Cerca nel blog

15 aprile 2012

Invito al viaggio


Ti invito al viaggio in
quel paese che ti somiglia tanto.
I soli languidi dei suoi cieli annebbiati
hanno per il mio spirito l'incanto
dei tuoi occhi quando brillano offuscati.
Laggiù tutto è ordine e bellezza,
calma e voluttà.
Il mondo s'addormenta in una calda luce
di giacinto e d'oro.
Dormono pigramente i vascelli vagabondi
arrivati da ogni confine per soddisfare i tuoi desideri.
Le matin j'écoutais
les sons du jardin
la langage des parfums
des fleurs.

(Canzone di Franco Battiato - testo ispirato alla poesia "L'invitation au voyage" di Charles Baudelaire)

 

24 marzo 2012

Quousque tandem abutere, CGIL, patientia nostra?


Fino a quando dunque, CGIL, abuserai della nostra pazienza?
Quanto a lungo ancora codesta tua follia si prenderà gioco di noi? Fino a che punto si spingerà la tua sfrenata audacia?
A parte il soggetto, questo è l'incipit della prima delle orazioni di Cicerone denominate Catilinarie, scritte più di duemila anni fa.
Sono dovuto andare tanto in dietro nella storia della letteratura per trovare parole in grado di comunicare con sufficiente efficacia lo sdegno che provo per il comportamento dei sindacati e della CGIL in particolare.

Non è la prima volta che evidenzio la miopia delle sigle sindacali e la loro incapacità di lavorare per il bene comune. Nell'articolo "Breve storia economica d'Italia" ho illustrato come gran parte dei problemi economici che oggi il nostro Paese sta affrontando siano dovuti proprio alle sciocche pretese di queste associazioni di lavoratori, che hanno condannato i lavoratori delle generazioni successive a farsi carico dei loro errori.

Ma gli ultimi eventi, dall'opposizione alla Riforma delle pensioni allo stallo sulle modifiche dell'Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, mi hanno davvero esasperato.
Sono stanco di una demagogia sterile, incapace di progettare e costruire un futuro migliore, tutta protesa ad una difesa dell'interesse particolare, per nulla interessata al bene comune: una stupida guerra di trincea, dove, mentre si perde la guerra e la visione di insieme, ci si trincera con le barricate nei metri quadri dei propri stupidi convincimenti. E non vince nessuna delle parti, ma perde il Paese.
Portare lo Stato sull'orlo della bancarotta, difendere chi il lavoro ce l'ha a scapito di chi lo cerca, fare ostruzionismo ad ogni riforma sociale, questa è miopia.
Ecco, i sindacati in Italia o sono miopi o sono criminali.

A volte entrambe le cose: c'è l'incapacità di leggere e interpretare la fase storica ed economica che si vive, con conseguenti azioni dannose per il Paese, e l'aggravante dell'intento criminale di danneggiare chiunque abbia un'opinione diversa (come nel recente sciopero delle bisarche, dove sono avvenute aggressioni e linciaggi ai camionisti che non hanno aderito allo sciopero, compreso l'incendio di autocarri carichi di nuovi veicoli FIAT).

Sento di poter dire queste cose senza il rischio di apparire "antisindacale". Sono un uomo di Sinistra, ogni mia idea politica e sociale ha radici negli ideali di Sinistra e ho sempre lavorato fianco a fianco alla CGIL quando facevo attivismo politico in università. Ma sono anche un cittadino pragmatico, razionale, che ha una così alta opinione dei diritti e di chi ha combattuto per conquistarli da ritenerli "sacri". Ma l'agire dei sindacati confederali da diversi anni a questa parte non ha niente di nobile, niente di puro: è un mero utilitarismo contingente, miope e dannoso per le generazioni future.

Lavoro da più di 6 anni e non ho mai fatto un solo giorno di malattia o 5 minuti di ritardo al lavoro. Ma sono grato di vivere in uno Paese in cui se dovessi averne bisogno, la mia famiglia avrebbe di che mangiare anche con me in ospedale. Questo è il diritto alla malattia. Non una settimana di riposto per un mal di testa. O peggio ancora perché si sono finiti i giorni di ferie.
Finché i sindacati stessi non punteranno il dito verso questi comportamenti, finché non capiranno che la difesa ad oltranza dei propri iscritti è sbagliata e vanno difesi solo gli onesti, finché non capiranno che il loro agire danneggia le future generazioni, allora io continuerò a ritenerli fra le peggiori "caste" del nostro Paese.

