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22 agosto 2016

Bibliografia minima del markettaro (Capitolo II)

[Segue dal Capitolo I]

In questo ultimo weekend di ferie ho finalmente deciso di mettere un po' di ordine fra i miei libri. Ed è proprio nel decidere se un certo libro finiva sulla mensola "Pubblicità" o nello scaffale "Marketing" che mi è tornata alla mente la vecchia (ma ricorrente) richiesta di stilare una bibliografia minima sulla sottile arte della Comunicazione Promozionale.

Senza pretesa di essere esaustivo, o illuminato da chissà quale esperienza pluriennale (sono, in fondo, un giovane vecchio di 34 anni), devo riconoscere che qualche buon libro mi è pur passato fra le mani. E allora perché non condividerlo? Magari risulterà utile a qualche altra anima prava che cerca di comporre il puzzle della propria formazione professionale.

Una premessa alla lista che segue è d'obbligo: la Pubblicità è solo una Parte del Marketing (con la P maiuscola non per indicare una presunta priorità, ma in riferimento alle 4P del Marketing Mix: Product, Price, Place, Promotion).
Credo però che un buon pubblicitario sia un professionista che sa di marketing, ancorato ad una visione ed una conoscenza ampia, fatta di strategie aziendali, scenari macro e microeconomici, politica, sociologia... insomma, "markettaro" non è un nomignolo dispregiativo, bensì un vezzeggiativo.
In questa chiave di lettura la mia proposta di bibliografia essenziale unisce numeri e parole, simboli e archetipi, materia e spirito.
 


I FONDAMENTALI: I LIBRI DI GEPPI DE LISO

  • Marchi - Tutto quello che occorre sapere (di Geppi De Liso)
  • Creatività & Pubblicità - Manuale di metodologie e tecniche creative (di Geppi De Liso)
Per cominciare, che siate neofiti o addetti ai lavori, non potete non leggere i libri di Geppi De Liso. In particolare "Marchi" è stata per me una lettura chiave, che mi ha consentito di fare notevoli passi verso l'elaborazione del concetto di Marketing Etico (di cui ho già scritto ampiamente su questo blog: "Marketing & Etica", "Ancora sul Marketing Etico", "Pubblicità etica: ossimoro o possibile strada per un nuovo tipo di comunicazione promozionale?").
Dei libri di De Liso, tra le tante caratteristiche positive, apprezzo molto l'approccio alla presentazione dei concetti, unico nel suo genere: un sapere enciclopedico reso accessibile da riferimenti pratici, casi di studio, immagini chiare e illuminanti.
Se volete leggere solo due libri, scegliete questi.

LA SOSTANZA: COSA DIRE + COME DIRLO

  • Mandategli un calzino solo (di Stan Rapp e Thomas L. Collins)
  • Neuromarketing - Attività cerebrale e comportamenti d'acquisto (di Martin Lindstrom)
  • Invertising - Ovvero, se la pubblicità cambia il suo senso di marcia (di Paolo Iabichino)
  • Lector in fabula - La cooperazione interpretativa nei testi narrativi (di Umberto Eco)
Ho volutamente unito libri tra loro molto diversi, per esprimere un unico concetto, molto importante: forma e contenuto nella pubblicità sono indissolubilmente legati.
Nel libro di Stan Rapp e Thomas L. Collins sono descritte tante idee geniali che hanno fatto la fortuna di aziende grandi e piccole, accomunate dalla centralità della strategia: non si sono limitate a fare della buona comunicazione, hanno scelto "cosa dire" in virtù di una strategia di marketing intelligente. Questo è un libro sul marketing, non sulla pubblicità, infatti; ma è anche un libro sulla creatività, che è alla base della buona pubblicità. Lo consiglio a chiunque voglia andare oltre i primi due libri.
Neuromarketing di Lindstrom vi farà capire qualcosa che già avrete iniziato ad intuire leggendo Rapp e Collins: il pubblicitario deve sapere come funziona la mente umana, altrimenti le sue idee non otterranno riscontri positivi. Con Lindstrom ci affacciamo in un mondo meraviglioso e pericoloso, per cui se leggete questo libro dovete leggere anche quelli al paragrafo IL FINE: IL BENE.
Invertising di Paolo Iabichino è utile per capire che la pubblicità, come tutte le forme di comunicazione, si evolve con la società. Per cui quello che puoi e devi dire oggi, così come la forma nella quale lo dici, è diverso da quello che dicevi ieri. La centralità del consumatore (che oggi è più corretto chiamare prosumer per ribadirne il ruolo attivo nel processo produttivo) impone alle aziende di puntare alla fiducia più che alla fedeltà, e quindi il fine ultimo della pubblicità è il consenso, non la persuasione (come è stato per decenni). 
In questa "inversione" di tendenza dell'advertising i nuovi media giocano un ruolo centrale, ma non ho voluto inserire libri al riguardo, perché... questa è pur sempre una bibliografia "minima".
Mi limito ad evidenziare che, per me, nel "COME DIRLO" è incluso il "DOVE". Senza arrivare all'estremizzazione arcinota di Marshall McLuhan ("il medium è il messaggio"), nella scelta della forma (che è parte integrante della sostanza, lo ripeto) il buon pubblicitario deve avere conoscenza di tutti i media.
In chiusura di questo paragrafo, vi consiglio Lector in fabula, del mio amatissimo Eco. Un libro che probabilmente non starebbe in una bibliografia minima-minima, ma che voglio inserire perché a me ha aperto gli occhi sulle possibilità offerte dal copywriting di alto livello: in una parola, ingaggio. Se, nella progettazione di un messaggio pubblicitario, siete in grado di coinvolgere il pubblico attivamente nell'interpretazione dello stesso, e di giocare su più livelli di significato, magari comprensibili in maniera incrementale da target diversi, allora siete sulla strada giusta per diventare dei buoni pubblicitari.

L'ANALISI: PRIMA DI PARLARE ASCOLTA

  • Il Fascino dei Numeri - Far crescere il business con i dati a disposizione (Dimitri Maex e Paul B. Brown – con un saggio di Paolo Iabichino, “Numeri e Parole”)
  • Freakonomics - Il calcolo dell'incalcolabile ( di Steven D. Levitt e Stephen J. Dubner)
Il libro di Dimitri Maex è perfetto per far parlare creativi e uomini del marketing. I primi non potranno (più) snobbare i secondi, perché i numeri sono davvero una risorsa chiave per capire come impostare qualsiasi comunicazione di successo. Ecco, un "markettaro", nell'accezione positiva che gli do io, è uno che ha letto Geppi de Liso e Dimitri Maex.
Il libro Freakonomics l'ho inserito qui più come "alert" che altro: non vi affidate al mero buon senso, a volte c'è bisogno di andare davvero a fondo dei fenomini sociali per capirne le relazioni di causa ed effetto. Capire, ascoltare il pubblico, è la priorità del buon pubblicitario.

