Blog "di viaggio" di Luca Martino, dove Filosofia, Politica, Economia, Marketing, Web e SEO sono di strada.
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30 maggio 2011
16 maggio 2011
Le elezioni amministrative e La Breccia di Pisapia
I risultati delle elezioni amministrative 2011 stanno ormai prendendo forma e, fra i commenti gracchianti dei politicanti nei talk-show televisivi, apprendo che il centro-sinistra, qualsiasi cosa voglia dire questo termine, sta vincendo ampiamente nelle principali provincie e comuni italiani che sono andati al voto.
Forse dovrei gioire, forse dovrei rallegrarmi per questi flebili accenni di risveglio del popolo italiano. Ma mi sento distante, quasi triste per una rivoluzione che non è più dietro l'angolo. Si passa da un male all'altro, con il labile conforto che l'ultimo sia minore del precedente.
Questa politica è malata, questo Paese lo è. Tuttavia mi sforzo di credere, ancora una volta, che il cambiamento possa esserci, che le ultime elezioni possano avere un senso...
Continuano ad arrivare risultati dai seggi scrutinati, continuano a beccarsi nei salotti della politica televisiva i soliti stolti corvi gracchianti...
Più di tutti risuona il risultato di Pisapia a Milano, che supera la Moratti oltre ogni aspettativa, e c'è chi, giocando con l'assonanza del suo nome, conia lo slogan "La Breccia di Pisapia".
Ecco mi piace il claim, mi piace l'idea, ma tutto lì. Mi sento distaccato dal significato politico, stanco della corsa all'interpretazione dei risultati elettorali.
In fondo non ho una rappresentanza politica nella quale identificarmi; mi piace Vendola, mi piace il Movimento 5 Stelle, forse persino Grillo; nel PD stimo più Matteo Renzi che qualsiasi altro leader.
Forse è questa cronica sfiducia nella classe dirigente dei partiti che non mi permette di gioire.
... Però "La Breccia di Pisapia" è un bello slogan, deve averlo fatto un copywriter di sinistra.
Per ora rimando ogni decisione di emigrare, in fondo, se l'Italia può creare La Breccia di Pisapia...
Forse dovrei gioire, forse dovrei rallegrarmi per questi flebili accenni di risveglio del popolo italiano. Ma mi sento distante, quasi triste per una rivoluzione che non è più dietro l'angolo. Si passa da un male all'altro, con il labile conforto che l'ultimo sia minore del precedente.
Questa politica è malata, questo Paese lo è. Tuttavia mi sforzo di credere, ancora una volta, che il cambiamento possa esserci, che le ultime elezioni possano avere un senso...
Continuano ad arrivare risultati dai seggi scrutinati, continuano a beccarsi nei salotti della politica televisiva i soliti stolti corvi gracchianti...
Più di tutti risuona il risultato di Pisapia a Milano, che supera la Moratti oltre ogni aspettativa, e c'è chi, giocando con l'assonanza del suo nome, conia lo slogan "La Breccia di Pisapia".
Ecco mi piace il claim, mi piace l'idea, ma tutto lì. Mi sento distaccato dal significato politico, stanco della corsa all'interpretazione dei risultati elettorali.
In fondo non ho una rappresentanza politica nella quale identificarmi; mi piace Vendola, mi piace il Movimento 5 Stelle, forse persino Grillo; nel PD stimo più Matteo Renzi che qualsiasi altro leader.
Forse è questa cronica sfiducia nella classe dirigente dei partiti che non mi permette di gioire.
... Però "La Breccia di Pisapia" è un bello slogan, deve averlo fatto un copywriter di sinistra.
Per ora rimando ogni decisione di emigrare, in fondo, se l'Italia può creare La Breccia di Pisapia...
7 maggio 2011
Loghi Onesti
Victor Hertz, designer svedese davvero originale e creativo, ha reinterpretato molti loghi di prodotti che riempiono le nostre vite di consumatori del terzo millennio. La serie di disegni si chiama Honest Logos, e non è difficile comprendere il perché: è uno sguardo onesto e disilluso su brand molto noti...
Si va da "L'apparenza costa" sotto il logo Apple, al "Funzionenrà per un po'" di Windows, passando per il superbo "Procrastinazione" scritto con il lettering di Facebook.
La domanda ora è: la goccia di consapevolezza in più che ci regalano questi loghi onesti, riuscirà a farci essere consumatori più razionali e meno "dipendenti" dai brand??
