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25 novembre 2007

Un anno fa lasciavo Cambridge


E' esattamente un anno che ho lasciato Cambridge.
Dopo 5 mesi di vita anglosassone, la mattina del 25 novembre del 2006 facevo le valige in gran fretta (causa una notte di addii molto lunga) e prendevo l'aereo da London Stansted per Roma.

E' solo un caso che si siano succedute, nelle ultime settimane, molte riflessioni più o meno malinconiche circa lo scorrere del tempo. Ma le date impongono di fermare la mente, e di volgersi indietro.
In un anno sono successe davvero tante cose.
Ho cambiato università e facoltà, ho iniziato a lavorare, ho comprato casa, ho vissuto tra Cles, Rovereto e Trento per mesi, prima di trovare fissa dimora; in questi mesi ho mangiato scatolette e pane per toast, e ho viaggiato anche 4 ore al giorno per raggiungere il luogo di lavoro o tornare al mio giaciglio; ho conosciuto molti nuovi amici, ho fatto qualche viaggio interessate, ed anche "IL viaggio", quello negli Stati Uniti d'America.

Sì, un anno intenso. Ma quello che rende insopportabile il peso dei ricordi, sono tutte le persone fantastiche che ho conosciuto e poi perso lungo la strada. Tutti gli amici che sento sporadicamente e che hanno ognuno la propria vita e la propria storia, di cui io forse non saprò mai niente.
A loro voglio dedicare questi fiori.

Questa foto l'ho scattata la mattina del 25 novembre di un anno fa, quando mi sono svegliato e sono sceso nella common room della casa di Cambridge in Upper Gwydir Street, n° 8. Per capire cosa significano questi fiori bisogna andare indietro di circa 18 ore, al 24 novembre 2006.

Al College Gonville and Caius, durante una festicciola di addio organizzata dai miei amici, Martin, un ragazzo con alcuni problemi relazionali che lavorava come factotum nella Pantry, mi aveva regalato una pacco di fori di plastica, confezionato da lui stesso. Martin era molto timido, visto che in 5 mesi l'avevo sentito parlare per più di un minuto solo tre volte. In due di queste stava cantando una canzone. Il suo, quindi, era un gesto di amicizia inaspettato, molto gradito, ma mi metteva in difficoltà, perché certo non avrei potuto viaggiare con quell'enorme pacco pieno di fiori in aereo. Nonostante ciò mi dispiaceva dover lasciare il ricordo del piccolo Martin.
A risolvere il tutto ci pensò Atas, il mio amico lituano. Tornati dal pub dove avevo dato l'addio alla birra inglese, Atas aprì lo scatolo di plastica trasparente e distrusse la composizione di Martin, sparpagliando i fiori in giro per la casa. Mi disse che quello era il modo migliore per trasmettere gioia a tutti i miei coinquilini e dare un senso al regalo di Martin.

In effetti, la mattina dopo, quando scesi a prepararmi un tè forte per svegliarmi del tutto ed iniziare a fare le valige, la vista dei fiori per tutta la casa fu un'emozione stupenda. La luce che filtrava dalla porta-finestra della common room accentuava il colore dei fiori, trasmettendo un'aria di festa e di armonia che mai mi sarei immaginato di provare il giorno della partenza.
Quei fiori mi ricordano Martin, Atas, Jane, Michael, Reyhan, Vlasta, Armando, Rudi, Sandra, Conci, Costanza, Silvia, Savio, Marcello, Sevan, Paolo, Anna, Federica, Francesco, Sun, Mun, Dushyanth, Julien, Simon, Nicky, Lorenzo, Pablo, Romilda, Vincent, Joao, e tutte le persone che ho avuto la fortuna di conoscere, anche se ora sono lontane.
Vi dedico questi fiori.