Nel libro di Stefano Livadiotti "L'altra casta. Privilegi. Carriere. Misfatti e fatturati da multinazionale. L'inchiesta sul sindacato", emerge, fra le tante situazioni imbarazzanti, un dato significativo: solo un italiano su venti si sente pienamente rappresentato dalle sigle sindacali e meno di uno su dieci dichiara di averne fiducia. Chi rappresentano, quindi? Che legittimità hanno per trattare a nome nostro?
Nessuna.

Sono profondamente convinto che un vero lavoratore, uno di quelli onesti e indifesi nei confronti del Sistema, se perde il lavoro non scende in piazza a protestare, ma si rimbocca le maniche e cerca, come può, di portare il pane a casa. Chi protesta sposta la responsabilità su altri, e attende da altri la soluzione del problema.
Ora io non escludo che queste responsabilità possano esserci, voglio solo ribadire che questa cultura del "protestare prima di rimboccarsi le maniche" è terribilmente sbagliata; e i maestri di questo approccio, in Italia, sono stati e sono tuttora i sindacati.

C'è una cosa che mi ha insegnato mio padre (NdR sindacalista) fin da piccolo: il lavoro onesto, qualsiasi lavoro, nobilita l'uomo; ed è dignitoso per il solo fatto di essere "lavoro". Questa cosa me la ripetevo quotidianamente quando, una decina di anni fa, facevo il lavapiatti nella periferia di Londra per imparare l'inglese, e immaginavo quanto eroico fosse chi quel lavoro doveva farlo per tutta la vita.

Anche il lavoro più umile, disagiato e senza diritti, è pur sempre lavoro. Ha una sua dignità e "sacralità" intrinseca. Ma questa importanza gli italiani l'hanno dimenticata. La difesa a tutti i costi del posto fisso, le proteste per le pause di 10 o 15 minuti, le battaglie per i permessi sindacali, o per i buoni pasto da un euro in più, hanno, negli anni, fatto dimenticare la "sacralità" del lavoro.
E la colpa più grossa ce l'hanno proprio i leader delle sigle sindacali confederali, CIGIL, CISL e UIL, che hanno pensato solo ad usare i lavoratori come bacino di voti per le loro carriere politiche, deformando la percezione dei diritti e doveri di un intero popolo.

Il problema non può e non deve essere l'Articolo 18, ma semmai il fatto che vanno previste tutele adeguate per chi perde il posto, il problema non è il posto fisso, ma semmai il fatto che il nostro sistema bancario non fornisce mutui a chi ha un contratto precario, il problema non è a che età andare in pensione adesso, ma la certezza che fra trent'anni i giovani di oggi una pensione non ce l'avranno, il problema non è il mobbing o la discriminazione fra i sessi, ma il fatto che in Italia si muore ancora di lavoro!
E invece della cooperazione fra le parti sociali, del lavoro di squadra per risolvere questi problemi, le priorità dei nostri sindacati (ed anche dei partiti politici, a dire il vero) sono tutte scelte esattamente per tenersi le mani pulite di fronte agli iscritti, così da poter essere rieletti. E a fine mandato nel sindacato iniziare la carriera politica.
Demagogia e miopia, con un pizzico di intento criminoso.

Ma allora è tutto così disperatamente sbagliato in Italia? No, fortunatamente ci sono i lavoratori!
I sindacati, infatti, non rappresentano il meglio della forza lavoro, quella che si "spacca le nocche" tutti i giorni, come recita una canzone di Caparezza.
Meglio chiudere, quindi, con un omaggio a questi "eroi contemporanei"...