LA MENTE: ANDARE IN PROFONDITÀ

  • Enciclopedia dei Simboli (collana Le Garzantine)
  • Dizionario Iconografico dei Simboli (Ino Chisesi)
  • Le 48 leggi del potere (di Robert Greene)
  • I livelli di pensiero - Come lavorare in profondità con la PNL per arricchire l'esperienza della vita (di Robert B. Dilts)
Non ho mai creduto che la coppia copywriter-grafico fosse la soluzione per la comunicazione pubblicitaria moderna (nella quale la parte visiva è spesso preponderante). Per questo credo che chi progetta messaggi pubblicitari deve conoscere il potere dei simboli e degli archetipi, perché sono in grado di muovere le persone più dei culi nudi (se li possono spiattellare in TV a tutte le ore, potrò permettermi di scrivere "culi" sul mio blog!). Questo senso hanno la Garzantina sui Simboli e il Dizionario Iconografico dei Simboli di Ino Chisesi (fate dei confronti fra i due, perché dicono a volte cose diverse, ma, lette insieme, vi possono "illuminare").
Al di là della parte visual, il simbolo è intrinsecamente legato alla funzione "vera" della pubblicità, come ho già ricordato su questo blog.
Ma capire come funziona l'uomo è una sfida complessa, e a volte un buon manuale di strategia "antropologica" vi può tornare utile; per questo vi consiglio di leggere Le 48 leggi del potere di Robert Greene.
Per andare ancora più in profondità, non posso non citare Robert Dilts e i suoi livelli logici: capire cosa muove le persone vi farà pensare a messaggi davvero efficaci.

IL FINE: IL BENE

  • Avere o essere? (di Erich Fromm)
  • Per un'abbondanza frugale - Malintesi e controversie sulla decrescita (di Serge Latouche)
  • Il potere della Kabbalah - Una tecnologia per l'anima (di Yehuda Berg)
  • Wumenguan - I precetti segreti dei koan zen (di Thomas Cleary)
Ora che siete dei pubblicitari con i superpoteri, non posso che ricordavi che a questi poteri corrispondono grandi responsabilità (sì, anche Spider-Man si merita una citazione). Questo è il senso dei titoli che vorrei consigliarvi in chiusura di questa Bibliografia Minima del Markettaro.
Erich Fromm è un classico, ma proprio per questo sempre attuale: ricordatevi che è possibile promuovere la modalità "dell'essere"; anzi, mai come in questi tempi è, insieme, necessario e vincente come strategia.
Con Latouche vorrei ricordarvi che il fine non è mai "vendere di più", ma costruire un mondo migliore.
La Kabbalah di Berg vi renderà degli esseri spirituali, anche se non lo siete, e per forza di cose opererete su un piano di Luce.
I koan zen servono ad aprirvi la mente: solo se siete illuminati potrete illuminare gli altri (che è quello che avviene quando comunicazione creativa e prodotto/servizio sponsorizzato sono entrambi pensati nel piano della Luce).

LA CHIUSURA: DUE LIBRI BONUS

  • Quotations of David Ogilvy - (della Ogilvy & Mather)
  • Lire 26.900 (di Frédéric Beigbeder)
Col paragrafo precedente mi sono reso conto che stavo sparando troppo in alto, col rischio di non essere preso sul serio. Allora ho deciso di chiudere con due libri bonus, che hanno due scopi: il primo vi farà amare la pubblicità, perché le citazioni di uno dei più grandi pubblicitari di tutti i tempi vi faranno desiderare di emulare la sua sagacia; il secondo, invece, ve la farà odiare.
Il libro di Beigbeder, anche se è un romanzo di fantasia, mette in luce tutto il buio che c'è in questo mondo. Chiudo quindi con una citazione tratta da quest'ultimo libro, perché vi farà prendere in seria considerazione i libri consigliati al paragrafo precedente.   :-)

«Sono un pubblicitario: ebbene sì, inquino l'universo. Io sono quello che vi vende tutta quella merda. Quello che vi fa sognare cose che non avrete mai. (...) Io vi drogo di novità, e il vantaggio della novità è che non resta mai nuova. C'è sempre una novità più nuova che fa invecchiare la precedente. Farvi sbavare è la mia missione. Nel mio mestiere nessuno desidera la vostra felicità, perché la gente felice non consuma.» 
(da Lire 26.900 di Frédéric Beigbeder)

21 agosto 2016

Bibliografia minima del markettaro (Capitolo I)

Spesso mi hanno chiesto consigli sui libri da leggere per diventare pubblicitari, quasi che il "markettaro" fosse una professione che si può apprendere leggendo qualche manuale.
Ovviamente ho sempre scosso la testa e mancato di indicare titoli, perché in fondo convinto che la magia della comunicazione creativa si imparasse per altre vie più ardue e meno lineari di una bibliografia (minima o massima che fosse).

La risposta didascalica (in realtà profondamente evasiva) era per lo più la seguente: qualsiasi libro contribuisce a formare la cultura di una persona e perfino il suo "essere" più autentico; per questa ragione ogni libro in cui ci si imbatte può rivelarsi essenziale al raggiungimento di competenze importanti nel mondo della pubblicità, quali creatività, senso dello humour, gusto estetico, antropologia, psicologia ed etica, solo per citarne alcune.
Quindi leggi quel che vuoi, ma leggi, leggi tanto e spazia più che puoi in generi, temi e autori.

Ricordo una volta, in particolare, che il confronto con alcuni studenti di un istituto superiore mi rese ancor più certo che si possono sfornare grandi pubblicità a prescindere dai libri letti sul tema dell'advertising.
Stavo tenendo un corso della durata di un paio di mesi, il pretenzioso fine era fornire nozioni di "Web Marketing e Comunicazione Creativa". Durante il modulo di Comunicazione Creativa, con mia grande gioia, gli studenti sfornarono una buona pubblicità, completamente frutto del loro estro creativo.
Ve la riporto di seguito, perché la trovo valida ancora oggi.