Spero di sì, ma credo proprio di no.
Si va da "L'apparenza costa" sotto il logo Apple, al "Funzionenrà per un po'" di Windows, passando per il superbo "Procrastinazione" scritto con il lettering di Facebook.
La domanda ora è: la goccia di consapevolezza in più che ci regalano questi loghi onesti, riuscirà a farci essere consumatori più razionali e meno "dipendenti" dai brand??
Spero di sì, ma credo proprio di no.
21 aprile 2011
L'Operaio
Qualche giorno fa la corte d’Assise di Torino ha riconosciuto colpevole di omicidio volontario l’amministratore delegato della ThyssenKrupp, Harald Espenhahn, per il rogo che il 6 dicembre del 2007 è costato la vita a sette operai dell’acciaieria torinese.
Quando, quattro anni fa, appresi della vicenda, scrissi una canzone di getto, con un sentimento confuso di tristezza e gratitudine per quegli operai. Era una canzone senza un reale intento autobiografico, in cui immaginavo un giovane della buona borghesia che vedeva il lavoro dell'operaio come un gesto d'amore per la società, un modo di donarsi al prossimo, scegliendo di essere l'ultimo, umile, ma essenziale "ingranaggio del sistema".
Per evitare di perdere quelle emozioni estemporanee, feci una registrazione con mezzi di fortuna, approfittando della presenza di mio fratello a Trento (che canta e suona molto meglio di me) e ne lasciai traccia in un post su questo blog.
Oggi che la nuova sentenza giudiziaria ha riaperto la ferita, ho pensato di riprendere quella registrazione e farne un video, per diffonderlo su YouTube ed altri canali web; nella convinzione che un singolo pensiero "condiviso" sia più rivoluzionario di qualsiasi sistema filosofico rimasto negli angoli solitari della mente di chi l'ha partorito.
Quando, quattro anni fa, appresi della vicenda, scrissi una canzone di getto, con un sentimento confuso di tristezza e gratitudine per quegli operai. Era una canzone senza un reale intento autobiografico, in cui immaginavo un giovane della buona borghesia che vedeva il lavoro dell'operaio come un gesto d'amore per la società, un modo di donarsi al prossimo, scegliendo di essere l'ultimo, umile, ma essenziale "ingranaggio del sistema".
Per evitare di perdere quelle emozioni estemporanee, feci una registrazione con mezzi di fortuna, approfittando della presenza di mio fratello a Trento (che canta e suona molto meglio di me) e ne lasciai traccia in un post su questo blog.
Oggi che la nuova sentenza giudiziaria ha riaperto la ferita, ho pensato di riprendere quella registrazione e farne un video, per diffonderlo su YouTube ed altri canali web; nella convinzione che un singolo pensiero "condiviso" sia più rivoluzionario di qualsiasi sistema filosofico rimasto negli angoli solitari della mente di chi l'ha partorito.
14 aprile 2011
Lettera a Riccardo Luna, direttore di Wired Italia
Caro Direttore,
le scrivo non in veste di lettore disaffezionato, come talvolta mi capita di leggere nelle lettere di apertura del magazine che dirige. Lungi da me ventilare minacce di "non rinnovare l'abbonamento": Wired è una rivista unica, speciale, e non smetterò mai di leggerla con vivo interesse.
Quanto segue, quindi, non riguarda minimamente la qualità della vostra rivista, che è e rimane di molto superiore a gran parte dell'offerta presente nel panorama dell'editoria periodica italiana.
Quello che volevo dirle riguarda semmai una scelta editoriale "secondaria" (ma nemmeno tanto secondaria): quella delle pubblicità che ospitate su Wired.
Lavoro in un'Agenzia di Comunicazione, quindi so bene quanto siano fondamentali le entrate delle inserzioni pubblicitarie per un qualsiasi magazine. E sono ben contento di poter avere una rivista come Wired a prezzi contenuti, accettando di essere "esposto" a comunicazioni di tipo promozionale. Mi ritengo un consumatore consapevole e credo che la pubblicità giochi un ruolo fondamentale in un'economia di mercato (sebbene oggi ci sia necessità di un approccio etico nel fare advertising).
