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24 settembre 2017

Ode a Tito, "Amor ac deliciae generis humani"

C'è un omino, piccolo piccolo, ma dal grande cuore, dalla grande intelligenza e dall'impareggiabile senso di giustizia, che purtroppo viene troppo spesso criticato dalla stampa e dai politici di tutti gli schieramenti.
È un personaggio che sembra guidato solo dal senso di giustizia e dall'amore per l'economia sostenibile. Non si cura dell'opportunità politica di quello che dice (sul tema dell'opportunità politica ho scritto recentemente). Quello che dice, lo dice perché è giusto. Lo scrive perché è vero. Ci lavora perché crede nell'equità distributiva.

Il suo nome è TITO, TITO BOERI.

Scriveva Svetonio di un suo antico omonimo, Tito Flavio Cesare Vespasiano Augusto (imperatore di Roma dal 79 all'81 d.C.), che egli era: "Amor ac deliciae generis humani" (amore e delizia del genere umano).
Questa definizione la vedo calzante anche per il nostro Tito, sempre prodigo nell'aiutare le classi deboli a superare le iniquità cui sono sottoposte. Che si tratti di colmare il gap di trattamento pensionistico che toccherà alle nuove generazioni rispetto a quanto percepiscono le vecchie caste di privilegiati, che si tratti di difendere il ruolo economico e sociale dei migranti, qualsiasi cosa egli dica, mi trova d'accordo.

Lo seguo dai tempi dei primi Festival dell'Economia di Trento (di cui è Direttore Scientifico) e non ho mai smesso di apprezzare il suo acume e la bontà delle sue proposte. Oggi, che riveste il ruolo di Presidente dell'INPS, è ancora più evidente il suo impegno per realizzare un'equità distributiva in questa martoriata Italia, dove i politici di tutti gli schieramenti fanno riforme per ottenere consensi, non giustizia sociale.

Tito Boeri è un "tecnico" che ha a cuore la giustizia, le minoranze, le giovani generazioni, l'economia sostenibile, ed è guidato unicamente dal desiderio di mettere a disposizione le proprie competenze per risollevare le sorti del nostro Paese. In questo è un "politico", nel senso più alto del termine.

Semmai dovessi tornare ad occuparmi di politica attivamente, lo fare solo in un Partito sufficientemente coraggioso da proporre questo "scomodo tecnico" come Ministro dell'Economia. Perché "una giornata in cui non si è fatto del bene, è una giornata perduta!" (Cit. Tito Flavio Cesare Vespasiano Augusto). 

26 luglio 2017

Sostenibilità, opportunità ed altre amenità della politicà...

Oggi sono stato a Montecitorio, insieme ad Alessandro Nosei, per parlare di Liquidità Distribuita con l'Onorevole Silvia Fregolent e verificare i margini di un eventuale inserimento di questa proposta di politica monetaria espansiva nel programma del Partito Democratico.

Al netto dei tempi ristretti e della difficoltà di descrivere uno strumento tecnico (e dalle molteplici ricadute nell'economia reale) a chi tecnico non è, l'incontro è stato interessante e mi ha regalato molti spunti di riflessione.

Uno, in particolare, merita di essere condiviso. E riguarda lo spinoso tema "dell'opportunità/sostenibilità politica di un'idea".

Cos'è l'opportunità politica di un'idea da inserire in un programma elettorale? Quando una proposta è "sostenibile" da un partito o un movimento?
Fino ad oggi pensavo bastasse spiegare che l'idea è buona e giusta al proprio elettorato (o a più elettorati, perché nessuno può esimersi dal parlare all'elettore medio - quello che cambia bandiera e decide l'esito di tutte le elezioni).
Se si è idealisti, questo basta, poiché è sufficiente spiegare che il fine è il "Bene Comune" (nonostante questo termine abbia un'accezione variabile, che va dalla visione egoistica "ME E LA MIA FAMIGLIA", all'estremo opposto "TUTTA L'UMANITÀ").
Se, invece, si è più smaliziati, bisogna far capire chiaramente ai propri elettori che l'idea/proposta ha vantaggi, diretti o indiretti che siano, per loro (questo approccio supera il limite logico-lessicale insito nella proposta fatta per il Bene Comune).

Ecco, questa per me è la sostenibilità politica di un'idea.
La Liquidità Distribuita, incidentalmente, risponde ad entrambi i requisiti: giusta sul piano etico, sostenibile e accoglibile da tutti gli elettori sul piano dell'interesse personale (poiché a favore di tutti, universalmente, eccetto forse dei banchieri - intesi come proprietari di banca).

Oggi invece ho capito che la sostenibilità politica di un'idea, per il politico di professione, passa per altri (non necessariamente alti) gradi di giudizio.
Quali questi siano, in parte, ancora mi sfugge. Forse una proposta è sostenibile, e diventa un'opportunità, se è facile da spiegare, se è facile da far accettare ai compagni di partito, se gli altri governi la ritengono accettabile (leggi: conveniente per loro), se non trova obiezioni da parte di nessuna lobby...

Ed io che pensavo bastasse avere una buona ideà.

21 maggio 2017

Il viaggio (poesia di Charles Baudelaire)

I

Per il ragazzo, amante delle mappe e delle stampe,
l'universo è pari al suo smisurato appetito.
Com'è grande il mondo al lume delle lampade!
Com'è piccolo il mondo agli occhi del ricordo!

Un mattino partiamo, il cervello in fiamme,
il cuore gonfio di rancori e desideri amari,
e andiamo, al ritmo delle onde, cullando
il nostro infinito sull'infinito dei mari:

c'è chi è lieto di fuggire una patria infame;
altri, l'orrore dei propri natali, e alcuni,
astrologhi annegati negli occhi d'una donna,
la Circe tirannica dai subdoli profumi.

Per non esser mutati in bestie, s'inebriano
di spazio e luce e di cieli ardenti come braci;
il gelo che li morde, i soli che li abbronzano,
cancellano lentamente la traccia dei baci.

Ma i veri viaggiatori partono per partire;
cuori leggeri, s'allontanano come palloni,
al loro destino mai cercano di sfuggire,
e, senza sapere perché, sempre dicono: Andiamo!

I loro desideri hanno la forma delle nuvole,
e, come un coscritto sogna il cannone,
sognano voluttà vaste, ignote, mutevoli
di cui lo spirito umano non conosce il nome!

II

Imitiamo, orrore! nei salti e nella danza
la palla e la trottola; la Curiosità, Angelo
crudele che fa ruotare gli astri con la sferza,
anche nel sonno ci ossessiona e ci voltola.

Destino singolare in cui la meta si sposta;
se non è in alcun luogo, può essere dappertutto;
l'Uomo, la cui speranza non è mai esausta,
per potersi riposare corre come un matto!

L'anima è un veliero che cerca la sua Icaria;
una voce sul ponte: «Occhio! Fa' attenzione!»
Dalla coffa un'altra voce, ardente e visionaria:
«Amore... gioia... gloria!» È uno scoglio, maledizione!

Ogni isolotto avvistato dall'uomo di vedetta
è un Eldorado promesso dal Destino;
ma la Fantasia, che un'orgia subito s'aspetta,
non trova che un frangente alla luce del mattino.

Povero innamorato di terre chimeriche!
Bisognerà incatenarti e buttarti a mare,
marinaio ubriaco, scopritore d'Americhe
il cui miraggio fa l'abisso più amaro?

Così il vecchio vagabondo cammina nel fango
sognando paradisi sfavillanti col naso in aria;
il suo sguardo stregato scopre una Capua
ovunque una candela illumini una topaia.

III

Strabilianti viaggiatori! Quali nobili storie
leggiamo nei vostri occhi profondi come il mare!
Mostrateci gli scrigni delle vostre ricche memorie,
quei magnifici gioielli fatti di stelle e di etere.

Vogliamo navigare senza vapore e senza vele!
Per distrarci dal tedio delle nostre prigioni,
fate scorrere sui nostri spiriti, tesi come tele,
i vostri ricordi incorniciati d'orizzonti.

