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24 maggio 2009

Outdoor Management Training

Ieri e l'altro ieri sono stato ad un corso formativo decisamente particolare, con tutto il team della società dove lavoro. Nel Parco Naturale dello Sciliar in Alto Adige, in un hotel immerso nel verde, abbiamo partecipato ad un corso intensivo, organizzato per noi da una società specializzata in Outdoor Management Training. Dire che è stato un week end interessante è riduttivo. E' stata un'esperienza nuova, molto forte, capace di lasciare il segno in maniera profonda. Tuttavia credo che per avere risultati interessanti non basti "scuotere" i membri di un gruppo, bisogna fornire loro elementi risolutivi per permettere il successo nel raggiungimento di obiettivi comuni.

Credo che ArchimedeCreativa vedrà i frutti del lavoro che sta facendo su se stessa solo se saprà riprogettarsi in un'ottica più dinamica, dove i ruoli e i task di ognuno siano, in ogni progetto, frutto di un processo di condivisione. In caso contrario quello che è stato pensato come un processo formativo rischia di essere un mero elemento destabilizzante per il gruppo.

5 maggio 2009

Archimede

Oggi ho iniziato una nuova esperienza lavorativa: in una parola, Archimede. Si tratta di una web agency, specializzata nella creazione di siti internet e campagne pubblicitarie. Io mi occuperò principalmente di editing, cioè di scrittura di testi (in larga parte per siti internet). La società Archimede è un luogo di lavoro decisamente interessante, dove, per la prima volta, potrò fare in maniera professionale quello che ormai da più di un decennio faccio per hobby: scrivere. Come sono arrivato a "rompere" con la finanza e a dedicarmi alla comunicazione è storia di cui c'è ampia traccia in questo blog; tuttavia i miei studi economici rimangono una priorità, su cui continuerò ad investire energie.

27 aprile 2009

Al confine

In questi giorni ci sono a Trento i miei nonni con i miei genitori. Sono venuti a trovarmi loro, visto che ormai manco a Calvi da gennaio. Oggi, "approfittando della prossimità" con Gorizia (per la verità dista più di 340 km), siamo andati a trovare una cugina di mia nonna che vive lì, poiché non si vedevamo da decenni.
Prima di ripartire per Trento, "approfittando della prossimità" (questa sì, reale), abbiamo fatto un salto in Slovenia.
Ed il termine salto non è una metafora, perché ho realmente "saltato il confine" con un solo passo, a Piazza della Transalpina, lì dove sorgeva, un tempo paurosamente non lontano, il Muro di Gorizia, che segnava la frontiera italo-jugoslava.
E' sorta perciò spontanea una riflessione: senza un muro, una recinzione, o senza una targa come quella che oggi segnala la fine di uno stato e l'inizio di un altro, senza cioè nessun artificio costruito dall'uomo, saremmo mai capaci di "percepire" il confine? Intendo dire, può l'uomo avere nelle sue leggi di natura il concetto di frontiera tra ciò che è il suo mondo e ciò che non gli appartiene?
La domanda non è banale, e presuppone almeno alcune riflessioni di ampio respiro.
L'essere umano fa esperienza diretta dei suoi limiti e del confine, in diversi casi e in diverse modalità. Ne analizzo un paio, perché penso sia possibili ricollegare a questi due macroconcetti la maggior parte delle esperienze, vere o presunte, di "percezione chiara del confine".