Quello che però non riesco ad accettare è che una rivista come Wired non faccia scelte di campo su quali sponsorship accettare. Mi riferisco in particolare alla pubblicità di Finmeccanica, apparsa in terza di copertina nell'ultimo numero (di aprile) della sua rivista. Come lei sa, si tratta della principale industria militare del nostro Paese.
Lei che è stato promotore della campagna Internet for Peace e della candidatura dei Padri della Rete al Nobel per la Pace, speravo potesse chiudere a questo tipo di inserzionisti la rivista che dirige. Io credo che il pacifismo si costruisca a piccoli passi, e fare scelte editoriali sulla pubblicità che si veicola è uno di questi.
Certo, Finmeccanica utilizza tecnologie avanzate ed investe in ricerca più di qualunque altra realtà italiana; e quindi potrebbe passare per "wired". Invece no, non è "wired". La logica che gli investimenti sul militare abbiano ricadute sul civile è una bugia immensa: si investe 1000 sul militare per avere 10, dopo vent'anni, sul civile. Ma perché non si investe direttamente in ricerca quel 1000 che si regala a fondo perduto al militare? La ricaduta sarebbe immediata e con percentuali di impatto molto maggiori.
Sono anni che sento la storiella che internet lo dobbiamo alla ricerca militare. Ma è grazie allo sviluppo dei centri di ricerca universitari che la rete è diventata qualcosa di ben più importante che un esperimento della DARPA. Ed è grazie a Tim Berners-Lee che è nato il web. Diciamo solo che l'entità degli investimenti nella ricerca in campo militare fornisce strumenti superiori ad altri settori.
Perché non c'è nessun altro settore economico in grado di assorbire volumi così rilevanti di investimenti senza dover necessariamente sfornare un prodotto. Si chiama RICERCA DI BASE, quella che nelle nostre università ormai non si fa quasi più, perché si chiede loro di sostituirsi all'industria (che in Italia si limita a fare produzione e non innovazione) e fare quindi mera ricerca applicata.
Personalmente ho avuto modo di dire il mio NO alla logica di chi tollera questi squilibri nel sistema di ricerca italiano, apprezzando o addirittura sostenendo l'industria militare.
Mi farebbe piacere che anche lei prendesse una posizione in merito. Sarebbe quel piccolo passo verso un pacifismo fatto di testimonianze concrete.
Buon lavoro e in bocca al lupo per le sue importanti battaglie per lo sviluppo socio-economico del nostro Paese.
Luca Martino
le scrivo non in veste di lettore disaffezionato, come talvolta mi capita di leggere nelle lettere di apertura del magazine che dirige. Lungi da me ventilare minacce di "non rinnovare l'abbonamento": Wired è una rivista unica, speciale, e non smetterò mai di leggerla con vivo interesse.
Quanto segue, quindi, non riguarda minimamente la qualità della vostra rivista, che è e rimane di molto superiore a gran parte dell'offerta presente nel panorama dell'editoria periodica italiana.
Quello che volevo dirle riguarda semmai una scelta editoriale "secondaria" (ma nemmeno tanto secondaria): quella delle pubblicità che ospitate su Wired.
Lavoro in un'Agenzia di Comunicazione, quindi so bene quanto siano fondamentali le entrate delle inserzioni pubblicitarie per un qualsiasi magazine. E sono ben contento di poter avere una rivista come Wired a prezzi contenuti, accettando di essere "esposto" a comunicazioni di tipo promozionale. Mi ritengo un consumatore consapevole e credo che la pubblicità giochi un ruolo fondamentale in un'economia di mercato (sebbene oggi ci sia necessità di un approccio etico nel fare advertising).
Quello che però non riesco ad accettare è che una rivista come Wired non faccia scelte di campo su quali sponsorship accettare. Mi riferisco in particolare alla pubblicità di Finmeccanica, apparsa in terza di copertina nell'ultimo numero (di aprile) della sua rivista. Come lei sa, si tratta della principale industria militare del nostro Paese.
Lei che è stato promotore della campagna Internet for Peace e della candidatura dei Padri della Rete al Nobel per la Pace, speravo potesse chiudere a questo tipo di inserzionisti la rivista che dirige. Io credo che il pacifismo si costruisca a piccoli passi, e fare scelte editoriali sulla pubblicità che si veicola è uno di questi.