20 marzo 2012

Mi Resto En Bondon... e la diffusione virale

Negli ultimi giorni un video sta spopolando in rete (almeno nel "versante trentino" della rete). Si tratta di Mi Resto En Bondon di Giacomo Gardumi.
Un video nato come "omaggio" al Bondone, la montagna che per i nativi di Trento rappresenta da sempre una meta sciistica preferenziale, perché a pochi minuti dalla città. Spesso il Monte Bondone è stato snobbato rispetto alle altre prestigiose località sciistiche del Trentino, ma da sempre è nel cuore di chi lo conosce e frequenta. Sarà per questo legame fra la località e i trentini, o per l'originalità dei testi (in rigoroso dialetto locale), che la versione originale del video pubblicato su YouTube, in meno di un mese, ha totalizzato più di 31.000 visualizzazioni.


L'APT di Trento, Monte Bondone e Valle dei Laghi ha anche inviato l'autore ad un evento pubblico sul Bondone per suonare "live" il tormentone del momento.


Visto il successo della canzone (basata inizialmente sulla musica di Home di Michael Bublè), si è subito realizzata una versione con musiche originali, per poterla diffondere liberamente su tutti i media, senza problemi di copyright. Anche in questo caso il contenuto ha velocemente iniziato a circolare sui Social Network, diventando un cult nel panorama trentino degli user-generated content.


La domanda che mi pongo è: cosa rende un video così "virale", tanto da essere condiviso da migliaia di utenti in pochissimi giorni?

La risposta non è facile. Se si guarda la tipologia di contenuti (testuali o multimediali) che gli utenti tendono a condividere online, non si riescono ad identificare "tipologie" di contenuti che più di altri vengono condivisi. Si condivide, infatti, quello che si ritiene interessante, divertente, bellissimo, bruttissimo, spaventoso, irrealistico, fatto benissimo, fatto malissimo, emozionante,... in pratica tutto quello che si ritiene "meritevole di attenzione" da parte della propria cerchia di amici. Quello che quindi riesce a far diventare virale la diffusione, sono le sovrapposizioni di interessi fra cerchie, cosicché un contenuto inviato ai miei amici ha la possibilità di diventare interessante anche per gli amici dei miei amici.

Nel caso di Mi Resto En Bondon, forse, oltre alla simpatia dei testi di Giacomo Gardumi, il motore alla condivisione è stato l'amore per la montagna di Trento (o il campanilismo diffuso).

15 marzo 2012

Link2Link: dall'idea alla realizzazione

A volte mi chiedo perché mi piaccia così tanto il lavoro che faccio, nonostante le condizioni di stress continuo e il fatto che non si smette mai di lavorare, nemmeno quando si dorme.
Una risposta della quale mi sto convincendo sempre più è che a me piace creare, e in una Web Agency si possono "creare delle cose" con una certa facilità e velocità.

Da piccolo il mio gioco preferito erano le costruzioni LEGO, ma se avessi deciso di lavorare nelle costruzioni, da adulto, avrei dovuto aspettare mesi o anni prima di veder realizzato un singolo progetto.
Sul Web, invece, è tutto più veloce: decine di progetti partono e si concludono nell'arco di poche settimane e ci si può concedere il lusso di realizzare qualcosa di nuovo, per il solo gusto di essere i primi a farlo.

È il caso del nuovo sito web Link2Link realizzato con Archimede. Nato per velocizzare dei processi interni al reparto di Web Marketing, è subito diventato un servizio aperto a tutti e per molti aspetti innovativo.
Si tratta di un URL shortener che, oltre ad accorciare e personalizzare gli URL (cosa che già fanno molti servizi online), permetterà di modificare gli URL di destinazione (cosa che ad oggi non fa nessuna WebApp).
Sul blog di Archimede ho scritto una descrizione più dettagliata dell’idea: l2l.it/url-shortener.


La cosa bella di questo progetto (oltre al fatto che non ci fosse nessun cliente da accontentare e quindi avevamo carta bianca anche per il design grafico!), è stata che dall'idea al prodotto finito sono passati una manciata di giorni.
C'è poco da fare: che si tratti di una pubblicità, di una campagna di Web Marketing o di un sito web, creare dà soddisfazione.