A quei tempi Facebook indicava, nel proprio stream di attività social, gli "I Like" degli amici con la frase "A Tizio piace questo elemento" (ora superata da una grafica autoesplicativa che non necessita di frasi ridondanti). Ma "a quei tempi" l'adv era perfettamente comprensibile da chi usasse Facebook e conoscesse la favola di Biancaneve e delle mela avvelenata (meno di 1 miliardo di persone, all'epoca, ma comunque la totalità del target). Io avrei preferito solo la mela del logo Apple, nel visual, ma gli studenti vollero inserire anche il packshot, poiché nel briefing che avevo assegnato loro si parlava di promuovere un prodotto specifico.

Fatto sta che l'adv mi piacque molto e quando, a fine corso, le ragazze del gruppo più "creativo" (ebbene sì, erano tutte donne) mi chiesero consigli sui libri da leggere per diventare pubblicitari, non me la sentii di aggiungere saccenti indicazioni che avrebbero ottenebrato quelle menti brillanti, e me ne uscii con la risposta standard di cui sopra.

Ma allora perché questo post si intitola "Bibliografia minima del markettaro"??
Perché con l'età che avanza e l'estate che va finendo si può anche cambiare idea...

[Continua ...]

24 giugno 2016

L'Inghilterra che mi ricordo e la sbornia del dopo Brexit

Il risultato del referendum in Gran Bretagna mi ha riportato alla mente due distinti periodi della mia vita nei quali ebbi modo di conoscere bene quel popolo che oggi è sotto gli occhi e sulla bocca di tutto il mondo.
Un popolo incredibilmente più complesso dell'immagine che ha saputo "vendere" agli altri stati.

Nell'estate dei miei 18 anni volai con un amico in Inghilterra. Il patto con i nostri genitori era chiaro: avete i soldi per una settimana, dopo di che tornate in Italia. Trovammo lavoro dopo pochi giorni e restammo a Londra per due mesi.
Il mio inglese migliorò sensibilmente, ed anche la mia autostima: Londra era la città dove chiunque poteva trovare una via, una sua realizzazione. Feci il "sostituto" lavapiatti all'inizio, poi un po' il cameriere, infine mi dirottai in periferia per fare il muratore.
Nei weekend andavo in Trafalgar Square e mi chiudevo nella National Gallery. Passavo ore e ore a guardare i dipinti dei maestri italiani, rendendo grazie a quella illuminata nazione che mi consentiva di farlo gratuitamente.
Guadagnavo tanto e potei licenziarmi con una settimana di anticipo rispetto al rientro in Italia; investii quel tempo libero andando in giro per musei.
Questa era l'Inghilterra del nuovo millennio (correva l'anno 2000).

Mi capitò di tornare nel Regno Unito per un periodo di tempo più lungo. Era il lontano 2006 ed avevo scelto come meta Cambridge.
Lavoravo contemporaneamente in un ristorante italiano, in un'agenzia di lavoro interinale e in un college. Per lo più era proprio in quest'ultimo luogo, il Gonville and Caius College, che passavo più tempo. Mi sentivo accettato dalla comunità locale di "immigrati" ed anche dai ricchi studenti inglesi, che beneficiavano della mia conoscenza dei vini italiani nelle loro cene di gala.
Fu un periodo bello e intenso (lavoravo anche 18 ore al giorno, dormendo pochissimo), ma vi posi termine decidendo di tornare in Italia: in ultima istanza, mi ritrovai a pensare che non aveva molto senso vivere in Inghilterra per servire cibo italiano, consigliare vini italiani e nel tempo libero andare nei musei ad ammirare le opere di artisti italiani.

Posi così fine alla mia permanenza in Gran Bretagna, ma ho continuato a portarla nel cuore, più che mai in questi ultimi tempi. Ho ancora amici che vivono lì, e non potevo vivere questo referendum in maniera neutra.

Alla vigilia della giornata referendaria ho scritto che, indipendentemente dal risultato, ci sono delle colpe del sistema-Europa che vanno affrontate. E lo confermo, ora che è sancita la BREXIT e che si aprono scenari inquietanti per tutti i cittadini dell'UE.
Ma vorrei attribuire qualche colpa anche a quella popolazione (per lo più anziana, disinformata e opportunista, ci dice l'analisi del voto) che ha spaccato il Regno Unito e ha portato a questa situazione di crisi planetaria.

Chi ha vissuto in Inghilterra ed ha bevuto almeno una volta una pinta di birra in un pub non turistico, di quelli dove incontri la classe operaia vera, non può essere sorpreso dal risultato di questo referendum. Mi ricordo benissimo la diffidenza con cui ci trattavano (noi forza lavoro europea, qualificata e a basso costo), così come ricordo che tutti i datori di lavoro che ho avuto preferivano un italiano ad un inglese: se c'era da lavorare tanto e senza fare storie, un italiano o un polacco erano meglio di qualsiasi giovane inglese. Non è superfluo aggiungere che ogni singola ora di lavoro che ho svolto sul suolo britannico era in regola, pagata bene, e con tutti i diritti che ne conseguivano.

Proprio per questo "virtuoso sfruttamento" apprezzavo l'intelligenza dell'Inghilterra, che apriva le porte a chiunque avesse da offrire qualcosa al proprio sistema economico, pur rimanendo gelosamente se stessa.
Cosa è successo, quindi, ai miei amici inglesi per arrivare a questa scelta?

Forse hanno solo dato voce ai loro istinti peggiori, quelli che hanno sempre avuto dentro, ma che fino all'altro giorno tenevano a freno. Di quelli che sono soliti sfogare solo il venerdì sera, dopo pinte di birra o bicchieri di gin, nella "sicurezza" di una strada, non certo dentro un'urna.

Ci sono studiosi che affermano che l'intera Rivoluzione Industriale, senza il gin, non sarebbe stata possibile. Lavorare come schiavi 5 giorni a settimana, reprimendo ogni istinto fino al venerdì sera (momento di libero sfogo di qualsiasi frustrazione), era una prassi voluta e favorita dal sistema capitalistico dell'Inghilterra del XVIII secolo (che non a caso aveva inserito il gin nel salario degli operai).

La Gran Bretagna è un paese con sacche di ignoranza incredibili, mancanza di visione di insieme (sul piano nazionale, figurarsi quindi sul piano europeo), paure ed egoismi radicati.
Quindi, semplicemente, quello della permanenza nell'UE non era un tema su cui fare un referendum. E sicuramente non doveva essere consentita una campagna di comunicazione pro-Brexit il cui messaggio era: è venerdì sera, i pub sono aperti e se votate BREXIT avremo gratis birra e gin a fiumi!