Certo, Finmeccanica utilizza tecnologie avanzate ed investe in ricerca più di qualunque altra realtà italiana; e quindi potrebbe passare per "wired". Invece no, non è "wired". La logica che gli investimenti sul militare abbiano ricadute sul civile è una bugia immensa: si investe 1000 sul militare per avere 10, dopo vent'anni, sul civile. Ma perché non si investe direttamente in ricerca quel 1000 che si regala a fondo perduto al militare? La ricaduta sarebbe immediata e con percentuali di impatto molto maggiori.
Sono anni che sento la storiella che internet lo dobbiamo alla ricerca militare. Ma è grazie allo sviluppo dei centri di ricerca universitari che la rete è diventata qualcosa di ben più importante che un esperimento della DARPA. Ed è grazie a Tim Berners-Lee che è nato il web. Diciamo solo che l'entità degli investimenti nella ricerca in campo militare fornisce strumenti superiori ad altri settori.
Perché non c'è nessun altro settore economico in grado di assorbire volumi così rilevanti di investimenti senza dover necessariamente sfornare un prodotto. Si chiama RICERCA DI BASE, quella che nelle nostre università ormai non si fa quasi più, perché si chiede loro di sostituirsi all'industria (che in Italia si limita a fare produzione e non innovazione) e fare quindi mera ricerca applicata.
Personalmente ho avuto modo di dire il mio NO alla logica di chi tollera questi squilibri nel sistema di ricerca italiano, apprezzando o addirittura sostenendo l'industria militare.
Mi farebbe piacere che anche lei prendesse una posizione in merito. Sarebbe quel piccolo passo verso un pacifismo fatto di testimonianze concrete.
Buon lavoro e in bocca al lupo per le sue importanti battaglie per lo sviluppo socio-economico del nostro Paese.
Luca Martino
10 aprile 2011
La responsabilità dello scienziato
“La preoccupazione per l’uomo e per il suo destino deve sempre costituire l’interesse principale di tutti gli sforzi dell’attività scientifica. Non dimenticatelo in mezzo ai vostri diagrammi ed alle vostre equazioni, affinché le creazioni della vostra mente siano una benedizione e non una maledizione per l’umanità”.
Albert Einstein
7 aprile 2011
5 aprile 2011
Piccoli manager crescono
Il sogno di tutti i dipendenti: essere comandati da una giovane manager che impartisce i comandi con la sola forza dei suoi occhioni... e scoprirsi felici ad ubbidirle!
2 aprile 2011
Il passerotto curioso
Un passerotto si lancia dal nido e, con i pochi rudimenti ricevuti dai genitori, comincia ad esplorare il mondo.
Incontra un cane e gli chiede: "Tu chi sei?"
Ed il cane: "Sono il cane lupo."
"Non può essere! Uno, o è cane o è lupo."
Il cane con tanta pazienza gli spiega: "Mia mamma era una lupa, mio papà un cane, hanno fatto sesso e sono nato io, il cane lupo."
Il passerotto si reca perplesso presso un ruscello per bere e qui vede un pesce e chiede: "E tu chi sei?"
E il pesce: "Sono la trota salmonata."
"Non è possibile, uno, o è trota o salmone!"
E la trota: "Mia mamma era trota, papà salmone, hanno fatto sesso e sono nata io."
L'uccellino, sempre più confuso, si gira e vede un insetto e chiede: "E tu chi sei?"
E l'insetto: "sono la zanzara tigre....."
E il passerotto: "Ma fammi il piacere!!!"
Incontra un cane e gli chiede: "Tu chi sei?"
Ed il cane: "Sono il cane lupo."
"Non può essere! Uno, o è cane o è lupo."
Il cane con tanta pazienza gli spiega: "Mia mamma era una lupa, mio papà un cane, hanno fatto sesso e sono nato io, il cane lupo."
Il passerotto si reca perplesso presso un ruscello per bere e qui vede un pesce e chiede: "E tu chi sei?"
E il pesce: "Sono la trota salmonata."
"Non è possibile, uno, o è trota o salmone!"
E la trota: "Mia mamma era trota, papà salmone, hanno fatto sesso e sono nata io."
L'uccellino, sempre più confuso, si gira e vede un insetto e chiede: "E tu chi sei?"
E l'insetto: "sono la zanzara tigre....."
E il passerotto: "Ma fammi il piacere!!!"
2 marzo 2011
Pubblicità etica: ossimoro o possibile strada per un nuovo tipo di comunicazione promozionale?