24 febbraio 2012

La solitudine del Project Manager stanco

La vita del Projcet Manager è una vita difficile. E lo dico senza ironia, né mancanza di rispetto per i lavori veramente usuranti.
Il PM vive in una dimensione in cui lo stress è la regola quotidiana, le scadenze e gli obiettivi sono esami continui, non può riposare mai perché, in ogni istante, c'è qualcosa che aspetta di essere consegnato; che siano giorni lavorativi o no, giorno o notte, il progetto è lì che aspetta di essere concluso; la mente non è mai sgombra dai pensieri e dalla responsabilità di ottenere un buon prodotto/servizio.
E, quando questa tensione al risultato non è condivisa da tutto il team di lavoro, il PM si sento solo, sotto il peso degli obiettivi che deve comunque centrare.
Ma c'è di più...

Oggi c'è stata, a Roma, la presentazione del portale myCAF.it e si è così conclusa una fase cruciale del Piano di Comunicazione Online di CAF ACLI Italia, che sto coordinando come Project Manager di Archimede.
La presentazione del progetto è stata un successo: il sito web e il piano di comunicazione di supporto sono stati brillantemente illustrati dal Management di CAF ACLI ai responsabili delle ACLI Service d'Italia.
Ma nell'istante stesso in cui mi rendevo conto che non avrei avuto più la tensione per questo progetto, già mi mancava!
Il senso di stanchezza che provo ora, mentre aspetto un treno che mi riporti a Trento, è incomunicabile. Non è solo stanchezza fisica e mentale, ma è quasi una frustrazione, sintomatica della sindrome da abbandono... Ecco i PM vivono continuamente questo distacco dai progetti per i quali hanno vissuto giorno e notte, e si sentono abbandonati da idee che hanno partorito con sacrificio. Ma il distacco è necessario, perché il progetto possa ritenersi compiuto.
In definitiva, quindi, i Project Manager devono mettere tutte le loro energie nella realizzazione di un progetto per poi abbandonarlo; e, nella peggiore delle ipotesi, vederlo naufragare per la mancanza di una corretta gestione.
Che vita di m(anagement)!!

DISCLAIMER:
Una volta ho scritto della Consapevolezza del Viaggiatore Stanco; oggi della Solitudine del Project Manager Stanco... Forse entrambe sono solo farneticazioni: quando leggete "stanco" nel titolo, ogni considerazione potrebbe essere il mero frutto delle poche ore di sonno dei giorni pregressi.

19 febbraio 2012

Una fame da lupo...

Con una fame così, è il lupo che deve stare attento a Cappuccetto Rosso e non il contrario!



5 febbraio 2012

L'italianità nella pubblicità (al tempo della crisi)

La pubblicità della nuova Fiat Panda, che in questi giorni sta riempendo gli spazi pubblicitari dei principali canali televisivi, punta su un "valore" fra i più in voga nei tempi di crisi: l'appartenenza ad un popolo.
Non è una leva nuova nella pubblicità, soprattutto nel settore automobilistico (anche Francia e Germania ne hanno fatto spesso uso in passato), ma vederla usata dalla Fiat è stata, per gli esperti di marketing, una sorpresa.

Si tratta di uno spot fatto indubbiamente bene, che tuttavia lascia interdetti se si pensa che i manager della multinazionale italiana hanno più volte dichiarato di essere pronti a portare all'estero la produzione (più di quanto già fatto finora).


Lavorando in un'agenzia di comunicazione, spesso mi capita di riflettere sull'efficacia di un concept la cui ambiguità può pregiudicarne il risultato. Mi sono quindi domandato, si può usare il valore dell'italianità in uno spot tv, indipendentemente dalla coerenza con le politiche industriali attuate dalla società?
La risposta, in linea del tutto teorica è "no", gli utenti pretendono coerenza fra la comunicazione del brand e i suoi aspetti identitari. Ma la situazione oggigiorno è un po' più complessa. 