Diteci, che avete visto?

IV

«Abbiamo visto astri
e flutti; abbiamo visto anche distese di sabbia;
e malgrado sorprese e improvvisi disastri,
molte volte ci siamo annoiati, come qui.

La gloria del sole sopra il violaceo mare,
la gloria delle città nel sole morente,
accendevano nei nostri cuori un inquieto ardore
di tuffarci in un cielo dal riflesso seducente.

Le più ricche città, i più vasti paesaggi,
non possedevano mai gl'incanti misteriosi
di quelli che il caso creava con le nuvole.
E sempre il desiderio ci rendeva pensosi!

- Il godimento dà al desiderio più forza.
Desiderio, vecchio albero che il piacere concima,
mentre s'ingrossa e s'indurisce la tua scorza,
verso il sole si tendono i rami della tua cima!

Crescerai sempre, grande albero più vivace
del cipresso? - Eppure con scrupolo abbiamo
raccolto qualche schizzo per l'album vorace
di chi adora tutto ciò che vien da lontano!

Abbiamo salutato idoli dal volto proboscidato;
troni tempestati di gemme luminose;
palazzi cesellati il cui splendore fatato
sarebbe per i vostri cresi un sogno rovinoso;

costumi che per gli occhi son un'ebbrezza;
donne che hanno dipinte le unghie e i denti,
e giocolieri esperti che il serpente accarezza.»

V

E poi, e poi ancora?

VI

«O infantili menti!

Per non dimenticare la cosa principale,
abbiam visto ovunque, senza averlo cercato,
dall'alto fino al basso della scala fatale,
il noioso spettacolo dell'eterno peccato;

la donna, schiava vile, superba e stupida,
s'ama senza disgusto e s'adora senza vergogna;
l'uomo, tiranno ingordo, duro, lascivo e cupido,
si fa schiavo della schiava, rigagnolo di fogna;

il martire che geme, il carnefice contento;
il popolo innamorato della brutale frusta;
il sangue che dà alla festa aroma e condimento,
il veleno del potere che snerva il despota;

tante religioni che alla nostra somigliano,
tutte che scalano il Cielo; la Santità,
come un uomo fine su un letto di piume,
fra i chiodi e il crine cerca la voluttà;

l'Umanità ciarlona, ebbra del suo genio,
e delirante, adesso come in passato,
nella sua furibonda agonia urla a Dio:
«Mio simile, mio padrone, io ti maledico!»

E i meno stolti, della Demenza arditi accoliti,
in fuga dal grande gregge recinto dal Destino,
per trovare rifugio nell'oppio senza limiti!
- Questo del globo intero l'eterno bollettino.»

VII

Dai viaggi che amara conoscenza si ricava!
Il mondo monotono e meschino ci mostra,
ieri e oggi, domani e sempre, l'immagine nostra:
un'oasi d'orrore in un deserto di noia!

Partire? restare? Se puoi restare, resta;
parti, se devi. C'è chi corre, e chi si rintana
per ingannare quel nemico che vigila funesto,
il Tempo! Qualcuno, ahimè! corre senza sosta,

come l'Ebreo errante e come l'apostolo,
al quale non basta treno o naviglio,
per fuggire l'infame reziario; e chi invece
sa ucciderlo senza uscire dal nascondiglio.

Infine quando ci metterà il piede sulla schiena,
potremo sperare e urlare: Avanti!
E come quando partivamo per la Cina,
gli occhi fissi al largo e i capelli al vento,

così c'imbarcheremo sul mare delle Tenebre
col cuore del giovane che è felice di viaggiare.
Di quelle voci ascoltate il canto funebre
e seducente: «Di qui! Voi che volete assaporare

il Loto profumato! è qui che si vendemmiano
i frutti prodigiosi che il vostro cuore brama;
venite a inebriarvi della dolcezza strana
di questo pomeriggio che non avrà mai fine!»

Dal tono familiare riconosciamo lo spettro;
laggiù i nostri Piladi ci tendon le braccia.
«Per rinfrescarti il cuore naviga verso la tua Elettra!»
dice quella cui un tempo baciavamo le ginocchia.

VIII

"O Morte, vecchio capitano, è tempo! Su l'ancora!
Ci tedia questa terra, o Morte! Verso l'alto, a piene vele!
Se nero come inchiostro è il mare e il cielo
sono colmi di raggi i nostri cuori, e tu lo sai!

Su, versaci il veleno perché ci riconforti!
E tanto brucia nel cervello il suo fuoco,
che vogliamo tuffarci nell'abisso, Inferno o Cielo, cosa importa?
discendere l'Ignoto nel trovarvi nel fondo, infine, il nuovo.


(Le voyage, dalla raccolta lirica Les fleurs du mal di Charles Baudelaire)


26 aprile 2017

Un romanzo "necessariamente" storico

Ho ricevuto diverse domande in merito alla mia recente recensione del romanzo “Il silenzio della cattedrale” di Gianfranco Baldazzi. In particolare mi è stato chiesto se il fatto di averlo definito "un libro unico" escludesse la catalogazione come romanzo storico.
Ho quindi pensato di sciogliere ogni dubbio, definendolo un romanzo "necessariamente" storico. Ecco il perché...

Il Tempo Medievale nel libro Il silenzio della cattedrale


C’è una domanda che credo ogni scrittore si ponga in via prioritaria, fra le tante cui deve dare risposta, quando ha in mente una storia da narrare: dove ha luogo questa storia?
Un “dove” non solo geografico, ma demografico, sociale e soprattutto temporale.

Ci sono storie che, pur potendo essere narrate in una certa ambientazione, in un certo luogo e un certo tempo, non perderebbero di fascino e completezza se traslate in un altro luogo, o in un altro tempo. Certe altre, invece, il “dove” se lo portano dietro, è un tutt’uno indissolubile con i personaggi, magari perfino con la trama.
Io credo che il buon romanzo storico appartenga a questa seconda categoria; si tratta quindi di una storia che non poteva essere narrata in altro tempo se non quello in cui l’autore ha scelto di ambientarla.

Questo è il caso del libro di Baldazzi “Il silenzio della cattedrale”.

La rigorosa ricerca storica dell’autore, l’intrecciarsi di fatti realmente accaduti con le vite dei personaggi, le digressioni sugli usi e costumi dell’epoca, sono sì collegati al “dove” del romanzo, ma lo sono in maniera secondaria rispetto ad un altro aspetto a mio avviso cruciale. C’è infatti, nascosto nella storia, un protagonista taciuto, un tema centrale eppure velato, un fulcro nella trama attorno al quale girano le vite dei personaggi, come in un carosello circolare dai ritmi certi e inevitabili. Questo protagonista è il Tempo.

O meglio, una certa concezione del tempo, in transizione verso un’altra.

Baldazzi, con rapide e precise pennellate, dipinge un Medioevo insieme doloroso e meraviglioso, che passa lento, lento come era in effetti la concezione del tempo in quell’epoca storica. Un tempo scandito dall’alternanza delle stagioni, dai cicli di morte e rinascita della natura, un tempo scandito dalla preghiera, da Mattutino a Compieta, un tempo che serve all’autore per raccontare le vite di una pluralità di personaggi che compongono la sua grande opera.
Questo tempo “medievale”, in cui il presente è l’unica coniugazione concepibile, inizia a dilatarsi verso un futuro capace di guidare e ispirare i protagonisti del romanzo, una visione appunto più “rinascimentale”, in cui l’uomo diviene artefice del proprio destino.

I protagonisti del romanzo si imbarcano in un progetto più grande di loro, di cui faticano perfino ad immaginare la conclusione, essendo spostata di decenni nel futuro. Vivono quindi il presente e vivono per il presente, ma con uno sguardo alla “Visione” della cattedrale ultimata, che dà loro un senso e traccia una rotta lungo la quale si muovono. 

