risaliva a molto tempo prima. Al pronunciare questo suono magico la distanza tra il primo e il secondo, terzo o ennesimo tu, in un lampo viene annullata nella tua mente, e ti ritrovi a capire come tra un istante e l'altro, non ci sia niente. Tra una insonne notte londinese, ed una serata a New York, oppure un freddo meriggio trentino, passa il tempo di un tu. La profonda consapevolezza consiste nel capire, e percepire, che non c'è ontologicamente niente tra un istante e l'altro della nostra esistenza; niente se non tempo passato.
Certo, poi con un po' di calma e altrettanto ottimismo, ci si rincuora al pensiero delle mille cose fatte tra un tu e l'altro, ci si aggrappa ai ricordi, a quello che di materiale si è creato, magari anche a quanto si è maturati o innamorati tra una fase della propria vita e quella attuale.
E' normale; non riusciamo ad accettare la contrazione temporale creata dal tu. La paura dell'ultimo istante, quello dell'ultimo tu, quello che ci porterà a varcare l'ultima porta, per entrare nel "mondo del non ancora", ci induce ad interporre tappe ritenute significative tra una momento e l'altro di riflessione sul tempo.
La paura della sera ci fa mentire a noi stessi, circa la durata del giorno.
Bellissima e brutale a tal proposito è la poesia di Salvatore Quasimodo.

Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera
Bella perché pur nella sua impostazione ermetica è così densa di significato da imporre ore ed ore di meditazione. Ma brutale, oserei dire crudele, per la visione disillusa della vita umana, del processo di consapevolezza dell'individuo e del suo destino improrogabile.

Ci sarebbe poi molto da dire sulla relatività del tempo, sia in senso fisico che riguardo alla percezione delle singole persone, specialmente in base al loro stato d'animo. Perfino nel Piccolo Principe di Antoine de Saint Exupery (libro che io ritengo pessimo) c'è qualche riflessione interessante su tale concetto. Ma esula dalla mia analisi attuale.
Quello che oggi pensavo, e che mi andava di scrivere, è che nasciamo, cresciamo e moriamo quasi nello stesso istante. Il presente è un punto della retta.
Un umanista del quattrocento mi pare scrisse dei versi che dovevano suonare pressappoco così:

Il Passato non è,
ma se lo finge la vana rimembranza;
il Futuro non è,
ma se lo pinge la credula speranza;
il Presente sol'è;
talché la vita è appunto:
una memoria,
una speranza,
un punto.

Partendo da semplici impressioni, mi sono trovato a digredire su cose che forse annoiano, e che nulla hanno a che vedere con il WWT.
Ma che importa.
Ho tempo da perdere.

17 ottobre 2007

Poetry Corner

Da oggi introduco un nuovo tipo di post su questo sito: il Poetry Corner. Il Poetry Corner non è tanto "un angolo della poesia ", come se fosse la rubrica periodica di una qualche rivista; va inteso come il luogo metaforico dove ritrovare la poesia, che spesso non trova spazio nella nostra vita. C'è un posto in Hyde Park, a Londra, dove chiunque può andare e parlare a ruota libera, magari tenendo improbabili comizi sulla fede o sulla politica: è lo Speakers' Corner. Beh, immaginiamo il Poetry Corner come questo virtuale luogo di libertà, dove non ci si vergogna di dire cose inutili... La poesia "l'abbiamo cacciata in un angolo", perché la modernità ci ha insegnato che è inutile, e delle cose inutili si può fare a meno. La società ci ha detto che è un vezzo da deboli, che non fa fatturato e non determina profitto (salvo per gli editori). Cedere al piacere della poesia è un lusso che si può permettere chi ha tempo da perdere. Ma a ben vedere ci si accorge che non è così. La poesia ci insegna a vivere bene, perché ci fa scorgere la bellezza nelle piccole cose, negli insuccessi, perfino nella sofferenza. Leggendo gli scritti di un mio amico, Luigi Sarto, in arte Jack, mi sono accorto che, indipendentemente dalle doti artistiche di ognuno, tutti siamo in grado di apprezzare la poesia. Che la poesia sia quella di un tramonto, quella di un dipinto, oppure quattro versi messi in fila, tutti possiamo concederci una passeggiata nell'angolo dimenticato della nostra emotività. Dal punto di vista dell'organizzazione di questo sito, sarà possibile richiamare tutte le poesie pubblicate, utilizzando l'etichetta a fine post chiamata appunto Poetry Corner. E inizio proponendo un classico, una di quelle poesie che è stata parte della mia filosofia di vita per anni.