Perché la sbornia del giorno dopo è toccata a milioni di ignari e innocenti cittadini europei.

La famosa e osannata foto di Joel Goodman, che ritrae scene di strada a Manchester, nell'ultima notte del 2015. Una foto bellissima, con luci e ombre perfettamente bilanciate, personaggi che sembrano appartenere ad un quadro rinascimentale, pose plastiche quasi michelangiolesche. Il preludio di un 2016... col botto.



21 giugno 2016

BREXIT o REMAIN? Comunque vada, sarà un insuccesso. L'insuccesso dell'Europa.

Sull'imminente referendum che tiene mercati e politici europei col fiato sospeso, il primo commento che sento di dover fare è che abbiamo perso tutti.
Prima ancora di conoscere il risultato, chiunque abbia a cuore l'Europa come comunità di popoli e di sistemi economici, dovrebbe ammettere che il sogno è finito. L'Europa ha perso.



L'attuale difficoltà di far fronte all'emergenza immigrazione è solo lo specchio di una diffidenza per "l'altro" che è iniziata dentro i confini europei, fra gli stati membri, appena sono sorte le prima difficoltà economiche e il sistema non ha risposto adeguatamente.

Dove ha fallito, quindi, l'Unione Europea?
Su più fronti, a mio avviso. 
Non è riuscita a creare una politica estera comune, non ha generato risparmi di gestione nei bilanci statali, non è stata una soluzione alla crisi economica (anzi, l'ha accentuata negli stati in difficoltà), non è stata capace di creare sinergie funzionali al tessuto imprenditoriale, né, infine, ha generato alcuna solidarietà fra stati nella gestione dell'immigrazione. 
E per gli stati "benestanti" è stata comunque un limite (non compensato da benefici) alla disinvoltura con cui erano soliti approcciarsi allo sfruttamento delle risorse naturali e del mercato finanziario (è il caso della Gran Bretagna, seconda solo alla Germania per egoismo e opportunismo).

Da dove ripartire, quindi?
Dall'egoismo del singolo individuo, che è l'egoismo della classe politica, che è l'egoismo miope degli stati membri. Ci vogliono regole e meccanismi che creino "la convenienza" a rimanere nell'Unione Europea. Viviamo in un'epoca di morte degli ideali ed è in questi momenti che gli idealisti devono creare le condizioni per aggregare in modo non manifesto il consenso attorno ad obiettivi nobili, pur indicando strade "di comodo".
Non credo nell'intelligenza della maggioranza, ma credo nella democrazia.
Per funzionare la democrazia necessità di minoranze illuminate che si facciano carico di indicare la strada. È un tema ampio, di cui prima o poi tratterò in un articolo dedicato, ma per il momento mi limito a spiegare il concetto con un esempio: non dobbiamo spiegare al pescatore gallese perché è giusto rimanere in Europa, gli dobbiamo dire perché gli conviene; ed il motivo per cui glielo diciamo, è perché è giusto.  

Per questo l'Europa deve attrezzarsi con strumenti equi di armonizzazione del sistema economico comunitario, che convengano a tutti, che siano giusti sul piano etico e funzionali sul versante macro e microeconomico.

Liquidità Distribuita, libro di Alessandro Nosei
La Liquidità Distribuita, di cui scrivevo pochi giorni fa, è una risposta concreta a questa necessità. Io credo che un meccanismo come quello previsto nella LD sia realmente "fondativo" di una comunità economica, perché creerebbe, insieme, sinergie economiche e sociali.
L'Europa deve affrettarsi a dotarsi di strumenti di politica monetaria di questo tipo, perché non ha una seconda possibilità.

Mario Draghi, Christine Lagarde e tutti i tecnici a governo dell'economia mondiale dovrebbero ammettere che, con gli strumenti convenzionali finora adottati, non hanno né aumentato il benessere complessivo dell'umanità né creato alcuna equità distributiva. Quindi cosa aspettano ad aprirsi al nuovo?

Un'ultima considerazione: se non lo fanno loro (i potenti, i tecnici, i politici), potremmo essere noi "uomini di buona volontà" a creare dal basso un movimento capace di imporre all'attenzione pubblica il tema delle politiche economiche sistemiche, perché in esse c'è la via di uscita dalle crisi economiche e sociali che il mondo sta subendo ora più che mai.

 

18 giugno 2016

Liquidità Distribuita, una soluzione monetaria alla crisi dell'Unione Europea

Chi, come me, si è formato sui banchi di Economia dell'Università di Trento, apprendendo i concetti di Micro e Macroeconomia, Politica Economica ed Economia Pubblica dai massimi esponenti di quella che io chiamo "Scuola Economica Illuminata" (i consiglieri dell'allora Governo Prodi, per intendersi, quelli che i conti sono riusciti a metterli a posto perfino al nostro Paese), sa che le crisi economiche non si gestiscono come l'Europa sta gestendo la sua.
Punto.

Non ci sono scusanti, non c'è sciocchezza sul rigore e sul debito blaterata dal tedesco di turno che regga il confronto con un economista serio. O decidiamo di non crescere (ma non siamo ancora pronti, a mio avviso), oppure dobbiamo fare politiche espansive per uscire dal pantano della stagnazione. 

Ma allora perché tecnici e politici europei non riescono a trovare soluzioni che vadano oltre il Quantitative Easing?
Ci sono molte risposte, alcune le ho già date su questo blog (a proposito della paura "storica" dei Tedeschi per l'iperinflazione), altre afferiscono alla difficoltà di trovare strumenti che mettano d'accordo tutti, paesi ricchi (preferisco non chiamarli "virtuosi") e paesi in difficoltà.
Quale che sia il motivo, trovo assurdo arrivare a più di 8 anni di crisi, in Europa, senza nemmeno aver "provato" soluzioni alternative all'immissione di moneta nel sistema tramite acquisto di titoli di debito (che, si è visto, è un'operazione fallita miseramente, visto che le banche questa liquidità non l'hanno fatta fluire alle imprese e ai cittadini).

C'è anche un'altra ragione per la quale la BCE non riesce sbloccare il Sistema Europa. Non ha strumenti adeguati, non ci sono teorie economiche che spieghino come far ripartire l'economia in maniera "sana", senza rischi di inflazione o di bolle.