Si capisce quindi la lezione più importante di Baldazzi: non importa la meta, ma vivere bene durante il viaggio. E Baldazzi non poteva collocare una simile lezione in un periodo diverso da quell’epoca sospesa tra il ‘300 e il ‘400, epoca i cui l’uomo si ripensa e rivede le proprie concezioni su tutto il Creato. Quel tempo era un “tempo saggio”, che dal Rinascimento in poi accelererà vorticosamente fino a scadere nella frenesia che caratterizza la contemporaneità.

Ma per un po’, in un preciso momento storico, forse l’uomo ha saputo bilanciare la poesia del presente con la forza della progettualità per il futuro.

Non è superfluo osservare che l’autore scrive nel “nostro” tempo, veloce e orientato alla produttività, tempo così diverso da quello dei protagonisti del suo romanzo. Ecco quindi che pare guidare il lettore in un cammino esperienziale, esortandolo implicitamente a riappropriarsi del suo tempo. Sono convinto che questa sia una delle ragioni per cui Baldazzi ha scritto un libro voluminoso: perché lento doveva essere il dispiegarsi della trama e lenta doveva essere la lettura stessa, affinché non assomigliasse ad un gesto “di consumo”, come sovente avviene oggigiorno per il prodotto libro.

La lettura di questo romanzo “necessariamente” storico diviene così un cammino, un percorso verso i significati che l’autore vuole comunicare. A partire, appunto, da una visione del tempo più saggia di quella che imperversa “nel nostro tempo.”



19 marzo 2017

Un libro da leggere: “Il silenzio della cattedrale” di Gianfranco Baldazzi

Conoscevo Gianfranco Baldazzi come autore di testi di canzoni di grandi cantanti italiani (Mina, Morandi, Dalla e altri), ma non mi aspettavo di imbattermi in un suo romanzo dall'indubbio valore, sia letterario che educativo.

Il silenzio della cattedrale, questo il titolo del romanzo, mi è apparso, fin dalle prime pagine, un libro unico, speciale, che non sono riuscito nemmeno a inquadrare in un particolare genere.

Non è un thriller in senso stretto, poiché non c’è qualcuno che indaga, un colpevole o un misfatto in particolare. Ci sono semmai più colpevoli, più misfatti e più personaggi chiamati a domandarsi il senso di quello che vivono.
Non è nemmeno un romanzo storico nell'accezione che daremmo ai romanzi di Eco, perché, pur nella rigorosa ambientazione storica (nel periodo a cavallo tra la fine del ‘300 e l’inizio del ‘400), non si legge per la curiosità di conoscere “il dietro le quinte” dei fatti storici narrati. Il Medioevo che finisce e il Rinascimento che sta per iniziare sono semmai lo scenario di sfondo di un palcoscenico sul quale si dispiegano le storie individuali di una pluralità di personaggi, uniti, più che da una trama, da uno scopo comune.

Lo scopo, la “visione ultima”, infatti, è il cuore del romanzo e ciò che muove il lettore nella lettura delle oltre 700 pagine: vedere finalmente costruita la meravigliosa cattedrale in stile francigeno sull'Appennino tosco-emiliano. La cattedrale è il centro attorno al quale i personaggi ruotano, ognuno con il proprio carico di vizi e virtù, ognuno alla ricerca del proprio scopo individuale, del senso della sua esistenza, che non riesce ad afferrare, se non sognando di contribuire in qualche modo ad una “Mission”, diremmo in termini aziendali, collettiva, nobile e importante; la costruzione della cattedrale, appunto.

Quello che ho apprezzato maggiormente del libro di Baldazzi è la caratterizzazione dei personaggi, poco verbosa, fatta di immagini e fatti che compiono o subiscono, ma che ce li rende in qualche modo simpatici (nell'accezione del termine greco sympatheia, letteralmente "patire insieme"). Si patisce infatti con loro, che siano odiosi come Messer Nozzo, il ricco mercante fiorentino senza scrupoli che, fra mille intrighi, finanzia il cantiere della cattedrale, o adorabili come Frate Berardo, uomo semplice come il Giardino dei semplici che cura, da cui trae le erbe officinali che gli consentono di dedicarsi con amore e passione all'ars medicandi.

Si patisce con loro perché, in qualche modo, li capiamo e li amiamo tutti. Sono uno spaccato di umanità che riconosciamo come vero, autentico, e del quale, alla fin fine, riconosciamo di fare parte. Baldazzi ha avuto l'abilità di scrivere un romanzo in cui il dolore, anche nelle sue forme più estreme (povertà, fame, amore negato, ingiustizia, corpi violati, morte), diventa un corollario naturale dell'esistenza umana e, in quanto tale, è “la livella” sulla quale si appiattiscono tutte le diversità e si sospende ogni forma di giudizio verso l’altro.

La fine del romanzo può lasciare interdetti, e senz'altro rimane l’amaro in bocca, perché non si vede compiuta l’Opera. Ma è proprio in questa incompiutezza che riscopriamo il senso profondo della vita dei personaggi e, di riflesso, siamo portati a riflettere sulla nostra stessa vita. Riprendendo ancora una volta il gergo aziendale, la Mission è un cammino verso la Vision, che, in quanto “alta” e ambiziosa, non è detto che venga raggiunta, ma serve a darci il senso del nostro camminare, del nostro agire.

Il borgo, chiamato Fabrica, che nasce sulla montagna attorno all'Opera della Cattedrale, fatto di case e famiglie, di uomini e donne, di feste e lutti, è forse l’immagine più bella di tutto il libro; è ciò che dà un senso alla sforzo compiuto sia dall'impavido architetto, direttore dei lavori, che dall'ambizioso abate benedettino di San Giorgio al Monte, principale sponsor dell’impresa.
Il primo, Jacopo da Volterra, di ciò sarà consapevole, l’altro, Padre Ernesto Patrizio, no.  Ed in fondo è in questa differenza che sta la lezione di vita che ci dona Gianfranco Baldazzi: la vita è adesso, è nella pietra che metto oggi per costruire la cattedrale, non fra trent'anni, quando molteplici pietre svetteranno verso il cielo e l’Opera sarà compiuta.

Anche perché, fra trent'anni o più, non è detto che lo sia.



2 dicembre 2016

Arianna, il futuro avrà i tuoi occhi. Io posso solo votare Sì e spiegarti la differenza tra Leader e Follower, tra Renzi e Grillo, tra Obama e Trump.

Come spesso mi capita (soprattutto ora che è arrivata in famiglia la piccola Arianna) non trovo mai il tempo per scrivere le riflessioni che gli eventi di cronaca mi inducono a fare.
Gli eventi si succedono e i propositi del blogger si affievoliscono, incalzati dalle incombenze del padre.

Il terrorismo internazionale, la tragedia dei migranti nel Mediterraneo, la guerra in Siria, l'elezione di Donald Trump negli Stati Uniti, il dibattito sul Referendum Costituzionale del 4 dicembre in Italia... tutto rischia di passare con un Like/Dislike su Facebook, o al massimo con un breve commento, che consente di cristallizzare un'opinione, uno stato d'animo, ma, non richiedendo un'elaborazione di pensiero un minimo articolata, lascia anche una sensazione di disagio, come se si fosse persa una buona occasione per meditare sul mondo e i suoi abitanti.

In questo la buona rete di opinionisti che seguo gioca un ruolo di un certo peso...
Se non potessi mettere gli I-Like ai post di mio cugino (a proposito, vi consiglio di seguire il suo blog N'affacciata), di Pasquale Mormile o di Michele Serra, probabilmente scriverei di più.
Ma il tempo è quello che è. E, mentre cambio un pannolino, mi lavo la coscienza da pensatore mancato condividendo sui social network i post di altri.