LENTAMENTE... di Pablo Neruda

Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, il colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni, proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti all'errore e ai sentimenti.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l'incertezza per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso.

Muore lentamente chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.

Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità.

4 settembre 2007

Ultime notizie dal fronte

Ho appena superato anche l'orale dell'esame per l'iscrizione all'Albo Unico Nazionale dei Promotori Finanziari (lo scritto l'avevo fatto a luglio), sotto "gli sguardi austeri" degli esaminatori della CONSOB...
Ma per il momento, pur avendo le qualifiche, non mi iscrivo, perché mi interessa riprendere gli studi universitari. Venerdì farò l'esame per il Corso (a numero chiuso) per studenti lavoratori alla Facoltà di Economia di Trento.
Il Capitalismo può iniziare tremare...

27 agosto 2007

Europa, Italia, Trento

Prima o poi il vento soffierà verso casa.
E,
qualsiasi cosa voglia dire casa,
sarà tempo di tornare.

13 agosto 2007

La consapevolezza del viaggiatore stanco

Ormai e' finita, domani si parte, aereo da Washington per Zurigo, poi Zurigo-Roma.

Ieri siamo andati a Virginia Beach, per sentire il sapore dell'Oceano Atlantico. Ed e' stato bello ricordare quando alcune estati fa, dopo aver percorso il Cammino per Santiago De Compostela, arrivai con alcuni compagni di avventura fino a Capo Finisterre per fare un bagno nello stesso oceano che ieri avevo di fronte...
Guardando l'orizzionte, a migliaia di chilometri di distanza, c'erano le coste del Portogallo e della Spagna, dove, in tempi diversi (prima a Lisbona, poi a Capo Finisterre), avevo avuto modo di guardare quello spettacolo domandandomi se mai mi sarebbe capitato di guardarlo dalla parte opposta.

Ora che l'avventura americana volge al termine, e' tempo di bilanci,... e di malinconia.
Rivedendo le foto con Ciccio e Dario ci sono stati momenti di grande ilarita', alternati ad alcuni di poetica malinconia.
Gia', perche' l'America, nel bene o nel male, e' un continente affascinante; e l'aver passato quasi un mese in giro per gli States ha inevitabilmente lasciato immagini, suoni, odori, nei cuori di ognuno. Un giorno, ricordandoli, qui suoni, quei colori, ci richiameranno alla mente situazioni, emozioni. E da qui nasce la consapevole malinconia del viaggiatore, del viaggiatore stanco, che anela il ritorno alla base, ma nello stesso tempo ha ben chiara l'irripetibile bellezza di quello che ha vissuto.

Dopo quasi 6.000 miglia (e con domani raggiungeremo le 6.250 miglia, ovvero 10.000 km!) di strada percorsi in macchina, dopo essere passati per 18 stati, aver attraversato 3 fusi orari, aver mangiato in decine di catene di Fast Food diverse, dopo aver dormito nei piu' svariati motel, e dopo aver fatto uno shopping forsennato in decine di Mall, possiamo dire che, questa America, l'abbiamo capita a fondo.
Abbiamo scelto di immedesimarci, di calarci nell'americano medio, quello che ritiene una macchina da 2000 cm3 una piccola cilindrata, quello che preferisce il sandwich alla pasta asciutta e Nixon ad Allende.
E dopo questo processo catartico, possiamo concludere che ci siamo stancati. Vogliamo tornare nel paese natio.
In fondo, ora, in Italia, e' gia' domani...
E questa e' la piu' chiara dimostrazione di come, noi italiani, siamo sempre piu' avanti!