Per questa ragione mi sono impegnato in prima persona per pubblicare un saggio scritto da un amico, Alessandro Nosei, che fornisce una soluzione geniale ai problemi di tutti i sistemi economici con stati non omogenei in termini di performance economiche.
Si tratta di uno strumento che, se adottato dall'Unione Europea, gioverebbe enormemente sia al sistema economico che alla "comunità" di persone, poiché mette d'accordo stati ricchi e stati in difficoltà.
Il libro può essere acquistato da oggi sul sito liquiditàdistribuita.it.

Copertina del libro Liquidità Distribuita

La Liquidità Distribuita (di seguito LD) è uno strumento di politica monetaria che consente la gestione delle crisi economiche tramite l'immissione di liquidità direttamente nel tessuto imprenditoriale e produttivo, oltreché a supporto dei consumi, con un meccanismo di distribuzione completamente innovativo.

Rispetto agli strumenti tradizionali utilizzati dalle Banche Centrali, che favoriscono l'emissione di debito pubblico e relegano la distribuzione della liquidità al sistema bancario (spesso fallace), LD prevede la stampa di moneta a favore delle imprese di paesi virtuosi che intendono investire in paesi con difficoltà economiche; inoltre i consumi vengono stimolati direttamente alla fonte.

L'intervento monetario si sostanzia nella completa detassazione degli utili prodotti nei paesi con difficoltà economiche da parte di aziende estere, provenienti da paesi efficienti e virtuosi che, rispetto al paese di intervento, mostrano significative differenze di spread, nel modello preso come indicatore sintetico di performance.

Sul lato dei consumi, tutti gli acquisti effettuati con moneta elettronica nel paese in difficoltà da parte di un cittadino di un paese virtuoso, vedono un immediato riaccredito dell'IVA da parte dell’istituto preposto, finanziato con l’espansione monetaria. In questo modo si promuovono i consumi e tutto il relativo indotto, riattivando la microeconomia reale, dando un beneficio allo stesso tempo ai cittadini delle nazioni virtuose e facendo emergere l'economia sommersa (i privati che dovessero pagare in contanti le transazioni nel paese oggetto di aiuto, non godrebbero del premio).

Sono proprio le differenze di spread fra stati virtuosi e stati in difficoltà, proporzionati alla loro dimensione, a quantificare il valore dell'intervento monetario a sostegno degli investimenti industriali delle imprese virtuose nei territori nazionali che attraversano crisi economiche, e direttamente sui consumi.
Parallelamente, lo stimolo monetario determinato per un paese, viene diviso tra tutti gli altri paesi del sistema, proporzionalmente alla loro dimensione e competitività.

La LD è una perfetta sintesi di politiche keynesiane e monetariste: da un lato viene fatta espansione monetaria direttamente sull'economia reale, dall'altro non c'è il rischio di produrre effetti inflattivi in quanto l'immissione è selettiva proprio dove la depressione economica è maggiore, garantendo un'armonizzazione dei prezzi del sistema di lungo termine. Ha inoltre l'indubbio plus di essere giusta e politicamente sostenibile, poiché configura una soluzione win-win per tutti i cittadini e le imprese di stati appartenenti ad una stessa comunità economica.

Concludevo il post precedente dicendo che serve una Visione per andare avanti. Ecco, questa è la mia: un'economia al servizio della persona e non viceversa.
La Liquidità Distribuita è un'idea che va in questa direzione.

14 giugno 2016

Perché dobbiamo avere una Visione

Si è da poco concluso un evento che la Hermes Consulting, società dove lavoro, ha organizzato presso l'HangarBicocca a Milano.
Il tema era di quelli all'apparenza "sottili", che sembra non abbiano nulla a che vedere col business: come attivare le energie, personali e aziendali, per implementare le strategie delle Organizzazioni.



In realtà l'interesse è stato grande e i feedback dei partecipanti tutti positivi.

Al di là del piacere di lavorare su temi che fanno davvero star bene le persone, quello che più mi ha colpito è più mi ha ripagato dell'extra-lavoro che è stato necessario per organizzare l'evento, è stato il vedere come siamo tutti uguali e come la soluzione alla gran parte dei nostri affanni sia relativamente semplice.
Già, tutti uguali, proprio tutti. Io e l'HR Director, il CEO e il COO. Tutti noi abbiamo bisogno di credere in qualcosa di più alto del nostro interesse personale, tutti sentiamo che il nostro sforzo deve essere indirizzato verso qualcosa di diverso dell'appagamento dell'Ego.


In estrema sintesi, tutti abbiamo bisogno di una Visione, che sia alta, che sia altruista, che sia nobile.

Nelle ultime settimane, avendo lavorato notte e giorno su concetti quali "allineamento", "visione", "centratura", mi sono accorto di essere cambiato anche io.

Ma non cambiato nel senso di essere andato avanti, verso una ipotetica "saggezza"; cambiato nel senso di essere tornato a 15 anni fa, quando credevo di poter cambiare il mondo. Quando l'impegno politico, il lavoro nel volontariato, l'associazionismo, mi riempivano le giornate e mi davano gioie incredibili. Avevo tutta l'Energia di cui avevo bisogno per far fronte ai mille impegni, perché avevo il Senso.

C'ho messo quindici anni a capire che quell'idealismo utopico che mi muoveva ai tempi dell'università era in realtà la chiave di volta del senso più profondo del mio agire. E che quell'agire è proprio di tutte le persone di buona volontà.

E quindi una Visione è più che necessaria, è urgente, per ciascuno e per la collettività.

Da domani mi sveglierò rinnovando le mie visioni e provando ad ispirarne di nuove; perché per muoversi serve una meta.



13 maggio 2016

La sana dialettica tra potere politico e religioso (che si va perdendo)

Ieri sera sono andato a San Giovanni Valdarno per seguire una lectio di Massimo Cacciari sul tema Il Potere Che Frena (titolo di un suo libro), ospitata nella bella Pieve di San Giovanni Battista.

Premetto che non sono mai stato un fan di Cacciari, ed anzi come politico non mi è mai andato molto a genio. Però devo dire che come filosofo e oratore è estremamente lucido e in grado di trasferire concetti alti ad un pubblico di non addetti ai lavori.

La tesi del suo libro, che parte dall'analisi di testi sacri e autori cristiani, è che il Potere Politico, Potestas, non può mai andare d'accordo con il Potere Religioso, Auctoritas, in una civiltà basata sulla dottrina cristiana (dimenticate "la moneta di Cesare", ve l'hanno sempre spiegata male). L'uno ambisce da sempre a sconfinare nel campo dell'altro. Il "sano conflitto" tra i due poteri sarebbe anzi alle fondamenta della cultura europea.
Purtroppo l'Europa pare stia perdendo questo valore e sempre più si chiede ai politici di occuparsi solo di amministrazione e ai sacerdoti solo di morale.