Di sicuro davanti all'immensità del mare l'uomo si sente piccolo, finito, e limitato da tale grandezza. Ricordo con simpatia il fantastico (con ambedue le accezioni comunemente assegnate a questo termine) personaggio del libro Oceano Mare di Baricco, il Professor Bartleboom, che dedica la sua vita al folle progetto di stabilire dove finisca il mare, cercandone il limite ultimo sulla battigia, seppure tale confine sia smentito ad ogni onda appena più vigorosa della precedente.
E ricordo le emozioni provate davanti ad una brulla distesa del New Mexico, dove lo sguardo non riusciva a cogliere nient'altro che l'immenso confine tra cielo e terra.
L'essere umano quindi fa esperienza diretta del confine tra se stesso (essere finito) e l'immensità della natura, infinita almeno nel suo potenziale. Tale percezione ci rimanda ad un confine ancora più misterioso, quello tra fisica e metafisica, quello tra il regno materiale e quello (magari solo sperato), del trascendente. Tale frontiera, convenzionalmente chiamata morte, è un confine abbastanza chiaro e dal quale (salvo rari casi) l'uomo cerca di tenersi a debita distanza.
L'uomo fa poi esperienza del confine tra ciò che conosce e ciò che non conosce. Questo caso è riconducibile per certi aspetti anche al tipo di "percezione" prima descritto, tuttavia ha peculiarità che meritano di essere analizzate.
In passato, per ragioni di sopravvivenza, i nostri più lontani antenati delimitavano il territorio nel quale vivevano, poiché corrispondeva al loro mondo conosciuto. Oltre il fiume, o all'inizio del bosco, iniziava un mondo di cui non sapevano molto, e del quale, perciò, avevano paura. Difendevano poi quel confine e quel loro spazio vitale perché avevano paura di chi proveniva da quella parte di terra sconosciuta. E' un comportamento tra l'altro riscontrabile in tanti animali, che "segnano" il terreno e lo difendono.
Quindi l'uomo percepisce chiaramente il confine tra ciò che conosce e ciò che non conosce. Anzi, dirò di più; associa un sentimento di paura per il non conosciuto, che spiega largamente le frontiere alzate per difendersi da chi o cosa c'è dall'altra parte.
Credo sia riconducibile a questo sentimento di paura l'aver disegnato per secoli confini, poi divenuti, per ragioni economiche, ancora più importanti (in senso strategico) per il benessere dei cittadini di un regno o di uno stato.
E qui torniamo alla domanda iniziale: c'è forse una ragione sostanziale nei confini fra nazioni? C'è nell'uomo il concetto di confine politico, geografico, o culturale??
La risposta è no, non è ontologicamente presente nel suo bagaglio di "leggi di natura", se non nella misura in cui egli ignora chi, come e perché vive dall'altra parte del confine.
L'ignorare la lingua, gli usi e costumi, finanche il non conoscere la morfologia del territorio, è l'unica ragione per cui l'uomo riconosce un confine.
Pensando alla piazza dove ero questo pomeriggio, mi immagino la paura dei goriziani, che, oltre il muro di frontiera, leggevano sul frontone del palazzo della stazione dei treni, "Mi gradimo socializem" (Noi costruiamo il socialismo); che per chi non sa cos'è il socialismo sembra più una minaccia che una promessa! Forse immaginavano (sicuramente in questo aiutati da un'informazione pilotata) comunisti mangia-bambini e mostruosità di questo tipo...
Ma oggi, nella società della conoscenza, oggi che possiamo parlare pressoché con tutti una stessa lingua, oggi che abbiamo i mezzi per conoscere le culture di tutto il mondo, hanno una qualche ragion d'essere i confini?
Forse no. E anche gli economisti dovrebbero farsene una ragione.

24 aprile 2009

Le scelte

Scegliere una porta significa non aprirne altre. Un piacere presuppone che molti piaceri non verranno vissuti, così come ogni tristezza dispensa da tante tristezze. [...] La parola per cui opti impedisce l'uso di un numero indefinito di parole. Visiti un luogo perché altri luoghi restino ad aspettarti... Abilio Estevez

12 aprile 2009

Il Value Factor nelle S.p.A.

Innanzitutto buona Pasqua; scusate il ritardo, ma oggi sono stato molto impegnato.
Dopo circa tre mesi di ricerche, questo pomeriggio sono riuscito finalmente a terminare uno studio che ho realizzato per individuare metodi più efficienti per la valutazione dei titoli quotati in borsa. Ho scritto questo breve saggio perché ritengo che un grosso problema della finanza, che è poi spesso la causa delle crisi economiche, sia legato al fatto che i mercati sono incapaci di valutare correttamente le Società per Azioni, poiché quasi sempre prescindono da ogni considerazione di "sostenibilità sociale", ricercando la mera massimizzazione del profitto.
A questo link trovare lo studio completo, ma vi riporto di seguito le premesse e le conclusioni, per chi non avesse voglia di leggere troppi tecnicismi.