In questa dinamica che definirei "di mera sopravvivenza del pensiero critico", non ne esco mai indenne. Si affaccia sempre nella mia mente un'intuizioncina, un'ideuzza, un pensierucolo, che vorrebbe far a meno del vezzeggiativo o spregiativo e assurgere al rango di idea, intuizione, pensiero.
Quello che sistematicamente avviene nella mia mente, senza che il mio Sé cosciente riesca ad arginare in alcuno modo la cosa, è una forma di processo creativo di pre-stesura di un articolo: prende forma un ipotetico titolo di un ipotetico post che vorrei scrivere, con in nuce tutti i concetti cardine a supporto di un certo "concept". E mentre penso al pensiero che meriterebbe di essere divulgato al mondo intero (già, perché finché non lo scrivi sembra perfetto e assolutamente necessario da far conoscere a tutti gli altri che brancolano nel buio, non conoscendolo - tipica presunzione da blogger), è già superato da un evento più importante, più grave, più "pungolante" per il mio spirito critico.

Capita così che il primo titolo si evolva e includa il secondo tema su cui vorrei scrivere. Poi si affaccia una terza riflessione, una quarta e alla fine (semmai arrivo a scrivere il post) il titolo iniziale si è completamente perso e non c'è traccia nemmeno dell'idea originaria che volevo divulgare.

Ma i temi che oggi vorrei affrontare meriterebbero un titolo a sé. Sebbene tutti collegati, i "concept" sono stati partoriti nel corso di quasi un anno, per cui, al di là della difficoltà di riassumerli tutti in maniera significativa, resterebbe il problema di quale peso abbiano gli eventi che li hanno generati all'interno della narrazione. Ecco quindi che vorrei provare qualcosa di nuovo, rispetto ad altri articoli ospitati in questo blog, tracciando l'evoluzione che il titolo ha avuto nella mia mente.

Agli inizi era:

Lo stormo e la Leadership Diffusa

Circa un anno fa, avevo da poco iniziato a lavorare in Hermes Consulting a Firenze, e mi è capitato di fare un'esperienza formativa molto interessante. Nell'ottica di iniziare una partnership con l'associazione Effetto Larsen, abbiamo sperimentato il loro metodo per ricreare le dinamiche socio-emotivo-relazionali che consentono, ad un gruppo di individui, di emulare il volo di uno stormo di uccelli. Il loro workshop si chiama appunto STORMO® rEVOLUTION.


Avete mai visto volare uno stormo di centinaia o migliaia di uccelli? È uno spettacolo meraviglioso, sembra una danza: voli imprevedibili ed ascese velocissime, traiettorie impercettibili, codici di geometria esistenziale, come canta il grande Battiato.

Senza entrare nel dettaglio della metodologia utilizzata da Effetto Larsen, molto pratica e poco teorica, devo riconoscere che l'esperienza di muoversi in totale sincronia con i colleghi fu sorprendente: nessun leader che guidasse, ma tutti potenzialmente leader capaci di guidare il gruppo, nessuno conflitto, solo armonia e movimento perfettamente sincrono fra tutti gli individui.

Alla base della capacità degli uccelli di volare in stormi ci sono sicuramente fattori biologici, ma se anche gli esseri umani riescono ad emulare la loro sincronia, forse c'è qualche insegnamento che possiamo apprendere. Questo è quello che ho appreso io, meditando sui comportamenti agiti durante il workshop: 
  1. Senza scontrarsi e senza dipendere dalle capacità di guida di uno solo di essi, negli stormi c'è quella che in termini manageriali oggi chiamiamo Leadership Diffusa, dote preziosa tanto in ambienti naturali quanto, di questi tempi, in quelli aziendali.
  2. Per avvenire, "l'effetto stormo", ha bisogno di un clima di totale fiducia e attenzione reciproca fra i membri del gruppo, costruito attorno a valori comuni.
  3. Chi guida il gruppo per un frangente o per un tempo più lungo, è colui o colei che inizia un rapido movimento in una direzione ben precisa, che non è quella che il gruppo sta seguendo "d'abbrivio".
  4. Un buon Leader "sente" quando deve proporre nuove rotte o quando deve reimmergersi nello stormo per farsi guidare da altri
  5. Quale che sia la sua scelta, il Leader lo fa per il Bene Comune.

Potrei stare ore a descrivervi il perché e il percome di ogni "codice di geometria esistenziale", di come le metodologie che ho provato sulla mia pelle funzionino, ma non c'è tempo... perché non ho scritto, circa un anno fa, un post dal titolo "Lo stormo e la Leadership Diffusa"; vi sto solo raccontando che avrei voluto scriverlo.

La Democrazia Rappresentativa come surrogato della Leadership Naturale

Nei giorni seguenti il worskshop mi capitò di tornare a riflettere sull'esperienza fatta e di metterla in connessione con i fenomeni di Leadership Politica. Mi resi conto che molti dei leader che più apprezzavo avevano caratteristiche simili a quelle degli uccelli-guida.
Arrivai ad ipotizzare che, nel corso dell'evoluzione umana, venendo a mancare le caratteristiche biologiche di "connessione" e fiducia di specie, proprie del mondo animale, gli uomini si erano inventati forme via via più sofisticate per "andare avanti". Perfino la Democrazia Rappresentativa, quindi, mi appariva come un tentativo di recuperare quella meraviglia che era la la Leadership Naturale, intesa come manifestazione spontanea dei fenomeni (collegati) di guida-seguimento del mondo animale.

Anche in questo caso avrei voluto scrivere un trattato, ma non l'ho fatto e forse mai lo farò. Certamente non ora, che ho in mente un altro titolo.

Messaggio a Matteo Renzi: è ora di virare, accelerare e imparare dagli uccelli

Mesi fa il buon Matteo, che secondo me aveva tutte le caratteristiche del buon Leader, iniziò a perdere colpi. I sondaggi sul suo gradimento erano in calo, il Movimento 5 Stelle avanzava, e io pensavo: "Matteo, cazzo, cambia rotta, attacca l'Europa dei burocrati, non lo vedi cosa sta facendo alla Grecia?? Matteo, accelera, cambia direzione, solo così lo stormo ti seguirà. Sposta l'attenzione dall'Italia, e proponi un'Europa solidale, un'Europa dove abbia senso stare."
Mi sono impegnato assiduamente per divulgare (e far avere a Matteo Renzi) la teoria della Liquidità Distribuita di Alessandro Nosei, per una riforma radicale delle politiche economiche nell'Unione Europea; ma niente, Matteo sembrava aver dimenticato una delle leggi che più gli era congeniale, il "codice di geometria esistenziale N°3": gli uccelli-leader devono continuamente accelerare e proporre nuove direzioni, altrimenti nessuno li segue più.

Renzi mi ha ascoltato con un imperdonabile ritardo: le sue posizioni degli ultimi tempi sull'Europa sono quelle che io chiedevo da questo blog con veemenza fin dal luglio 2015. Ma ha perso il Time-To-Market. E un markettaro come me non glielo perdonerà mai.

Renzi asino, ma io #aSIno

Il motivo di questo ipotetico titolo era legato alla "personalizzazione" fatta da Renzi sul Referendum Costituzionale. Ancora prima della Brexit, avevo previsto che questo suo tentativo di farsi legittimare con una consultazione popolare sarebbe stato un boomerang.

Parlando al telefono con mio cugino (quello del blog di cui sopra) ci siamo detti: "Ok, Renzi ha scazzato (NdR: ha sbagliato), ma noi che possiamo fare per salvare una riforma comunque importante per il futuro del nostro Paese?"
La mia risposta è stata: quello che sappiamo/possiamo fare.

Ho quindi progettato una fantastica (nel senso che avveniva nella mia fantasia) campagna virale in cui davo dell'asino a Renzi per aver messo a rischio una riforma importante, cercando di associare il successo della stessa ad un suo successo personale (si era dimenticato il "5° codice di geometria esistenziale": pensa solo al Bene Comune, non al tuo).
La campagna era virale perché aizzava la potenza di fuoco degli anti-renziani, con un hashtag che invitava alla conta: Renzi era asino, ma io ero #aSIno; chi era come me e chi era #asiNO?