Analizzando la strategia di copy che è stata usata per questa pubblicità, emerge uno schema veramente molto serrato sull'italianità, tanto da risultare perfino stucchevole in certi passaggi.
Ecco una mia interpretazione del modello che l'agenzia pubblicitaria ha seguito nella creazione della pubblicità:
  • Consumer’s benefit: dare un contributo all'uscita dell'Italia dalla crisi economica
  • Reason why: la Panda è fatta bene, perché è fatta da italiani
  • Supporting evidence: l'Italia vista nei suoi vari aspetti, sia critici che positivi
  • Tone of voice: autorevole, drammatico, a tratti epico
  • Target: italiani (tutti, patriottici e italo-scettici)
(Interpretazione dei campi: Consumer’s benefit è il vantaggio che il prodotto promette al consumatore; Reason why è l’argomento razionale che la pubblicità fornisce per rendere credibili i vantaggi promessi dal prodotto; Supporting evidence è il supporto retorico che avalla la credibilità della promessa strategica; Tone of voice è la modalità espressiva di presentazione dei vantaggi e dei relativi argomenti; Target è la definizione precisa della categoria di pubblico cui ci si rivolge).

Di fronte ad uno spot del genere, in considerazione della crisi economica che stiamo vivendo e in ragione dello scontro sindacati-Fiat che da due anni occupa le cronache dei telegiornali, è legittimo domandarsi se questa strategia di comunicazione è realmente efficacie.
La risposta è "sì". Prima di avanzare ipotesi sul perché lo sia, analizziamo un po' di dati.
Ecco i risultati di un sondaggio condotto da alvolante.it proprio sull'efficacia di questa pubblicità:

La percentuale cumulata fra chi trova lo spot "efficacie e appropriato" (54%) e chi lo trova "efficacie ma un poco retorico" (24%) è del 78%. Quindi un parere decisamente favorevole.
Ma allora ben pochi si pongono il problema che per Fiat l'essere italiani non è un valore ma un peso, come spesso dichiarato?

Io credo che i fattori di efficacia dello spot vadano ricercati nelle particolari "condizioni al contorno" nelle quali si inserisce. In particolare, è un fatto che le situazioni di crisi portino ad acuire il senso di appartenenza ad un popolo o ad uno stato.
La crisi economica, quindi, affievolisce la capacità di analisi critica dei cittadini. Tutti desideriamo uscirne. Tutti desideriamo "potercela fare". Se il nostro contributo di cittadini può limitarsi alla scelta "acquisto italiano", ci sentiamo in grado di fare la nostra parte e in qualche modo siamo grati a chi ci consente di farla.

Sempre sul concept "l'Italia può vincere", ecco il video promozionale dedicato al canale web, sempre per il lancio della Fiat Panda.


Come è evidente, il modo di trattare la leva dell'italianità è diverso dallo spot TV. Sul web il tasso di interazione degli utenti e la loro capacità di discussione sono spesso un boomerang per i concept che prestano il fianco a facili critiche. Ecco quindi che lo sviluppo della leva è giocoso e spinge sul confronto con gli altri stati produttori di automobili (Germania, Francia e Giappone). In questo caso è facile "tifare" per l'Italia.
Ecco un'analisi della copy strategy per questo spot:
  • Consumer’s benefit: vincere, arrivare primi, come nazione su altre nazioni
  • Reason why: la Panda è fatta bene, perché è un prodotto italiano
  • Supporting evidence: la Panda, scattante e sicura, vince un'immaginaria competizione
  • Tone of voice: simpatico, ironico, canzonatorio per gli altri stati
  • Target: giovani italiani, prevalentemente utenti web
Anche in questo caso, la crisi economica gioca un ruolo centrale nell'apprezzamento della pubblicità, perché "l'italiano non ci sta ad arrivare ultimo" sulla scena europea e mondiale.

Un altro esempio di utilizzo dell'italianità nelle pubblicità di questi giorni, pieno zeppo di luoghi comuni, ma comunque molto apprezzato, è lo spot della Proraso.
Nonostante certi passaggi possano apparire banali, è coinvolgente ed efficacie.


Che si tratti della Fiat, della Proraso o dell'aumento di capitale di Unicredit, l'italianità nei tempi della crisi è una leva che torna comoda. Ma la sua efficacia, lo ripeto, è soprattutto legata al fatto che gli italiani, nei momenti di difficoltà, diventano acritici e vulnerabili, disposti a credere che basti acquistare un prodotto Made in Italy per fare la propria parte.
E poi magari lo pagano in nero...

23 gennaio 2012

Breve storia economica d'Italia

Agli albori di questo 2012, pieno di dissidi sociali e difficoltà economiche per il nostro Paese, ho pensato di fare un regalo alla memoria collettiva, scrivendo questo post dal titolo ambizioso: "Breve storia economica d'Italia".