Lo scopo della Ricerca
La caratteristica fondamentale degli investimenti nei mercati regolamentati di tutto il mondo è certamente quella di avere un fine ben definito: il profitto. Mentre l’investimento diretto nella creazione di un’azienda può generalmente avere anche altri scopi (ideologici, politici, e finanche familiari), l’investimento in azioni di società quotate nelle borse mondiali ha essenzialmente il fine unico di generare il maggior profitto possibile. Questa caratteristica dell’investimento azionario ha spinto investitori e studiosi di ogni tempo a portare avanti una ricerca approfondita per individuare, nella maniera più precisa possibile, la capacità di generare profitto di un’azienda. Gli economisti hanno ideato centinaia di modi per analizzare i dati di una società e comprendere così le reali capacità di generare utili, che sarebbero poi equivalsi a più alti dividendi per gli azionisti, ad un maggior valore intrinseco delle azioni stesse, o entrambe le cose.
Indici come il ROS (Return on Sales), il ROE (Return on Equity), il ROI (Return on Investment), rappresentano proprio questo tentativo di sintetizzare chiaramente la redditività di un’azienda. Altri indici sono ancora più diretti e mettono in relazione l’investimento in azioni col profitto atteso; non a caso uno dei valori principali che esaminano i risparmiatori prima di comprare le azioni di una società è il PE, cioè il rapporto Prezzo/Utili (Price-Earnings Ratio è il prezzo dell’azione diviso l’utile atteso per ogni azione).
Ma la valutazione di un titolo da acquistare in borsa, come in genere accade per qualsiasi prodotto o servizio, è un problema multidimensionale, per cui la creazione di indici di liquidità, di leva, di redditività o sviluppo, è in realtà una semplificazione eccessiva del lavoro di analisi, che fa perdere moltissime informazioni (oltre al fatto che molti indici, come il P/E, hanno grossi limiti dovuti al modo in cui sono costruiti; ad esempio lo sfasamento temporale fra le grandezze utilizzate).
E’ forse questa una delle motivazioni per cui spessissimo chi si affida a tali indici non ottiene il guadagno sperato, e probabilmente è tra i fattori che nel corso della storia del capitalismo hanno creato i maggiori problemi all’economia reale: con ciò si intende dire che spesso i manager gestivano le aziende cercando di ottenere valori ottimali degli indici più importanti guardati dagli analisti, dimenticando che il loro scopo di amministratori virtuosi dovesse essere quello di creare “reale valore”.
Lo scopo di questa ricerca è di provare ad identificare il Value Factor, il Fattore Valore, ovvero quella caratteristica, o insieme di caratteristiche, che permettono ad una azienda di creare valore nel tempo, indipendentemente dalla valorizzazione che le viene riconosciuta sul piano speculativo.

Conclusioni
Questo studio, svolto in campo economico-finanziario, con metodi propri della statistica, ci ha portato ad individuare un criterio per affrontare la corretta valutazione delle banche, ma può essere esteso a qualsiasi impresa o ente che operi nel sistema economico.
La ricerca fin qui svolta è inevitabilmente solo un primo step per un più ampio programma di studio, che potrebbe fornire strumenti più accurati per l’individuazione di migliori strategie gestionali, con l’obiettivo di avere aziende che forniscano ottimi risultati per i risparmiatori, più sicurezza per i lavoratori e per il sistema produttivo e capacità di creazione di Valore Reale per la società.
La Storia Economica ci illustra come la maggior parte delle crisi economiche dell’ultimo secolo siano frutto, in estrema sintesi, di una sopravvalutazione delle grandi aziende (crisi del 1929 e bolla della New Economy), o dei loro prodotti e servizi (come nel caso dei Sub-Prime). I crolli della borsa e la distruzione di valore (e dei risparmi delle famiglie) sono quindi, in ultima analisi, una conseguenza di un non corretto “pricing” dei prodotti finanziari.


Come si può vedere dall’immagine sopra riportata, l’uomo commette sempre gli stessi sbagli, ed ogni crisi assomiglia alle altre. Il grafico mette a confronto i deprezzamenti dei titoli di borsa nelle peggiori crisi finanziarie degli ultimi ottant’anni, evidenziando come la ripresa di un consenso di mercato attorno ai valori delle SpA, avvenga dopo svalutazioni considerevoli.
Appare evidente che i pur interessanti tentativi per garantire trasparenza e veridicità nelle valutazioni patrimoniali (si pensi, per quanto riguarda le banche, all’accordo di Basilea II), non bastano ad indicare ai mercati processi di investimento consapevoli, capaci di resistere alla psicosi collettiva che causa i crolli di borsa.
Il nostro sistema economico ha bisogno di investitori (con tutto il carico di responsabilità e competenza che questo termine presuppone), non di speculatori.
É anche a causa della stravolgimento dei mercati finanziari (oltre che per mancanza di tempo), che questo lavoro manca di una sezione dedicata a spiegare che fine hanno fatto i gruppi bancari che abbiamo analizzato. Dal 2004 ad oggi, molti si sono fusi, altri sono stati acquisiti (è stato il caso della BNL, che come abbiamo visto navigava in cattive acque), altri ancora hanno rischiato la bancarotta.
Tuttavia, fermo restando che le repentine svalutazioni dei titoli in borsa hanno toccato tutti i gruppi bancari, possiamo vedere che le banche che avevano mostrato nei nostri grafici una buona solidità patrimoniale ed un basso rischio sono proprio quelle che hanno resistito meglio alle turbolenze dei mercati.
Siamo perciò persuasi che, fino a quando non saremo in grado di dare un’alternativa concreta al sistema Capitalista (che ci appare profondamente corrotto e scarsamente efficiente, come ricordato dalla citazione di Keynes all’inizio del presente scritto), dovremo per lo meno cercare di utilizzare criteri corretti per la valutazione delle società, le quali, attraverso i processi produttivi o di erogazione di servizi, di fatto, che ci piaccia o no, plasmano il mondo in cui viviamo.