Il bello di questo lettering è che non si conta, perché gli hashtag ad oggi non distinguono maiuscole e minuscole. Quindi la campagna sarebbe stata comunque positiva, perché avrebbe smontato con uno #aSIno l'unica possibile critica alla Riforma Costituzionale: il tentativo di Renzi di avere un voto sul suo Governo.
Ovviamente riconosco tutti i suoi meriti, solo che non è saggio anteporre l'Ego al Bene Comune.

#Asino chi non vota. E anche chi #asiNO

Quando mi fu ormai chiaro che la potenza mediatica del No era superiore a quella dei (per tutta la propaganda populista che sta venendo alla luce in questi giorni, fatta di bufale e slogan facili da veicolare e memorizzare), ipotizzai che si poteva rilanciare la campagna virale fantastica di cui sopra con un altro post; l'obiettivo era spiegare perché eri asino in due casi: se non votavi o se votavi NO.

Anche questo post è nato e morto mentre lavoravo, cucinavo, lavavo i piatti e pulivo casa per le mie tre donne e 1/2 (Arianna era ancora in pancia).

Non chiamateli Leader, per favore, sono Follower!

Il Karma non ci dà pace, mai, finché non lo affrontiamo.
Ed ecco che la campagna per le presidenziali di Trump negli USA, quella di Grillo per il No in Italia, mi hanno ricordato che avevo un post da scrivere sulla "vera leadership".
Il succo di questo ipotetico post mai scritto doveva essere all'incirca questo: ci sono stati, nella storia del genere umano, leader che parlavano "alla pancia del popolo", che smuovevano emozioni torbide nell'animo umano, che vibravano a frequenze basse per entrare in risonanza con il malcontento popolare. Questi personaggi io non li voglio chiamare leader, perché non guidano (nell'accezione nobile del termine, propria degli uccelli-guida), ma "seguono" gli istinti più bassi dei gruppi sui quali vogliono prevalere come "capi", solleticandoli sapientemente lì dove hanno ferite aperte o opinioni convergenti (il cui nocciolo è costituito, di solito, da piccoli e grandi egoismi).
Ecco, questi impostori in natura non sarebbero mai stati seguiti, perché violano i "5 codici di geometria esistenziale" degli uccelli. Ma il genere umano è molto lontano dalla fonte da cui proviene e questi impostori riescono a farsi chiamare leader, anche se non ne hanno minimamente le caratteristiche.

Leader è chi vira veloce verso orizzonti nuovi, per il Bene Comune, che spesso chi è in fondo alla stormo non vede. 
Leader è Papa Francesco. Leader fu Gandhi. Leader fu Aldo Moro.
Leader non fu Hitler, né Mussolini. Loro, per favore, chiamateli Follower. La loro ascesa è costruita sul più becero populismo, non su proposte innovative, non su rotte nuove da perseguire anche con difficoltà, contro i propri bassi istinti, per una meta più alta del proprio tornaconto personale.
Il Leader ti convince a seguirlo perché è giusto. Il Follower va dove tu, in fondo, vuoi andare. Al limite ti convince (facilmente, è ovvio) che ti conviene seguirlo.

Le differenza fra Trump e Obama, tra Grillo e Renzi, tra un NO e un SÌ

Ed ecco che il risultato delle elezioni americane mi insegna un'altra regola aurea che non mi è mai entrata in testa durante le lezioni di Economia Politica: le elezioni le determina l'ELETTORE MEDIO.
Questo mostro per la Democrazia Rappresentativa non mi aveva mai spaventato così tanto come dopo le elezioni che portarono al primo Governo Berlusconi. Ma ci si assuefà pure a Berlusconi, quindi, quando il referendum nel Regno Unito ha dato come responso "Brexit", mi si è ri-acuita una ferita mai sopita: la mia ignavia. Non avevo mai dato del cretino a chi ha votato Berlusconi, quindi DOVEVO darlo agli inglesi, e l'ho fatto.


Ma poi Trump vince contro una Clinton che non è un vero leader, perché non è innovativa come Obama, perché puzza lontano un miglio di Ego e interessi personali. E anche in questa occasione penso che il post devo assolutamente scriverlo, per dire che l'Elettore Medio americano è un imbecille egoista e miope di fronte alla complessità del mondo (sia quello che ha votato Clinton invece di Sanders, sia quello che ha votato Trump invece di Clinton).

Durante l'intensificarsi di questa campagna referendaria ho pensato, analogamente, che avrei dovuto dare del "cretino" a chi seguiva Grillo e Slavini (o si lasciava seguire da Grillo e Salvini, nell'accezione dell'ipotetico post, mai scritto, citato in precedenza), ma non volevo scrivere un post su ciò, l'Elettore Medio non meritava il mio tempo.
Arianna, appena arrivata, lo meritava.
Parlare della concezione politica di Platone, del principio di competenza, pensavo, a cosa può mai servire con questo soggetto?

Ma una risposta si è affacciata nell'anticamera del mio Sé cosciente: perché questo "qualcuno" ha il mio stesso diritto di voto, di me che ho quasi 20 anni di attivismo politico alle spalle, di me che leggo un libro a settimana e dormo 4 ore a notte per tenermi aggiornato su economia, politica, diritto, sostenibilità ambientale.
(NdR - Tutto questo ego è il motivo per cui ho abbandonato la politica: non sarei mai riuscito a scendere a compromessi con l'Elettore Medio, ritenendomi, a torto o a ragione, superiore nella capacità di analisi e di scelta.)
Ma andiamo oltre.

In questo ipotetico post avrei dovuto spiegare perché chi vota NO al referendum costituzionale del 4 dicembre si sta facendo imbrogliare da dei Follower, degli impostoari, insomma. Non l'ho scritto questo post perché avrei dovuto ergermi al di sopra dell'altrui posizione per dire al grillino di turno che è un cretino, che non può pensare di essere più intelligente di tutte le forze economiche italiane (Confindustria, Confcooperative, Cna, Cia, Confartigianato, Coldiretti, etc., tutte schierate per il SÌ) ed estere (basta vedere l'andamento dello spread al crescere del NO nei sondaggi).
Insomma, non ho scritto questo post per non affibbiare epiteti poco carini a persone che hanno sì la colpa di aver ascoltato la loro pancia e non la loro coscienza, ma che sono state indotte a farlo da "Follower" senza scrupoli. Questi tizi devono avere la mia compassione, non la mia rabbia.


Una buona ragione per non votare NO

Negli ultimissimi giorni, mi sembrava sempre più urgente scrivere un post a favore del SÌ, sfruttando quanto appreso dagli stormi sulla "autentica leadership". Se il NO è una posizione sostenuta da Follower, pensavo, è una scelta che non porta da nessuna parte, mentre il SÌ è una direzione piena di senso, che però non è facile da capire.

Non valeva la pena entrare nel merito della riforma Renzi-Boschi, che, sebbene migliorabile, ha tutte le carte in regola per essere utile al Sistema-Paese. Non ne valeva la pena perché i Follower hanno posizioni molto più facili da difendere rispetto ai Leader e argomentazioni che vengono "direttamente della pancia delle persone".
Provare a parlare alla testa, alla coscienza, al cuore, è troppo difficile senza un clima di fiducia e reciprocità (per nulla presente nello scenario politico italiano degli ultimi anni).

Con questo ipotetico post, mai scritto, volevo quindi provare a fare qualcosa di diverso: insinuare qualche domanda nella mente del lettore, raccontandogli la storia degli stormi di uccelli e incalzarlo con alcune domande...

Hai mai osservato il volo degli uccelli?
Hai mai visto come sfuggono al falco predatore?
Se, fra tutto quello che hai letto sopra, cancellassi le frasi di posizione sul Sì e sul No, in cosa saresti d'accordo?
Il Leader politico che segui, è realmente tale o assomiglia più ad un Follower?
Hai le competenze per distinguere la differenza fra le due forme di guida politica?
Se non le hai, hai l'umiltà per capire che devi approfondire i temi della Riforma Costituzionale e non seguire la (farti seguire dalla) macchina mediatica messa in piedi dai Follower?