In chiusura della lectio gli ho chiesto se l'affievolirsi della dialettica tra i due poteri non sia un sintomo di un buio culturale che stiamo affrontando come continente (citando Notte della cultura europea di Giuseppe Maria Zanghì) e cosa questo buio può insegnare agli altri popoli.
Non ha centrato la risposta, perché mi ha detto che noi europei dovremmo insegnare il valore del confronto con l'altro (cosa che non stiamo facendo, rispondendo ad esempio con i muri alle ondate di migranti).
E su questo non ci piove. Ma io intendevo capire se la mancanza di dialettica fra Potestas e Auctoritas, la crisi economica, il materialismo esasperato, l'infelicità diffusa, "il buio stesso" della nostra malata Europa può essere di insegnamento.
La domanda è rimasta e rimane per me senza una risposta.

Ma vorrei chiudere con una parentesi di attualità: mi sembra che Renzi abbia gestito benissimo il "sano" dissenso della Chiesa sulle unioni civili di questi giorni. Si tratta di una dialettica che fa bene alla democrazia e lui non l'ha criticata, ma gestita, direi "contenuta", come la figura del "katechon" (di cui parla Cacciari nel suo libro) fa e deve fare.

20 febbraio 2016

Caro Umberto ti scrivo...

Caro Umberto,

ti scrivo per distrarmi un po'. Sapere che sei molto lontano mi mette una certa tristezza e la scrittura, tu lo sai bene, tra i tanti pregi, ha anche quello di accorciare le distanze.

Questa mia ti giunge forse un po' tardiva, ma che vuoi farci, ero tanto impegnato a leggerti che scriverti mi sembrava piuttosto inutile o, quanto meno, procrastinabile. Lo ritenevo inoltre un gesto di presunzione inadeguato, visto che avevo ben poco da dirti, io, che tu non sapessi già.

Ma la gratitudine, quando viene dal cuore, non è mai inadeguata. E quindi mi è sembrato giusto scriverti per ringraziarti, oggi che puoi leggermi, ora che hai smesso di scrivere.
Grazie per tutto quello che i tuoi libri mi hanno trasmesso, in termini di Conoscenza, ma soprattutto in termini di regole auree per la trasmissione della Conoscenza. Se oggi ho un lavoro che mi piace, dove scrivere bene è ancora un valore, dove la comunicazione passa spesso e volentieri per la forma scritta, lo devo certamente anche ai tuoi libri.

"Il nome della rosa" mi ha insegnato che il romanzo può essere una forma di letteratura sublime e che se fai una citazione non devi spiegarla (ci ho costruito anche una lezione, qualche tempo fa, dal titolo Non offendere il tuo target).

"Il pendolo di Foucault" mi ha fatto ridere dei miei studi sull'esoterismo, la Massoneria e mille atri aspetti della Conoscenza che, per giovane età e inesperienza, stavo prendendo troppo sul serio.

"Baudolino" mi ha insegnato che la menzogna può essere una costruzione del linguaggio talmente forte da cambiare la storia dell'umanità, oltre ovviamente delle persone che la praticano sistematicamente. E che io, non avevo voglia di trovarmi a vivere una vita che non fosse autenticamente mia, l'ho presa come una lezione di vita, una forte motivazione per non mentire mai.

Con "La misteriosa fiamma della regina Loana" hai smesso di essere il mio lettore preferito, il libro non mi era piaciuto e mi era crollato un mito. Ma poi ti ho perdonato, ho capito che non avevo l'età per capirlo. Forse tra una trentina di anni, quando i ricordi di ieri ingombreranno la mia mente più dei sogni di domani, lo rileggerò con occhi diversi.

Grazie a "Il cimitero di Praga" ho recuperato tutta la stima e fiducia in te, ed ho imparato che la Storia è davvero ben più complessa di quella che puoi imparare nei banchi di scuola.

E poi i tuoi saggi, articoli e scritti vari... Quanto ho imparato dalla tua analisi lucida e dall'umorismo con cui mi portavi a condividere la tua posizione!

"Lector in fabula" mi ha aperto un mondo sui livelli di comprensione del testo e mi ha avviato agli studi di letteratura sperimentale. Pensa che ho perfino comprato un'edizione del 1930 (l'unica reperibile, al tempo, in italiano) di Racconti Idioti di Alphonse Allais! Questo (l'episodio dell'acquisto, non il libro in sé), mi ha insegnato che mio padre è un grande uomo, anche perché non mi ha mai negato i soldi per acquistare un buon libro.

Di "Diario Minimo" ho amato soprattutto Lettera a mio figlio, di cui all'epoca, poco più che sedicenne, condividevo la morale pacifista, ma che oggi, con due figlie da educare, valuto ancor di più per gli spunti pedagogici.

"In cosa crede chi non crede?" mi ha insegnato che puoi rivolgerti a Carlo Maria Martini senza titoli onorifici, o di ruolo, perché i (veri) grandi uomini non sono riducibili ad un titolo.

"La bustina di Minerva" mi ha regalato momenti di puro divertimento, insieme ad una visione della realtà e del nostro Paese che i giornali non restituivano mai.

Ebbi anche la fortuna di ascoltare una tua lectio a Pisa, per l'inaugurazione di un nuovo Corso di Laurea ad Ingegneria. Ero in fondo all'Aula Magna, perché, come mio solito, avevo rinunciato ai posti riservati ai Senatori Accademici. Quella è stata la prima e unica volta in cui mi sono rammaricato di non aver sfruttato un privilegio. In fondo anche gli ideali vanno alimentati, e tu eri una fonte inesauribile di motivazione.
Ma che vuoi farci, i giovani, si sa, sono integralisti perché non hanno ancora colto la complessità della vita.
Persi, quel giorno, l'unica occasione che la vita mi avrebbe riservato per stringerti la mano e ringraziarti, ringraziarti per tutto quello che il tuo lavoro mi aveva donato.

Lo faccio oggi, oggi che, mi auguro, hai modo e tempo per ascoltarmi.
Salutami Tommaso e, mi raccomando, chiedigli scusa se gli hai addebitato le colpe del tuo ateismo. In fondo, l'hai detto tu stesso, i libri dicono cose diverse a diversi lettori. E tu eri semplicemente un lettore che aveva bisogno di essere profondamente laico per essere profondamente illuminato.