Questo articolo era in programma da più di un anno, perché cercavo il tempo per approfondire molti passaggi della storia economica d'Italia, ma non posso aspettare oltre; mi accontenterò di focalizzarmi su alcuni aspetti-chiave. Provo una sensazione di "urgenza" che mi spinge a mettere sul tavolo alcuni argomenti che, se conosciuti, permettono di guardare con più lucidità al presente. Le notizie di questi giorni sull'economia mondiale, il debito pubblico italiano fuori controllo, lo scontro dei sindacati (prima fra loro, poi con la FIAT e infine con l'attuale Governo Monti), insomma "l'attualità" ha preteso che facessi uno sforzo di sintesi per condividere un po' di "memoria storica", che è alla base della consapevolezza.

Senza pretesa di essere esaustivo, né che queste righe arrivino ad essere lette da chi manovra l'economia del nostro Paese, ma con la speranza che chi un domani darà il proprio contributo per la cosa pubblica, possa incappare in queste pagine, magari cercando proprio "storia economica d'Italia".
Per ovvie ragioni ripercorrerò gli eventi con livelli di dettaglio diversi, una sorta di scala logaritmica che privilegi gli ultimi decenni della nostra storia economica.

Partiamo da lontano.
Fin dal Paleolitico l'Italia, che all'epoca non era Italia, ma un rigoglioso pezzo di terra circondato dal mare, è sempre stata un territorio popolato, grazie al clima mite che lo caratterizzava.
Sempre il mare poi la favorisce quando nascono le prime grandi civiltà del Mediterraneo: dall'VIII secolo a.C., la penisola vede avvicendarsi Fenici, Cartaginesi e soprattutto Greci, che portano cultura, civilizzazione e sopratutto il commercio: ciò getta le basi per un'economia più avanzata, che fa uso della moneta e supera i limiti del baratto.
Il sistema monetario greco viene adottato anche dalla nascente potenza romana, che introduce elementi innovativi per lo sviluppo della propria ricchezza:
- la forza del diritto
- la forza della spada
L'unione di questi due fattori favorisce una colonizzazione di vasti territori e lo sviluppo del commercio, che comportano abbondanza di materie prime, commistione fra culture e confini più sicuri.
Con l'arrivo di Roma e dell'Impero Romano, l'economia della penisola italica diventa la più ricca ed avanzata del mondo. Potremmo paragonarla a quella degli Stati Uniti dei tempi d'oro, soprattutto per quanto riguarda "l'attitudine colonialista".

Correndo su secoli e secoli di vicissitudini italiche, quello che mi interessa sottolineare è che da sempre, fin dalla nascita della civiltà, la nostra Penisola ha avuto un'economia ricca, grazie al clima che favoriva agricoltura e allevamento, e, soprattutto, grazie alla posizione centrale negli scambi commerciali con i popoli del Mediterraneo.

Facciamo un salto al 1200 e troviamo un'Italia sempre più ricca, con le Repubbliche Marinare al centro del commercio internazionale. E Venezia che, fra tutte, eccelle nel dominio dei mari grazie alla sua capacità di costruire navi veloci e adatte sia alla guerra che al commercio.

Le galee veneziane, spinte dal remare cadenzato di decine e a volte centinaia di vogatori, erano considerate il mezzo migliore per affrontare il mare.
L'Arsenale di Venezia, dove si arrivavano a costruire anche 25 navi in un mese, era il più grande complesso produttivo del Medioevo e, in un certo qual modo, la prima vera grande fabbrica moderna: vi lavoravano migliaia di uomini, con compiti specifici, e le galee venivano costruite "in serie", anticipando i metodi della moderna catena di montaggio.