La guida definitiva al concetto di LEADERSHIP

Questo ipotetico post, mai scritto, doveva ripercorrere gli stili di leadership e "gli stili di gruppo", poiché il fenomeno della leadership contempla sempre due variabili, chi guida e chi si fa guidare. Ma a ben pensarci l'ipotetico post sul volo degli uccelli, insieme a quello sui "Follower" che si ergono a guide dicendo al popolo quello che il popolo vuol sentire, erano sufficienti a fare scuola per decenni a venire (sempre nella mia fantasia di blogger che poteva permettersi di non scrivere gli ipotetici post). Quindi anche questo post, ipotizzato durante alcune conversazioni in azienda, l'ho lasciato nel cassetto dei post che potevano essere desunti da altri post. Peccato non aver scritto nemmeno questi, rendendo certamente difficile una ricomposizione postuma del mio pensiero.

Il futuro avrà i tuoi occhi

E veniamo al titolo di un post troppo impegnativo per essere scritto negli scampoli di tempo che mi restano alla fine delle giornate lavorative, ma troppo importante per essere ignorato.

Qualche settima fa sono andato a seguire una meditazione di Don Gigi (N.d.R. Luigi Verdi) e ho comprato un suo libro: "Il domani avrà i tuoi occhi".

Leggendo quel libro ho pensato agli occhi di Marica, Raffaella e Arianna. Occhi puri, che, se rimarranno tali, potranno vedere un mondo che io già non vedo più e, grazie a questa Visione, contribuire a realizzarlo.

Ma pensando a quell'ipotetico mondo, fatto di bimbi felici, figli di genitori felici, che lavorano in aziende etiche e trasparenti, che operano in paesi guidati da governi illuminati e impegnati per il Bene Comune, mi sono ricordato che l'unico piano su cui io potevo agire era la mia, personale, azione. Il piano della mia Responsabilità.

E quindi dovevo dare il mio contributo per consentire, a quanti avessero avuto la voglia di leggermi, di prendere una posizione "consapevole" sull'imminente Referendum Costituzionale.

Io posso solo votare Sì e spiegarti la differenza tra Leader e Follower...

Veniamo quindi al titolo di questo post, l'unico che ho scritto, mentre gli altri li ho solo immaginati. L'ho scritto per te Arianna, per te Raffaella, per te Marica. Mi perdonerete se non ho giocato con voi stasera, ma l'impegno politico è anche questo, fare delle scelte. Oggi ho scelto di spiegarvi come ho vissuto questo 2016, e come ho vissuto questa spiacevole campagna referendaria. Se in futuro dovesse capitarvi di leggere queste righe, sappiate che io avrò votato a favore del "superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione" (semmai queste parole avranno un senso da qui a 10-15 anni). Sappiate che ho votato Sì per voi.
Quale sarà il risultato della consultazione non mi è dato saperlo, ma vi lascio qualche consiglio per orientarvi nelle vostre future scelte.

Diffidate dei Follower, dei populisti. Cercate forme di governo di voi stesse e delle persone con cui vi troverete ad interagire che non contemplino la sopraffazione di un'idea rispetto ad un'altra come un'unica forma per andare avanti: se lavorate per il Bene Comune, il come è un dettaglio, l'importante e procedere. 
E se proprio non riuscite a fare ciò, almeno sviluppate forme di tolleranza per chi la pensa diversamente da voi (cosa che io non sono ancora riuscito a fare, mi pare evidente).

E guardate la natura più che potete, con occhi curiosi e attenti. Ha sempre qualcosa da insegnarvi.

28 agosto 2016

L'applicazione a livello regionale della Liquidità Distribuita e le Variabili di Controllo

Quando avvengono tragedie come quella del sisma che ha recentemente devastato diversi comuni del Centro Italia, mi assale sempre un senso di impotenza che riesco a mandar via solo se trovo una risposta, quale che sia, alla domanda: io cosa posso fare?
Non cosa può fare lo Stato, la Protezione Civile o, peggio ancora, "cosa avrebbero dovuto fare". Ma io, oggi, cosa posso fare?
Non sempre trovo risposte che riesco subito a mettere in pratica. E qualche donazione non basta a lavare la coscienza per lo stato di inazione.

In questa specifica occasione, ho sentito che dovevo continuare a lavorare per la divulgazione della teoria della Liquidità Distribuita.
Non è una scelta di comodo scrivere un post invece di partire per spostare le macerie, anzi. Ho passato la scorsa settimana pensando a che senso avesse parlare di economia, quando il dolore è qualcosa che trascende lo scibile e investe ogni sfera dalla nostra precaria e fragile umanità, qualcosa che è meglio affrontare col silenzio che con la parola.
Detesto inoltre le pratiche di click-baiting (che pure ci è toccato vedere in questa tragedia), per cui non volevo proprio scrivere un post sul terremoto.
Ma alla fine ho capito che i miei fantasmi non li potevo scacciare se non facendo quello in cui credo.
E in un'economia più giusta e solidale ci credo.

La "visione" ricorrente che ho avuto, in questi giorni di notizie drammatiche, è quella di un mondo dove la solidarietà è sistemica e non occasionale ed emotiva, è frutto di politiche lungimiranti, non della drammaticità delle sequenze che passano alla TV.
Questa idea di solidarietà sistemica richiederebbe il ripensamento del sistema economico nella sua interezza, ma ci sono strumenti che possono essere usati già da subito, come gli incentivi fiscali previsti dalla Liquidità Distribuita e il loro meccanismo di attribuzione.
Gli incentivi servono a creare economia reale, perché non basta ricostruire gli edifici, se non li si popolano di proficue attività economiche, di persone che trovano senso e benessere nel vivere in un certo luogo.

Sebbene la proposta della LD nasca per innescare meccanismi sovranazionali di solidarietà e bilanciamento (in particolare pensando alla situazione dell'Unione Europea), può essere applicata anche a livello regionale per gli squilibri economici dentro la stessa nazione. Nella formulazione matematica dello Stimolo Monetario totale, inoltre, è prevista una quota destinata agli interventi regionali:

«[...] Ogni paese avrà una quantità di moneta proporzionale alla grandezza economica (D) per l’entità dei suoi problemi (S). Questa quantità verrà divisa proporzionalmente alla grandezza economica (PIL) e la performance (Reverse Spread) di ogni paese del sistema.
Nel risolvere l’equazione, inoltre, anche gli stati stessi (tranne il meno performante) avranno a disposizione uno stock di moneta, da utilizzare per l’applicazione della politica di Liquidità Distribuita per la compensazione delle aree economiche nazionali a livello regionale
(dal libro Liquidità Distribuita, Alessandro Nosei, Edizioni Italia 2016)

In un'altra sezione del libro si parla dell'applicazione della LD in nazioni colpite da catastrofi naturali, il cui Spread va puntualmente fuori controllo se manca una meccanismo automatico di sostegno all'economia locale.

Ne consegue che è teoricamente possibile per gli stati dotarsi di questo strumento di creazione di economia reale, anche a prescindere dal fatto che lo Stimolo Monetario venga dalla stampa di nuova moneta (non possibile per l'Italia, né per gli altri stati membri dell'UE).
Lo Stimolo Fiscale in questi casi (non lo chiamiamo monetario, per evitare fraintendimenti) dovrebbe essere una voce a bilancio dello Stato, con regole di attribuzione alle località colpite da calamità naturali.
Si tratta quindi di destinare delle risorse certe agli incentivi fiscali per la creazione di offerta (detassazione utili per imprese che investono sul territorio colpito dalla calamità) e domanda (rimborso IVA per consumi di privati fatti tramite moneta elettronica).



Ad esempio, gli incentivi alle imprese (italiane) per gli investimenti di lungo periodo potrebbero riguardare le province di Rieti, Ascoli e L'Aquila. O anche solo i comuni colpiti, per meglio concentrare le risorse sulle aree più svantaggiate.