24 novembre 2007

Nuova sezione del blog: Funny Jokes

Su input di Lorenzo Pessa, che mi ha inviato la seguente barzelletta in toscanaccio stretto, apro una nuova sezione del blog, ... per ridere. Perché ridere è forse una delle poche cose che vale la pena fare in qualsiasi momento della giornata. Perché ridere è contagioso e si migliora di conseguenza l'ambiente in cui viviamo. Perché ridere fa bene al cuore. Un piccolo cammellino va dal cammello babbo e gli dice: "O' babbo, certo che noi 'hammelli siamo proprio brutti, 'on questi baffacci sul muso..." E il babbo: "Ma il che tu va' a dire, bischero! Brutti i baffi??? Quando tu 'ssei nel deserto, ci sono le tempeste di sabbia e tutti l'altri animali moiano soffocati. Noi ciabbiamo 'baffi, che filtrano l'aria e si 'ampa lo stesso!!!" Il cammellino: "Già, un ci avevo mica pensato....ganzo!" Dopo un po' torna il cammellino e dice: "Certo Babbo, e vero la tempesta di sabbia e' baffi...però noi 'hammelli e siamo brutti lo stesso, bada te che piedoni lunghi e larghi cha ci s'ha!". Il babbo: "cosa???!!! Brutti i piedoni?? Allora tu' se' proprio Bischero! Quando nel deserto l'altri animali affondano nella rena, e 'un riescano a arriva' all'oasi e tirano 'l calzino, noi 'ammelli ci si 'ammina proprio bene e si 'ampa!" Il cammellino: "Te tu ha' ragione, Babbo! E' vero....un ci avevo pensato neanche!" Dopo un altro po' il Cammellino: "Oh babbo, si, 'apisco le tempeste, l'oasi, i piedoni, 'baffi che filtrano. Però noi 'hammelli, hai voglia di dì, e siamo brutti davvero, con queste du' gobbacce!!" E il babbo: "Oooh nini! Che tu vo' dire??? Brutte le gobbe??? Quando nel deserto l'altri animali moiano di sete perche 'un si trova l'acqua, noi nelle gobbe ci abbiamo la riserva d'acqua! E noi si 'ampa!!!" Il cammellino: "Te tu ha ragione un'altra volta! 'un ci avevo pensato." Alla fine torna il cammellino dubbioso e dice: "Certo babbo io 'apisco tutto. La riserva d'acqua nelle gobbe, le tempeste di sabbia, i piedoni, ma mi spieghi una 'hosina, allora?..." "... Che 'azzo ci si fa noi allo zoo di Pistoia??!!"

18 novembre 2007

Nuova impostazione grafica del Blog

Ormai questo blog ha più di un anno e mezzo di vita e, a breve, entrerà nel 2008. Visto il numero sempre maggiore di posts, si rende necessaria un'archiviazione dei contenuti per anno. Da oggi, quindi, nella barra destra dello schermo ci sarà l'archivio dei posts organizzato per anni; sarà comunque possibile aprire o chiudere la classificazione per mesi e per titolo. Spero, poi, di trovare il tempo per migliorare un po' la grafica e aggiungere qualche altra funzione.

Il tempo circolare secondo Tiziano Terzani

"L'inizio è la mia fine e la fine è il mio inizio. Perché sono sempre più convinto che è un'illusione tipicamente occidentale che il tempo è diritto e che si va avanti, che c'è progresso. Non c'è. Il tempo non è direzionale, non va avanti, sempre avanti. Si ripete, gira intorno a sé. Il tempo è circolare. Lo vedi anche nei fatti, nella banalità dei fatti, nelle guerre che si ripetono. "

(da La Fine è il mio Inizio di Tiziano Terzani)

11 novembre 2007

Un Altro Mare - By Tiromancino


Se te ne vai
Io resterò
A difendere
L’idea di noi
Che
vedevamo crescere
Quasi all’improvviso
Tu vuoi riflettere
Su ciò che
è stato
E poteva essere
Stare qui
Non fa bene neanche a te

Dovunque andrai
Arriverò a riprenderti
Perché tu sai che non ho
Intenzione di perderci
Forse come uomo
Potevo fare meglio
Però
gli errori
Si commettono per sbaglio
E ora so
Che da qui ripartirò
cosi
Guardando sopra la mia testa
C’è un altro mare
Se chiudo gli
occhi
Riesco a immaginare
Oltre il volo degli uccelli
E degli aerei
Giorni lontani
Di noi domani