5 aprile 2009

Ad Abano Terme

Questo fine settimana sono andato ad Abano Terme per incontrare mia madre, che era lì ad un convegno. Da Trento ci sono volute ben 4 ore, ma sono niente in confronto alle 8-9 ore che di solito impiego per scendere a Calvi. La città non ha assolutamente niente di interessante da vedere. Però è una pacchia stare ore a crogiolarsi nelle piscine a 37 gradi, mentre il mondo, fuori da quelle terme, continua a correre...

3 aprile 2009

Circa le Leggi di Natura

Per quanto l’essere umano possa essere ritenuto egoista, nell'umana natura vi sono evidentemente innati principi che spingono l'uomo ad interessarsi alle sorti del prossimo, e gli rendono necessaria l’altrui felicità.

(dalla Teoria dei Sentimenti Morali di Adam Smith)

25 marzo 2009

Offeso

Dillo pure che sei offeso da chi distrugge un entusiasmo, da chi prende a calci un cane, da chi è sazio e ormai si è arreso da tutta la stupidità chi si offende tradisce il patto con l'inutile omertà rimane senza la protezione del silenzio, dell'assenso del "tanto dobbiamo sopravviverci qui dentro" Ma quando vivere diventa un peso, quando nei sondaggi il tuo parere non è compreso, quando dire amore diventa sottinteso, quando davanti al sole, la mattina, non sei più sorpreso... E allora dillo pure che sei offeso dalle donne che non ridono, dagli uomini che non piangono, dai bambini che non giocano, dai vecchi che non insegnano; ma se hai qualcosa da dire, tu dillo adesso non aspettare che ci sia un momento più conveniente per parlare... Quando vivere diventa un peso, quando nei sondaggi il tuo parere non è compreso, quando dire amore diventa sottinteso, quando davanti al sole, la mattina, non sei più sorpreso... tu dillo pure che sei offeso (canzone di Niccolò Fabi)

10 marzo 2009

Gli ideali

Per ragioni che ancora non mi spiego neanche io, mi trovo a riconsiderare il significato di una vita spesa nel tentativo di rispettare una serie di principi, valori, ideali, che per me sono stati il riferimento assoluto del mio navigare in questo mondo.
Ma per assurdo, più ci si sforza di essere "fedeli", più il Caso architetta prove di logorante crudeltà. Tant'è che vien da chiedersi, in ultima analisi, perché arroccarsi su posizioni il più delle volte autolesioniste.
Ho perciò fatto una lunga meditazione, raccogliendo una serie di riflessioni, molto diverse tra loro, che riflettono interessanti punti di vista. Non sono giunto a nessuna conclusione, ma vi ripropongo alcune di quelle frasi che più mi hanno colpito:
La moralità basata sulle idee o su un ideale è un male non mitigato. (David Herbert Lawrence)
Essere un idealista implica che non realizzerai una certa cosa. (Arthur Scargill)
Gli ideali sono come le stelle: non possiamo raggiungerli, ma tracciamo la rotta in base ad essi. (Carl Scurii)
Gli ideali hanno strane proprietà, fra le altre anche quella di trasformarsi nel loro contrario quando si vuol seguirli scrupolosamente. (Robert Musil)
Sono più le persone disposte a morire per degli ideali, che quelle disposte a vivere per essi. (Hermann Hesse)
E' difficile credere ancora negli ideali, ma per un compenso adeguato si può fare. (Fabio Di Iorio)
Sulla barra laterale di questo sito è attivo un sondaggio per confrontarsi con queste visioni diverse del termine "ideale"; se vi va, sceglietene una che meglio sintetizzi il vostro punto di vista.

6 marzo 2009

Family Guy

Oggi sono partiti i miei genitori e mio fratello, che sono stati qui una settimana. Ne abbiamo approfittato per fare qualche giro nei dintorni (Bolzano, Merano, Salorno), e scoprire angoli di Trentino che meritano davvero.
Ma la casa più bella e scoprire che può essere "casa" dovunque, purché ci siano gli affetti a cui più teniamo.