Vanno pensate delle Variabili di Controllo che consentano una modulazione della politica di incentivazione fiscale, sia a livello di "intensità" (quantificazione delle risorse a disposizione), che di durata (una variabile temporale che concentri o dilati la validità degli incentivi). Ci vogliono inoltre Variabili di Controllo per "localizzare" gli interventi (ad esempio maggiori risorse per le imprese locali e minori per quelle che vengono ad investire da fuori comune, provincia o regione).

Le Variabili di Controllo servono alla LD anche a livello di teoria generale applicata all'economia comunitaria (sostituiranno il famigerato "Tasso di Interesse", praticamente l'unica leva, ad oggi, in mano alla BCE), ma è un ambito di ricerca aperto, sul quale c'è ancora da studiare. 

Sicuramente le ultime voci di una richiesta all'Europa, da parte dell'Italia, di flessibilità sui propri conti per gli interventi di ricostruzione nelle zone terremotate, fanno venire qualche mal di pancia a chi pensa che un principio cardine dell'UE sia proprio la solidarietà fra stati. Non è infatti previsto un meccanismo automatico di flessibilità sugli investimenti per la ricostruzione (se non quando è a rischio la tenuta industriale del paese che ne fa richiesta). Come a dire, aiutiamo solo chi genera PIL, il resto non conta.

Quello che invece l'adozione della Liquidità Distribuita potrebbe portare in Europa è un nuovo modo di pensare gli aiuti: incentivi automatici e regolamentati a livello di sistema economico comune. Non perché "servono" al PIL europeo, ma perché "sono giusti". 
Anche se, come spiegato in un altro post, con la LD c'è sempre un ritorno diretto sul PIL dello stato oggetto di aiuti e dell'UE nel complesso (e questo lo ribadisco perché, ahimè, nelle scelte economiche guida sempre l'interesse del singolo attore, sia esso uno stato, un'impresa o il privato cittadino).

Si potrebbe quindi arrivare all'istituzione di un ulteriore Stimolo Monetario (chiamiamolo ipoteticamente SMC, ovvero Stimolo Monetario per Calamità) destinato agli investimenti degli stati membri sui territori colpiti da disastri naturali. Lo SMC (che in questo caso potrebbe essere generato, come previsto dalla LD, con emissione di nuova moneta) sarebbe ulteriore a quello destinato al bilanciamento del sistema (per le differenze di Spread fra stati) e potrebbe diventare un'altra Variabile di Controllo in mano alla BCE per aiutare l'economia reale degli stati membri. In questo caso i beneficiari degli incentivi fiscali sarebbero le imprese e i cittadini degli stati membri (secondo le formule previste dalla LD), ma i beneficiari ultimi risulterebbero le comunità locali colpite dal disastro.

Insomma, se c'è una cosa interessante di questa terribile invenzione del genere umano, la moneta, è che, per sua natura, è Liquida. E allora lasciamola fluire!
Lì dove serve.

22 agosto 2016

Bibliografia minima del markettaro (Capitolo II)

[Segue dal Capitolo I]

In questo ultimo weekend di ferie ho finalmente deciso di mettere un po' di ordine fra i miei libri. Ed è proprio nel decidere se un certo libro finiva sulla mensola "Pubblicità" o nello scaffale "Marketing" che mi è tornata alla mente la vecchia (ma ricorrente) richiesta di stilare una bibliografia minima sulla sottile arte della Comunicazione Promozionale.

Senza pretesa di essere esaustivo, o illuminato da chissà quale esperienza pluriennale (sono, in fondo, un giovane vecchio di 34 anni), devo riconoscere che qualche buon libro mi è pur passato fra le mani. E allora perché non condividerlo? Magari risulterà utile a qualche altra anima prava che cerca di comporre il puzzle della propria formazione professionale.

Una premessa alla lista che segue è d'obbligo: la Pubblicità è solo una Parte del Marketing (con la P maiuscola non per indicare una presunta priorità, ma in riferimento alle 4P del Marketing Mix: Product, Price, Place, Promotion).
Credo però che un buon pubblicitario sia un professionista che sa di marketing, ancorato ad una visione ed una conoscenza ampia, fatta di strategie aziendali, scenari macro e microeconomici, politica, sociologia... insomma, "markettaro" non è un nomignolo dispregiativo, bensì un vezzeggiativo.
In questa chiave di lettura la mia proposta di bibliografia essenziale unisce numeri e parole, simboli e archetipi, materia e spirito.
 


I FONDAMENTALI: I LIBRI DI GEPPI DE LISO

  • Marchi - Tutto quello che occorre sapere (di Geppi De Liso)
  • Creatività & Pubblicità - Manuale di metodologie e tecniche creative (di Geppi De Liso)
Per cominciare, che siate neofiti o addetti ai lavori, non potete non leggere i libri di Geppi De Liso. In particolare "Marchi" è stata per me una lettura chiave, che mi ha consentito di fare notevoli passi verso l'elaborazione del concetto di Marketing Etico (di cui ho già scritto ampiamente su questo blog: "Marketing & Etica", "Ancora sul Marketing Etico", "Pubblicità etica: ossimoro o possibile strada per un nuovo tipo di comunicazione promozionale?").
Dei libri di De Liso, tra le tante caratteristiche positive, apprezzo molto l'approccio alla presentazione dei concetti, unico nel suo genere: un sapere enciclopedico reso accessibile da riferimenti pratici, casi di studio, immagini chiare e illuminanti.
Se volete leggere solo due libri, scegliete questi.

LA SOSTANZA: COSA DIRE + COME DIRLO

  • Mandategli un calzino solo (di Stan Rapp e Thomas L. Collins)
  • Neuromarketing - Attività cerebrale e comportamenti d'acquisto (di Martin Lindstrom)
  • Invertising - Ovvero, se la pubblicità cambia il suo senso di marcia (di Paolo Iabichino)
  • Lector in fabula - La cooperazione interpretativa nei testi narrativi (di Umberto Eco)
Ho volutamente unito libri tra loro molto diversi, per esprimere un unico concetto, molto importante: forma e contenuto nella pubblicità sono indissolubilmente legati.
Nel libro di Stan Rapp e Thomas L. Collins sono descritte tante idee geniali che hanno fatto la fortuna di aziende grandi e piccole, accomunate dalla centralità della strategia: non si sono limitate a fare della buona comunicazione, hanno scelto "cosa dire" in virtù di una strategia di marketing intelligente. Questo è un libro sul marketing, non sulla pubblicità, infatti; ma è anche un libro sulla creatività, che è alla base della buona pubblicità. Lo consiglio a chiunque voglia andare oltre i primi due libri.
Neuromarketing di Lindstrom vi farà capire qualcosa che già avrete iniziato ad intuire leggendo Rapp e Collins: il pubblicitario deve sapere come funziona la mente umana, altrimenti le sue idee non otterranno riscontri positivi. Con Lindstrom ci affacciamo in un mondo meraviglioso e pericoloso, per cui se leggete questo libro dovete leggere anche quelli al paragrafo IL FINE: IL BENE.
Invertising di Paolo Iabichino è utile per capire che la pubblicità, come tutte le forme di comunicazione, si evolve con la società. Per cui quello che puoi e devi dire oggi, così come la forma nella quale lo dici, è diverso da quello che dicevi ieri. La centralità del consumatore (che oggi è più corretto chiamare prosumer per ribadirne il ruolo attivo nel processo produttivo) impone alle aziende di puntare alla fiducia più che alla fedeltà, e quindi il fine ultimo della pubblicità è il consenso, non la persuasione (come è stato per decenni). 
In questa "inversione" di tendenza dell'advertising i nuovi media giocano un ruolo centrale, ma non ho voluto inserire libri al riguardo, perché... questa è pur sempre una bibliografia "minima".
Mi limito ad evidenziare che, per me, nel "COME DIRLO" è incluso il "DOVE". Senza arrivare all'estremizzazione arcinota di Marshall McLuhan ("il medium è il messaggio"), nella scelta della forma (che è parte integrante della sostanza, lo ripeto) il buon pubblicitario deve avere conoscenza di tutti i media.
In chiusura di questo paragrafo, vi consiglio Lector in fabula, del mio amatissimo Eco. Un libro che probabilmente non starebbe in una bibliografia minima-minima, ma che voglio inserire perché a me ha aperto gli occhi sulle possibilità offerte dal copywriting di alto livello: in una parola, ingaggio. Se, nella progettazione di un messaggio pubblicitario, siete in grado di coinvolgere il pubblico attivamente nell'interpretazione dello stesso, e di giocare su più livelli di significato, magari comprensibili in maniera incrementale da target diversi, allora siete sulla strada giusta per diventare dei buoni pubblicitari.