Non mi fa paura
Il tempo che
corre
E mi porta lontano
Le cose che amiamo
Perché so
Che voglio
inseguirle
Per questo vivrò
Guardando sopra la mia testa
C’è un
altro giorno
Che ha cancellato tutto
Il buio in un secondo
E ora
vedo
Il tuo sorriso
Sono sicuro
Sarà bellissimo il futuro
Se
guardo sopra la mia testa
C’è un altro mare
Chiudendo gli occhi
Riusciamo a immaginare
E oltre il volo degli uccelli
E degli aerei
Giorni lontani
Di noi domani

10 novembre 2007

II TEMPO... (Secondo Tempo)

Ritorno a parlare del Tempo, perché mi era sfuggita una perla di saggezza dell'ormai noto filosofo contemporaneo Francesco Veltre.


Una notte, d'estate, io e Ciccio eravamo seduti fuori uno squallido motel ad Oklahoma City, sorseggiando una birra presa poco prima in uno di quei negozietti aperti 24 ore su 24, la cui vacazione sociale è creare americani felici (perché ubriachi).
Si era ormai quasi al termine del nostro lungo viaggio per gli Stati Uniti ed era tempo di immalinconirsi. Riflettevo sulle nostre diverse esistenze, così mutate nel giro di pochi anni.
Ad un certo punto, volendo come trovare un inizio dei nostri cambiamenti più significativi, quelli che ci avevano reso dei viaggiatori sognatori, quelli che ci avevano allontanati ormai da molto tempo dai nostri paesi di origine, mi girai verso Ciccio e gli chiesi: "Quand'è che siamo diventati quello che siamo diventati?"
Con qualche secondo di esitazione, continuando a fissare le luci della città, il Saggio mi rispose: "In questo momento".


Eraclito, più di duemila anni fa, diceva che non ci si bagna mai due volte nella stessa acqua di un fiume.
Ogni nostro istante non è mai uguale all’altro e noi non siamo mai gli stessi da un istante all’altro, da un tempo all’altro. Tutto cambia dentro e fuori di noi, anche se non sempre riusciamo a percepire questo continuo cambiamento.

La portata di questo concetto mi colpì come un cazzotto in pieno volto quando Ciccio mi diede quella lapidaria risposta.


Il vento ha spogliato il piccolo albero di ciliegio che ho sul balcone di casa. Poche settimane fa, era ancora verde; e solo ieri aveva ancora tutte le foglie, seppure ingiallite.


E' un sabato di solitudine e mi andava di scrivere. Fuori è freddo, e non voglio uscire; è brutto tempo.

24 ottobre 2007

il Tempo

Sono nell'aula di informatica di Economia, aspettando che riprenda la lezione.
E pensavo.

Oggi mi è venuto a trovare mio cugino Francesco. E' stato nei giorni scorsi ad un convegno a Milano, ed ha fatto una deviazione qui a Trento; poi venerdì torniamo insieme in quel di Calvi Risorta.
Rivederlo in giacca e cravatta, stile manager in carriera, mi ha fatto un certo effetto. Innanzitutto un gran piacere nel trovarlo brillante come sempre, ma poi c'era qualcos'altro, di non ben definito, qualche emozione latente che non veniva a galla.
Questo pomeriggio, passeggiando per il centro di Trento, Francesco mi ha ridisegnato in chiave sociologica il perché della fine dell'Impero Romano. O sarebbe meglio dire "il perché della trasformazione", impropriamente chiamata fine.
E nel chiacchierare piacevolmente a pochi metri sotto terra, mentre visitavamo i resti della Tridentum romana, ho capito.

Ho capito cos'era la sensazione non ben definita che avevo provato in stazione, alla vista di mio cugino.
Era innanzitutto sorpresa, stupore, e poi un turbine di emozioni differenti, tutte frutto di un'unica istantanea consapevolezza: il Tempo passa.
Quasi una subitanea e fugace illuminazione, una rivelazione di un concetto che in realtà conosciamo benissimo, ma di cui ci rendiamo conto solo a tratti.
Come se la nostra mente rifiutasse in un certo senso l'inevitabile e impietoso scorrere del tempo, abbiamo barlumi di percezione temporale solo quando rivediamo persone care dopo mesi o anni, oppure alla vista di luoghi visitati in un passato lontano, o ascoltando musiche, sentendo odori, percependo sensazioni che come in una ricerca proustiana ci conducono nei meandri della nostra mente,
lì dove i ricordi stanno,
come pietre miliari lungo il cammino della vita,
a confermare che il Tempo
è un'inesorabile, veloce
retta.