Con affetto,

Luca


P.S. Nella mia biblioteca ho anche il tuo libricino "Sator Arepo eccetera". È fra i libri da leggere, da più di 8 anni. Per qualche ragione, il mio inconscio mi ha suggerito di lasciarlo lì (nonostante sul SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS abbia letto molti libri). Forse volevo semplicemente avere quella sensazione che tu avessi sempre qualcosa da dirmi, qualcosa da donarmi.
Forse questa sera lo comincio, perché... ho bisogno di accorciare le distanze.



31 gennaio 2016

Io consumo, tu consumi, egli consuma... Voce del verbo Essere.

Qualche settimana fa un amico mi ha coinvolto, insieme ad altri amici e conoscenti su Facebook, nel fare un piccolo esercizio collettivo: ci ha invitato a fare una riflessione sugli aspetti che hanno caratterizzato i consumi del decennio 2000-2010 e su quelli che li caratterizzano oggigiorno.
L'idea partiva da una matrice che aveva compilato "nel millennio scorso", durante un corso di Marketing, che provava a sintetizzare logiche, tempi di consumo e caratteristiche principali dei prodotti consumati:

EPOCALOGICA DI CONSUMOTEMPI DI CONSUMOTIPI DI PRODOTTO
anni '60Funzionale-AcquisitivaObbligatiIntegrativi
anni '70Critico-TrasgressivaAlternatiTrasgressivi
anni '80Teatrale-OstentativaAccelerati/ImpulsiviPer apparire
anni '90Affettivo-identificativaRiflessivi/ConsapevoliMaieutici

La domanda era quindi: cosa diremmo, oggi, dei comportamenti degli ultimi due decenni?

Inizialmente ero dubbioso che fosse possibile fare una tale sintesi. Troppo difficile, soprattutto perché lo schema proposto parlava di un mondo "occidentale", che però negli anni è diventato sempre più globale (tanto per fare un esempio, nel 2000 la Cina viveva le caratteristiche di consumo proprie dei nostri anni '80).
Comunque ho deciso di provarci, focalizzandomi solo sul contesto europeo, per ovvi motivi di conoscenza e reale opportunità di sintesi.
Il risultato della mia riflessione è rappresentato in questa tabella:

EPOCALOGICA DI CONSUMOTEMPI DI CONSUMOTIPI DI PRODOTTO
anni 2000EsplorativaProcrastinatiPotenzianti
anni 2010CompensativaPervasiviEsperienziali

La riflessione che mi ha portato a dare queste risposte è la seguente.
Dal 2000 al 2007-2008, l'accelerazione tecnologica, unità al potere informativo del Web (e al miglioramento dei motori di ricerca), ha creato una pluralità di opportunità di acquisto utili/inutili che hanno indotto i consumatori in una trance-esplorativa che non si è del tutto esaurita. Bisognava provare qualsiasi novità, in qualsiasi settore. Gli e-commerce ci hanno consentito di esplorare qualsiasi categoria merceologica e la caratteristica principale dei prodotti era la promessa che "questi ci avrebbero potenziato". Abbiamo imparato ad aspettare la consegna di un prodotto, pur di essere "potenziati", abbiamo imparato a fare ricerche su ricerche (online e offline, cross-device e cross-media) per trovare la novità al miglior prezzo. Potevi fare di più col tuo smartphone, avere più tempo se il robot spazzava al tuo posto, potevi affrontare una tormenta di neve col cappotto giusto, potevi sapere tutto su tutti con l'App giusta.
Poi credo che la crisi economica abbia indotto il Marketing a rifocalizzare le sua promessa dominante, facendo emergere innanzitutto il potere culturale-esperienziale dei prodotti. Si compra per "esperimentare nuove cose-situazioni-emozioni", perché non siamo più in grado di costruirci da soli le nostre esperienze (o anche perché la fase esplorativa degli anni precedenti ci ha insegnato che la UX è più importante della funzione d'uso).
Oggigiorno vedo comportamenti d'acquisto per lo più "compensativi", che cercano di colmare lacune relazionali, e questa caratteristica impatta anche sui tempi di consumo, che sono a dir poco schizofrenici. Ovviamente i dispositivi mobili hanno un certo peso in questi tempi pervasivi di acquisto e consumo (che ora si vogliono il più ravvicinati possibili, forse anche grazie all'innovazione sui tempi di consegna, introdotta da colossi come Amazon).

Questa, lo ripeto, è una "percezione soggettiva" e "geo-localizzata". Mi sono basato, infatti, sull'Italia e l'Europa per riuscire a trovare dei tratti emergenti (perché la globalizzazione dei consumi non vuol dire la globalizzazione delle motivazioni al consumo!).

Ma ero curioso di vedere se fossero emerse, dalla riflessione collettiva, altre caratteristiche comuni tra le idee raccolte in "crowdsourcing". Di fatto, lo ritenevo un esercizio di "percezione" e arrivare a fare una tabella "oggettiva" mi appariva molto difficile.
Non si tratta, infatti, di storia economica o del marketing, né di statistica sui consumi. Quello che possiamo scrivere sulle logiche di consumo, sui tempi e sui prodotti, ha a che vedere, a mio avviso, quasi esclusivamente con la percezione: come ognuno percepiva e percepisce il proprio lavoro (per i markettari come me e gli amici coinvolti nell'esercizio) o i propri comportamenti d'acquisto (come consumatore). Ed in questo esercizio di auto-analisi ci sono inevitabili approssimazioni, riconducibili ad almeno tre fattori: memoria (prospettiva storica diversa fra i due decenni), contesto (città, amici, clienti, ecc.), punto di vista (dove lavoravo, come mi sentivo in quegli anni, come vedevo/studiavo il mondo, ecc.).

In effetti la matrice finale è risultata molto varia, pur con qualche tratto simile (in grassetto):
[Grazie a Paolo Pascolo di Imille per l'interessante esercizio e la condivisione dei risultati]


Ma la vera riflessione che questo esercizio mi ha indotto a fare riguarda un perché più profondo che sottostà alle logiche di consumo.
È evidente, infatti, che nell'ultimo mezzo secolo si sia affermato un trend verso consumi slegati da ogni bisogno primario (prima colonna della tabella). C'è, in questo, una "normale" scalata della Piramide di Maslow (ne ho scritto al Capitolo 4, della serie di post "End Of The World Economy"). Ma c'è anche di più.
Abbiamo definitivamente deciso di affidare ai consumi l'espressione del nostro Essere. E ci stiamo dimenticando via via di "essere". Non ne conosciamo più il senso.