Ma...
Un bel giorno di tanti, tanti anni fa, un giovane, che aveva a lungo viaggiato nel nord Europa, e aveva studiato in Inghilterra e Olanda nuovi modi di costruire le navi, fece ritorno nella sua città natia, Venezia, e fece di tutto per essere ammesso al cospetto del Doge e del Maggior Consiglio per proporre di innovare il loro modo di costruire le navi.
Il giovane narrò di come le navi della Lega anseatica riuscissero a sfruttare il vento come forma esclusiva di propulsione, di come riuscissero a disporre di un ampio vano di carico per il trasporto delle merci, senza necessità di avere centinaia di galeotti ai remi.
I vecchi "saggi" del Maggior Consiglio risero alla fine dell'accorato racconto del giovane, facendosi scherno di lui e delle sue proposte. Cosa aveva da insegnare un giovane ai vecchi del Consilium Sapientis, che guadagnavano da anni immense ricchezze grazie alle galee costruite e armate nell'Arsenale veneziano? Loro erano mercanti avidi e scaltri, che non accettavano alcun suggerimento da chi aveva molti meno anni ed esperienza di loro.

E la storia non fece sconti alla loro mancanza di immaginazione.
Tardivi furono i tentativi di montare sulle galee alcuni alberi maestri con vela latina, che riuscivano a dare un contributo alla spinta delle galee solo nella navigazione con vento in poppa. Si sarebbe dovuto cambiare drasticamente il modo di costruire le navi, e l'Arsenale di Venezia, per colpa dei vecchi saggi del Maggior Consiglio, non lo fece.
Nel XV secolo, ormai, i galeoni degli stati più lungimiranti dominavano i mari e solcavano gli oceani, spinti da un vento benevolo che, ahimè, segnò la fine della Serenissima.

Nel mentre, qualche centinaio di chilometri più a sud, nel Regno di Napoli (poi unificato nel Regno delle Due Sicilie), grazie ai Borboni si viveva un periodo di sviluppo culturale ed economico, con rilevanti iniziative sociali ed industriali, che portavano grandi benefici alle popolazioni locali.
Un esempio su tutti fu, nel XVII secolo, la creazione del Setificio di San Leucio a Caserta, che produceva filati in seta apprezzati in tutto il mondo. Potremmo immaginarlo come un complesso e autonomo distretto industriale, dove erano vigenti leggi speciali davvero illuminate per l'epoca (scompare la differenza tra uomini e donne nelle successioni ereditarie, il guadagno è proporzionale al merito, parte dei compensi va versato alla Cassa della Carità destinata agli invalidi, vecchi e malati, l'istruzione è obbligatoria dai sei anni in poi, ecc.).

Ma...
Un giovane, che aveva viaggiato nel resto d'Europa e si era spinto perfino nel Nuovo Mondo, tornò dalla sua famiglia che non si era mai allontanata dal Borgo di San Leucio, raccontando di una fibra per filati, molto più resistente e facile da lavorare della seta. Era il cotone.
Grazie all'invenzione della "Cotton Gin", la sgranatrice di cotone, in America i tessuti in cotone erano ormai molto diffusi e apprezzati per la loro resistenza, leggerezza ed economicità.
Il vecchio capofamiglia, più per amore del giovane che per reale comprensione dell'importanza delle sue idee, riuscì ad ottenere un'udienza presso il Consiglio del Setificio, per permettere al figlio di esporre le sue proposte innovative.
Ma i vecchi del Consiglio si urtarono alla proposta del giovane di affiancare alla lavorazione della seta anche quella del cotone e lo cacciarono con ignominia dal Borgo. Come poteva il volgare cotone rivaleggiare con la preziosa seta?? E come, un membro della comunità, poteva pensare di cambiare le tradizioni dell'opificio reale?

E la storia non fece sconti alla loro chiusura mentale.
Il cotone si diffuse in tutta Europa, la seta prodotta a basso costo in Cina e Giappone e trasportata con i velieri inglesi, olandesi, portoghesi e spagnoli invase i mercati, facendo crollare la richiesta della seta di San Leucio.

Facciamo ora un salto agli inizi del '900 e troviamo un'Italia che, da poco unificata politicamente, lavora per sanare le differenze sociali ed economiche fra le sue regioni.
Inizia a dotarsi di un tessuto industriale, ma viene trascinata da un folle dittatore in dispendiosi sogni coloniali, fallimentari esperienze autarchiche, disastrose guerre. Il ventennio fascista sconvolge l'Italia non solo economicamente, ma socialmente, mandando a morire sul fronte una generazione di giovani italiani che avrebbero potuto costruire un Paese diverso.