Recentemente un documentario sul ruolo delle donne nella televisione italiana (dal titolo "Il corpo delle donne"), ha aperto un dibattito molto acceso sul degrado etico di questo media; sul banco degli imputati, inevitabilmente, è finita soprattutto la pubblicità.
Occupandomi di advertising per lavoro, mi sono sempre chiesto se fosse inevitabile l'uso degli istinti primari di base (fra i quali il sesso), per ottenere una comunicazione promozionale di successo. In fondo la fame, la rabbia, la paura, il desiderio sessuale, o il voyeurismo, sono leve forti e di comprovata efficacia. Non è un caso se molte delle adv che vediamo su stampa e TV sono incentrate su questi bisogni primari.
Ma mi sono convinto che questa pratica non è necessaria e, soprattutto, è solo una scorciatoia per pubblicitari poco creativi e per brand poco illuminati.
Le migliori agenzie di comunicazione, infatti, si sforzano di sviluppare pubblicità che coinvolgano e convincano per il loro contenuto creativo. È forse più difficile, ma è la strada giusta.
E lo dico non per buonismo, o per un senso etico fine a se stesso, ma perché credo sia necessario pensare alla pubblicità come il processo finale di un percorso che parte dal consumatore. In questa ottica "conviene" alle aziende avere una pubblicità che non sia degradante o offensiva, perché, prima di ogni obiettivo di memorabilità delle campagne di advertising, bisogna avere una brand image pulita, solida, eticamente corretta, presso un pubblico che sia il più ampio possibile (non solo il proprio target).
L'advertising, quindi, può e deve essere espressione di strategie di marketing lungimiranti ed etiche. Se al centro del processo di marketing c'è il cliente (come scrivevo tempo fa in Marketing & Etica), la soddisfazione dello stesso, prima ancora che dal prodotto, parte dal modo di coinvolgerlo nella scelta stessa del prodotto. Il ruolo della donna nell'advertising dovrebbe essere quindi ripensato anche perché degradante per le strategie di "catching" dei brand.
Non c'è Codice di Autodisciplina che tenga di fronte agli obiettivi commerciali di un'azienda. Ma i pubblicitari devono far capire ai propri clienti (e in certi casi convincersi essi stessi) che è "ontologicamente sbagliato" avere atteggiamenti opportunisti e poco etici nelle loro campagne pubblicitarie.
Occupandomi di advertising per lavoro, mi sono sempre chiesto se fosse inevitabile l'uso degli istinti primari di base (fra i quali il sesso), per ottenere una comunicazione promozionale di successo. In fondo la fame, la rabbia, la paura, il desiderio sessuale, o il voyeurismo, sono leve forti e di comprovata efficacia. Non è un caso se molte delle adv che vediamo su stampa e TV sono incentrate su questi bisogni primari.
Ma mi sono convinto che questa pratica non è necessaria e, soprattutto, è solo una scorciatoia per pubblicitari poco creativi e per brand poco illuminati.
Le migliori agenzie di comunicazione, infatti, si sforzano di sviluppare pubblicità che coinvolgano e convincano per il loro contenuto creativo. È forse più difficile, ma è la strada giusta.
E lo dico non per buonismo, o per un senso etico fine a se stesso, ma perché credo sia necessario pensare alla pubblicità come il processo finale di un percorso che parte dal consumatore. In questa ottica "conviene" alle aziende avere una pubblicità che non sia degradante o offensiva, perché, prima di ogni obiettivo di memorabilità delle campagne di advertising, bisogna avere una brand image pulita, solida, eticamente corretta, presso un pubblico che sia il più ampio possibile (non solo il proprio target).
L'advertising, quindi, può e deve essere espressione di strategie di marketing lungimiranti ed etiche. Se al centro del processo di marketing c'è il cliente (come scrivevo tempo fa in Marketing & Etica), la soddisfazione dello stesso, prima ancora che dal prodotto, parte dal modo di coinvolgerlo nella scelta stessa del prodotto. Il ruolo della donna nell'advertising dovrebbe essere quindi ripensato anche perché degradante per le strategie di "catching" dei brand.
Non c'è Codice di Autodisciplina che tenga di fronte agli obiettivi commerciali di un'azienda. Ma i pubblicitari devono far capire ai propri clienti (e in certi casi convincersi essi stessi) che è "ontologicamente sbagliato" avere atteggiamenti opportunisti e poco etici nelle loro campagne pubblicitarie.
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