Nel libro "Consumo, dunque sono" il sociologo e filosofo Zygmunt Bauman tende a leggere i comportamenti dell'individuo occidentale come conseguenza del passaggio dalla "Società dei Produttori" alla "Società dei Consumatori". Ma, a mio avviso, c'è anche una scelta, più o meno consapevole, dietro la trasformazione.
In "Avere o Essere?" Erich Fromm riteneva le modalità dell'Essere e dell'Avere alternative e contrapposte: qualsiasi comportamento poteva sostanziarsi in una delle due forme (che non necessariamente avevano a che vedere con i consumi, ma potevano essere modalità applicate a qualsiasi comportamento). Io credo che l'applicazione della "modalità dell'Avere" nella Società dei Consumatori sia stata una scelta di massa, che ha generato una dimenticanza diffusa e sistemica della "modalità dell'Essere". Una scelta di comodo, certo, perché, se mi basta esprimere chi sono e cosa voglio dire/fare tramite il possesso o il consumo di un bene/servizio, allora posso dimenticarmi dello "sforzo produttivo" (inteso anche come sforzo espressivo del mio vero Essere).

C'è una colpa del Marketing in questa scelta dei consumatori? Forse sì, ma solo in parte. Quello che ha davvero generato il cambiamento è stato il proliferare dei beni di consumo (come quantità, qualità e gamma), che ha consentito sfumature di espressione altrimenti impossibili. Quindi non c'è, io credo, una vera e propria "colpa" degli operatori della Comunicazione, si tratta piuttosto di una conseguenza delle logiche produttive capitaliste (l'abbondanza di beni e servizi ha generato la possibilità di affidarsi ad essi per scopi che trascendevano il consumo).


Con il moltiplicarsi di brand e messaggi di comunicazione raffinati, il consumatore si è trovato davanti una paletta di colori davvero molto vasta. Nell'ultimo mezzo secolo sono esplose le possibilità di "dipingere" la propria esistenza con i colori più vari, comunicando agli altri ben più del proprio status: con i consumi riusciamo ad esprimere passioni, valori, ideali, cultura, desideri, stili di vita, convinzioni politiche e perfino religiose. Anche comprare Bio, Equo e Solidale oppure KM 0 è solo un'altra forma di delegare ai consumi la capacità di espressione del nostro Essere.
Consumiamo per essere e per dire chi siamo.

Cosa c'è di male in questa logica di consumo? Io credo una sola cosa: dobbiamo riappropriarci dello sforzo produttivo. Dobbiamo riappropriarci delle capacità di espressione attraverso l'atto creativo, attraverso la produzione/trasformazione di beni, materiali o immateriali.

E ovvio che non abbiamo i tempi, né le capacità, oramai, di creare autonomamente nemmeno un un millesimo di quanto consumiamo. Ma possiamo evolvere nello sforzo produttivo che affrontiamo nel quotidiano. Possiamo scrivere post per dire la nostra opinione, comporre musica per regalare un'emozione, o anche solo fare una playlist da condividere. Possiamo fare decine di scatti con il nostro smartphone e condividere solo quello realmente ben riuscito, perché ad esso affidiamo l'amore che abbiamo per gli altri (non quello che abbiamo per noi stessi - di cui spesso i selfie sono un perfetto esempio). Al lavoro possiamo "produrre" documenti di qualità, idee creative, siti web attenti alla User Experience. Possiamo cucinare per i nostri figli cose nuove e buone, invece di portarli a cena fuori (parentesi di autocritica). O meglio, possiamo anche scegliere di portarli a cena fuori per comunicare il nostro amore e la nostra voglia di fare festa, ma non possiamo delegare al solo atto di consumo l'espressione di gioia che vogliamo condividere. Dobbiamo metterci nella "modalità dell'Essere", per dirla con Fromm, anche nel consumo.

Si tratta, in ultima analisi, di essere più consapevoli di cosa ci spinge a consumare e, in questa nuova luce, recuperare capacità di relazione ed espressione del nostro Essere.

15 gennaio 2016

Una storiella di genere... sui generis

In una delle mie tante esperienze di studente ribelle e sinistrorso, mi trovai ad occupare la facoltà di Sociologia a Trento, la cui popolazione era a stragrande maggioranza femminile.
Il primo giorno fui cooptato nel gruppo che doveva scrivere il comunicato stampa per i giornali. 5 donne ed io. Era un cosa che avrebbe richiesto massimo 30 minuti, ma durò diverse ore, perché, ahimè, i collettivi non votano, decidono all'unanimità. E per raggiungere l'unanimità ci volevano innumerevoli discussioni.

L'oggetto del contendere era l'uso del femminile e maschile nel comunicato. Ero finito in un gruppo di femministe sfegatate. Se ad esempio proponevo "Noi studenti, stanchi dei tagli del Governo, rivendichiamo il diritto...", mi facevano una predica sull'uso improprio del genere. Se proponevo "Noi studenti e studentesse, stanchi dei tagli del Governo, rivendichiamo...", criticavano l'ordine di presentazione e la declinazione al maschile dell'aggettivo (che, tra parentesi, è una regola grammaticale).

Insomma, non se ne usciva. In tarda serata, una delle 5, orgogliosamente lesbica, mise in discussione anche il femminile, e propose una soluzione rispettosa di tutti i generi: l'asterisco. Alle undici di sera ero pronto a cedere su tutto, ma non sulla distruzione di un copywriting che fosse un minimo leggibile. Mi alzai sconfitto e me ne andai a dormire nel sacco a pelo.
Il giorno dopo lessi sul quotidiano locale "Noi student*, stanch* dei tagli del Governo, rivendichiamo..." e così via per 1000-1500 battute.
Era il comunicato meno chiaro che avessi mai letto, ma sorrisi tra me e me: almeno l'avevano consegnato in tempo.

La storiella non ha una morale, non è una presa di posizione sulla questione di genere, non significa che io preferisca evitare gli asterischi.
È solo un modo di condividere un pensiero che, oggi come allora, mi torna in mente quando si parla "sui generis": non abbiamo gli strumenti gnoseologici, culturali e perfino linguistici per confrontarci con le sfide che ci pone "la relazione".
Quando, nella storia dell'umanità, non ci si curava di questo aspetto e le forme della relazione tra individui erano dettate dal potere dominante, il problema non si poneva (vedi la regola grammaticale di cui sopra, dove il maschile prevale sul femminile).
Ma oggi è diverso. E dobbiamo avere la capacità di mettere "la difesa della relazione" prima della difesa della nostra opinione.