Ma la forza dell'Italia è tanta e tale che, dal dopoguerra in poi, forte di una Costituzione illuminata, rinasce dalle sue ceneri e si riconquista un posto fra le potenze economiche mondiali.

La classe politica, però, non si dimostra poi così illuminata.
Il partito dominante, la Democrazia Cristiana, per mantenere il potere, oltre ad accordi con la Mafia (che per definizione è un danno economico per il Paese), fa crescere la spesa sociale a scapito delle future generazioni, iniziando a far spendere allo Stato italiano molto più di quello che incassa. Si forma così il debito pubblico, che ha in Andreotti (e i suoi sette governi) il suo principale artefice.

Tra le trovate "geniali" di allora, c'è l'introduzione della Indennità di contingenza (conosciuta dai più come "scala mobile"), negoziata della CGIL: un meccanismo volto ad indicizzare automaticamente i salari all'inflazione e all'aumento del costo della vita. Peccato che ciò fa innescare un circolo vizioso, una continua rincorsa salari-inflazione, che fa schizzare quest'ultima a livelli insostenibili (con ulteriore danno per le casse dello Stato).

Ed anche se alcuni giovani economisti avvertono del pericolo, sono anni difficili: le Brigate Rosse seminano terrore, i sindacati sono sempre sul piede di guerra, il Vaticano preme per avere la pace sociale nel Paese, e nessuno se la sente di abolirla.
Lo farà poi, troppo tardi, Amato, nel 1992.
Nemmeno nella "pausa socialista" (fra i governi democristiani) del primo e secondo governo Craxi, l'Italia ce la fa a fermare l'ascesa del debito pubblico, a causa di una classe politica impegnata a riempirsi le tasche e a costruirsi una serie di privilegi che le varranno, ai giorni nostri, l'appellativo di Casta.

La cosa interessante è che dal 1990 lo Stato italiano va in pareggio prima del pagamento degli interessi (spende quanto incassa), ma deve pagare gli interessi sul debito accumulato in precedenza e quindi emette nuovo debito.

Con i governi di Sinistra della "Seconda Repubblica", si inizia a ripianare il debito e per la prima volta dal dopoguerra il rapporto fra debito e PIL inizia a decrescere. Ma poi arriva Berlusconi e la corsa all'indebitamento riparte. Arrivando all'incredibile cifra, ad oggi, di 1.922 miliardi di euro di debito.

(Per chi vuole avere un dato aggiornato sulla crescita del nostro debito pubblico, ed ha abbastanza coraggio da non abbattersi nel vedere la crescita istantanea dello stesso, vi rimando al sito "Italia Ora")


Qual è, dunque, la morale di questa breve storia economica d'Italia? È che ci sono dei colpevoli.
Non è che il peso sulle spalle nostre e dei nostri figli è un fatto ineluttabile, che dobbiamo accettare come una sventura caduta dal cielo. C'è stato un momento, anzi, tanti momenti, in cui qualcuno poteva scegliere, e non l'ha fatto. O l'ha fatto male.
Ci sono dei colpevoli che hanno un nome e cognome, Benito Mussolini, Giulio Andreotti, Bettino Craxi, Silvio Berlusconi. E ci sono gruppi  o "categorie" di colpevoli, come i sindacati, la Chiesa Cattolica, le Brigate Rosse.

Ma c'è un colpevole per eccellenza nella nostra storia economica. E quel colpevole è il Vecchio che dice di "no" al Giovane.

6 gennaio 2012

PIL: schiavi di un numero... sbagliato

«Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell'indice Dow Jones né i successi del Paese sulla base del Prodotto Interno Lordo. Il PIL comprende l'inquinamento dell'aria, la pubblicità delle sigarette, le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine del fine settimana… Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione e della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia e la solidità dei valori familiari. Non tiene conto della giustizia dei nostri tribunali, né dell'equità dei rapporti fra noi. Non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio né la nostra saggezza né la nostra conoscenza né la nostra compassione. Misura tutto, eccetto ciò che rende la vita degna di essere vissuta.» 

(Robert Kennedy - dal discorso tenuto il 18 marzo 1968 alla Kansas University)