8 agosto 2007

Back in Virginia

Da Memphis a Nashville in Tennessee, poi Knoxville e il parco nazionale delle Great Smoky Mountains, al confine con il North Carolina; Greensboro e Durham in North Carolina ed in fine rientro a Newport News in Virginia, dove tutto e' cominciato appena 15 giorni fa.

A Nashville, patria della musica Country, ho capito che il Country non e' solo un tipo di musica, o un modo di essere... per alcuni e' una religione! C'erano locali con un' ambientazione da Far West, dove senza il cappello a falde larghe dei cowboys ti sentivi come un pesce fuor d'acqua.

A Knoxville, visitando l'ennesimo centro commerciale (la Mall, you know?), ho capito che l'America senza uno sfrenato consumismo interno non esisterebbe. E Dario, dando un interpretazione socio-culturale, ha identificato nella Mall un archetipo di luogo di incontro, quello che per gli antichi greci era l'Agora'; poiche' e' in questo luogo che gli americani si incontrano, mangiano, vedono film, comprano spendono e spandono (inutile dire che a Ciccio tutto cio' piace da morire).




Presso Durham, dopo avere preso l'ennesimo bicchierone da un litro di caffe', (Bibbitozzo, you know?) per riuscire a fare le ultime duecento miglia che ci dividevano da Newport News, ho capito che l'America si fonda sugli eccessi. I bicchieri che ci sono qui, spesso riempiti con gassose e zuccherose bevande, sembrano secchielli per champagne. Il grande e' spesso troppo grande, ed inevitabilmente coincide col troppo; logica conseguenza e' lo spreco, poiche' il troppo si butta.


Riassumo quello che ho capito in questo peregrinare per gli States: l'America si fonda sul Bibbitozzo e sulla Mall.
Per evitare che questa venga presa come una mera battuta di spirito, mi ripropongo di scrivere, insieme a Dario, anch'egli convinto sostenitore della suddetta tesi, un prossimo post dal titolo Apologia del Mc Donald.

5 agosto 2007

Sulla strada del ritorno


In Texas, ad Amarillo, abbiamo raggiunto le tremila miglia di viaggio in macchina, e questo e' avvenuto precisamente in corrispondenza del Ranch delle Cadillac, un insolito posto dove fanno bella mostra di se' delle macchine piantate per meta' nel terreno, sulle quali ogni avventore lascia un messagio qualsiasi, che dura pochissimo, poiche' viene prontamente cancellato da quello del "pellegrino" successivo.
La poesia di questo posto e' difficile da spiegare... e' come se il tempo mostrasse tutta la sua inclemenza; come se, di fronte a quei vecchi modelli di cadillac ormai passati di moda, l'individuo vedesse in uno specchio la fugacita' di gran parte delle sue azioni.
Altro bellissimo posto che abbiamo visitato e' stato il Canyon di Palo Duro, scenario di importanti battaglie tra Indiani e truppe governative.


Dopo aver raggiunto la parte piu' ad ovest del viaggio, ad Acoma Pueblo, un antichissimo villaggio degli indiani nativi d'America, abbiamo intrapreso il viaggio di ritorno.


Il New Mexico si e' rivelato uno stato bellissimo, nonostante gli sterminati deserti che dilatano le distanze. Nel deserto ad ovest di Abuquerque abbiamo fatto una visita al Casino Route 66, non potendo, per mancanza di tempo, arrivare fino a Las Vegas.


Da Acoma Pueblo fino a Little Rock in Arkansas abbiamo fatto piu' di 1.000 miglia (oltre1.600 chilomentri) in macchina senza dormire.

Ora siamo a Memphis, in Tennesse, la citta' di Elvis Presley, The King.
E' un posto insolito per l'America, pieno di locali dove poter ascoltare musica dal vivo. Altro fatto insolito: la possibilita' di bere birra per strada (una sola strada in tutta la citta' a dire il vero). La qual cosa e' impossibile nel resto di questa puritana America, dove puoi comprare una pistola in un supermercato, ma per bere una birra rischi la galera.
Domani riprendiamo la strada del ritorno verso la Virginia.