E se una visione agostiniana del tempo, di questa linea che partendo dalla creazione del Cosmo e passando per la nascita di Cristo punta verso la Salvezza, ci appare in un certo qual modo adeguata a spiegare il "fine" del Tempus Fugit, nondimeno ci appare più "sopportabile" e meno traumatica per la nostra psiche quella visione greca del tempo, di quel tempo circolare, che torna sempre su sé stesso, e che nel vivere quotidiano, così come nei corsi e ricorsi storici, sembra avere continua conferma.



Eppure la percezione più forte, più sconcertante dello scorrere del tempo, non è legata ad una spiegazione di tipo filosofico, bensì alla semplice esperienza.
La sensazione maggiormente persistente circa l'inesorabile scorrere del tempo, per quanto mi riguarda, me l'ha fatta provare Francesco Veltre, in arte Ciccio.
Eravamo, in una lontana notte di agosto di sette anni fa, in quel di Londra. Dopo una giornata di lavoro massacrante, stanchi e meditabondi, ci eravamo messi a letto. Avevamo affittato una stanza nei pressi di Queen's Park, al mitico 143 di Bravington Road. Con lo sguardo al soffitto, ognuno nel proprio letto, non riuscivamo a prender sonno, nonostante la giornata piena appena passata. In casi come questo eravamo soliti chiacchierare fino a tarda ora praticamente di tutto; di cosa avremmo fatto dopo il liceo, di un mitico viaggio on the road in America (che poi abbiamo fatto!), di come si poteva spendere un miliardo (all'epoca c'erano le lire) in auto, moto e viaggi,... e cose così.
Quella notte si parlò, invece, del Tempo.
Pensavamo a quante cose erano successe da quando, circa quattro anni prima, eravamo andati in Irlanda, per un corso estivo in un college vicino Dublino. Meditavamo sull'ominia mutantur e sul valore del carpe diem.
Ma l'apice della discussione si raggiunse quando Ciccio mi rivelò la sua drammatica scoperta: la vita passa nel tempo di un "tu".

Il tu è un verso onomatopeico, non il pronome personale della seconda persona singolare nella lingua italiana. Il tu è come un sussurro, è come il tic tac di un orologio, ma più breve, più lieve, più complicato da capire.
Il tu è come un segnalibro nella tua storia personale; ogni volta che lo rievochi ti ricordi del primo tu, che per me iniziò allora, ma per Ciccio risaliva a molto tempo prima. Al pronunciare questo suono magico la distanza tra il primo e il secondo, terzo o ennesimo tu, in un lampo viene annullata nella tua mente, e ti ritrovi a capire come tra un istante e l'altro, non ci sia niente. Tra una insonne notte londinese, ed una serata a New York, oppure un freddo meriggio trentino, passa il tempo di un tu. La profonda consapevolezza consiste nel capire, e percepire, che non c'è ontologicamente niente tra un istante e l'altro della nostra esistenza; niente se non tempo passato.
Certo, poi con un po' di calma e altrettanto ottimismo, ci si rincuora al pensiero delle mille cose fatte tra un tu e l'altro, ci si aggrappa ai ricordi, a quello che di materiale si è creato, magari anche a quanto si è maturati o innamorati tra una fase della propria vita e quella attuale.
E' normale; non riusciamo ad accettare la contrazione temporale creata dal tu. La paura dell'ultimo istante, quello dell'ultimo tu, quello che ci porterà a varcare l'ultima porta, per entrare nel "mondo del non ancora", ci induce ad interporre tappe ritenute significative tra una momento e l'altro di riflessione sul tempo.
La paura della sera ci fa mentire a noi stessi, circa la durata del giorno.
Bellissima e brutale a tal proposito è la poesia di Salvatore Quasimodo.

Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera
Bella perché pur nella sua impostazione ermetica è così densa di significato da imporre ore ed ore di meditazione. Ma brutale, oserei dire crudele, per la visione disillusa della vita umana, del processo di consapevolezza dell'individuo e del suo destino improrogabile.

Ci sarebbe poi molto da dire sulla relatività del tempo, sia in senso fisico che riguardo alla percezione delle singole persone, specialmente in base al loro stato d'animo. Perfino nel Piccolo Principe di Antoine de Saint Exupery (libro che io ritengo pessimo) c'è qualche riflessione interessante su tale concetto. Ma esula dalla mia analisi attuale.
Quello che oggi pensavo, e che mi andava di scrivere, è che nasciamo, cresciamo e moriamo quasi nello stesso istante. Il presente è un punto della retta.
Un umanista del quattrocento mi pare scrisse dei versi che dovevano suonare pressappoco così:

Il Passato non è,
ma se lo finge la vana rimembranza;
il Futuro non è,
ma se lo pinge la credula speranza;
il Presente sol'è;
talché la vita è appunto:
una memoria,
una speranza,
un punto.

Partendo da semplici impressioni, mi sono trovato a digredire su cose che forse annoiano, e che nulla hanno a che vedere con il WWT.
Ma che importa.
Ho tempo da perdere.

17 ottobre 2007

Poetry Corner

Da oggi introduco un nuovo tipo di post su questo sito: il Poetry Corner. Il Poetry Corner non è tanto "un angolo della poesia ", come se fosse la rubrica periodica di una qualche rivista; va inteso come il luogo metaforico dove ritrovare la poesia, che spesso non trova spazio nella nostra vita. C'è un posto in Hyde Park, a Londra, dove chiunque può andare e parlare a ruota libera, magari tenendo improbabili comizi sulla fede o sulla politica: è lo Speakers' Corner. Beh, immaginiamo il Poetry Corner come questo virtuale luogo di libertà, dove non ci si vergogna di dire cose inutili... La poesia "l'abbiamo cacciata in un angolo", perché la modernità ci ha insegnato che è inutile, e delle cose inutili si può fare a meno. La società ci ha detto che è un vezzo da deboli, che non fa fatturato e non determina profitto (salvo per gli editori). Cedere al piacere della poesia è un lusso che si può permettere chi ha tempo da perdere. Ma a ben vedere ci si accorge che non è così. La poesia ci insegna a vivere bene, perché ci fa scorgere la bellezza nelle piccole cose, negli insuccessi, perfino nella sofferenza. Leggendo gli scritti di un mio amico, Luigi Sarto, in arte Jack, mi sono accorto che, indipendentemente dalle doti artistiche di ognuno, tutti siamo in grado di apprezzare la poesia. Che la poesia sia quella di un tramonto, quella di un dipinto, oppure quattro versi messi in fila, tutti possiamo concederci una passeggiata nell'angolo dimenticato della nostra emotività. Dal punto di vista dell'organizzazione di questo sito, sarà possibile richiamare tutte le poesie pubblicate, utilizzando l'etichetta a fine post chiamata appunto Poetry Corner. E inizio proponendo un classico, una di quelle poesie che è stata parte della mia filosofia di vita per anni.

LENTAMENTE... di Pablo Neruda

Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, il colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni, proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti all'errore e ai sentimenti.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l'incertezza per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso.

Muore lentamente chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.

Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità.

4 settembre 2007

Ultime notizie dal fronte

Ho appena superato anche l'orale dell'esame per l'iscrizione all'Albo Unico Nazionale dei Promotori Finanziari (lo scritto l'avevo fatto a luglio), sotto "gli sguardi austeri" degli esaminatori della CONSOB...
Ma per il momento, pur avendo le qualifiche, non mi iscrivo, perché mi interessa riprendere gli studi universitari. Venerdì farò l'esame per il Corso (a numero chiuso) per studenti lavoratori alla Facoltà di Economia di Trento.
Il Capitalismo può iniziare tremare...

27 agosto 2007

Europa, Italia, Trento

Prima o poi il vento soffierà verso casa.
E,
qualsiasi cosa voglia dire casa,
sarà tempo di tornare.