L'ANALISI: PRIMA DI PARLARE ASCOLTA

  • Il Fascino dei Numeri - Far crescere il business con i dati a disposizione (Dimitri Maex e Paul B. Brown – con un saggio di Paolo Iabichino, “Numeri e Parole”)
  • Freakonomics - Il calcolo dell'incalcolabile ( di Steven D. Levitt e Stephen J. Dubner)
Il libro di Dimitri Maex è perfetto per far parlare creativi e uomini del marketing. I primi non potranno (più) snobbare i secondi, perché i numeri sono davvero una risorsa chiave per capire come impostare qualsiasi comunicazione di successo. Ecco, un "markettaro", nell'accezione positiva che gli do io, è uno che ha letto Geppi de Liso e Dimitri Maex.
Il libro Freakonomics l'ho inserito qui più come "alert" che altro: non vi affidate al mero buon senso, a volte c'è bisogno di andare davvero a fondo dei fenomini sociali per capirne le relazioni di causa ed effetto. Capire, ascoltare il pubblico, è la priorità del buon pubblicitario.

LA MENTE: ANDARE IN PROFONDITÀ

  • Enciclopedia dei Simboli (collana Le Garzantine)
  • Dizionario Iconografico dei Simboli (Ino Chisesi)
  • Le 48 leggi del potere (di Robert Greene)
  • I livelli di pensiero - Come lavorare in profondità con la PNL per arricchire l'esperienza della vita (di Robert B. Dilts)
Non ho mai creduto che la coppia copywriter-grafico fosse la soluzione per la comunicazione pubblicitaria moderna (nella quale la parte visiva è spesso preponderante). Per questo credo che chi progetta messaggi pubblicitari deve conoscere il potere dei simboli e degli archetipi, perché sono in grado di muovere le persone più dei culi nudi (se li possono spiattellare in TV a tutte le ore, potrò permettermi di scrivere "culi" sul mio blog!). Questo senso hanno la Garzantina sui Simboli e il Dizionario Iconografico dei Simboli di Ino Chisesi (fate dei confronti fra i due, perché dicono a volte cose diverse, ma, lette insieme, vi possono "illuminare").
Al di là della parte visual, il simbolo è intrinsecamente legato alla funzione "vera" della pubblicità, come ho già ricordato su questo blog.
Ma capire come funziona l'uomo è una sfida complessa, e a volte un buon manuale di strategia "antropologica" vi può tornare utile; per questo vi consiglio di leggere Le 48 leggi del potere di Robert Greene.
Per andare ancora più in profondità, non posso non citare Robert Dilts e i suoi livelli logici: capire cosa muove le persone vi farà pensare a messaggi davvero efficaci.

IL FINE: IL BENE

  • Avere o essere? (di Erich Fromm)
  • Per un'abbondanza frugale - Malintesi e controversie sulla decrescita (di Serge Latouche)
  • Il potere della Kabbalah - Una tecnologia per l'anima (di Yehuda Berg)
  • Wumenguan - I precetti segreti dei koan zen (di Thomas Cleary)
Ora che siete dei pubblicitari con i superpoteri, non posso che ricordavi che a questi poteri corrispondono grandi responsabilità (sì, anche Spider-Man si merita una citazione). Questo è il senso dei titoli che vorrei consigliarvi in chiusura di questa Bibliografia Minima del Markettaro.
Erich Fromm è un classico, ma proprio per questo sempre attuale: ricordatevi che è possibile promuovere la modalità "dell'essere"; anzi, mai come in questi tempi è, insieme, necessario e vincente come strategia.
Con Latouche vorrei ricordarvi che il fine non è mai "vendere di più", ma costruire un mondo migliore.
La Kabbalah di Berg vi renderà degli esseri spirituali, anche se non lo siete, e per forza di cose opererete su un piano di Luce.
I koan zen servono ad aprirvi la mente: solo se siete illuminati potrete illuminare gli altri (che è quello che avviene quando comunicazione creativa e prodotto/servizio sponsorizzato sono entrambi pensati nel piano della Luce).

LA CHIUSURA: DUE LIBRI BONUS

  • Quotations of David Ogilvy - (della Ogilvy & Mather)
  • Lire 26.900 (di Frédéric Beigbeder)
Col paragrafo precedente mi sono reso conto che stavo sparando troppo in alto, col rischio di non essere preso sul serio. Allora ho deciso di chiudere con due libri bonus, che hanno due scopi: il primo vi farà amare la pubblicità, perché le citazioni di uno dei più grandi pubblicitari di tutti i tempi vi faranno desiderare di emulare la sua sagacia; il secondo, invece, ve la farà odiare.
Il libro di Beigbeder, anche se è un romanzo di fantasia, mette in luce tutto il buio che c'è in questo mondo. Chiudo quindi con una citazione tratta da quest'ultimo libro, perché vi farà prendere in seria considerazione i libri consigliati al paragrafo precedente.   :-)

«Sono un pubblicitario: ebbene sì, inquino l'universo. Io sono quello che vi vende tutta quella merda. Quello che vi fa sognare cose che non avrete mai. (...) Io vi drogo di novità, e il vantaggio della novità è che non resta mai nuova. C'è sempre una novità più nuova che fa invecchiare la precedente. Farvi sbavare è la mia missione. Nel mio mestiere nessuno desidera la vostra felicità, perché la gente felice non consuma.» 
(da Lire 26.900 di Frédéric Beigbeder)

21 agosto 2016

Bibliografia minima del markettaro (Capitolo I)

Spesso mi hanno chiesto consigli sui libri da leggere per diventare pubblicitari, quasi che il "markettaro" fosse una professione che si può apprendere leggendo qualche manuale.
Ovviamente ho sempre scosso la testa e mancato di indicare titoli, perché in fondo convinto che la magia della comunicazione creativa si imparasse per altre vie più ardue e meno lineari di una bibliografia (minima o massima che fosse).

La risposta didascalica (in realtà profondamente evasiva) era per lo più la seguente: qualsiasi libro contribuisce a formare la cultura di una persona e perfino il suo "essere" più autentico; per questa ragione ogni libro in cui ci si imbatte può rivelarsi essenziale al raggiungimento di competenze importanti nel mondo della pubblicità, quali creatività, senso dello humour, gusto estetico, antropologia, psicologia ed etica, solo per citarne alcune.
Quindi leggi quel che vuoi, ma leggi, leggi tanto e spazia più che puoi in generi, temi e autori.

Ricordo una volta, in particolare, che il confronto con alcuni studenti di un istituto superiore mi rese ancor più certo che si possono sfornare grandi pubblicità a prescindere dai libri letti sul tema dell'advertising.
Stavo tenendo un corso della durata di un paio di mesi, il pretenzioso fine era fornire nozioni di "Web Marketing e Comunicazione Creativa". Durante il modulo di Comunicazione Creativa, con mia grande gioia, gli studenti sfornarono una buona pubblicità, completamente frutto del loro estro creativo.
Ve la riporto di seguito, perché la trovo valida ancora oggi.


A quei tempi Facebook indicava, nel proprio stream di attività social, gli "I Like" degli amici con la frase "A Tizio piace questo elemento" (ora superata da una grafica autoesplicativa che non necessita di frasi ridondanti). Ma "a quei tempi" l'adv era perfettamente comprensibile da chi usasse Facebook e conoscesse la favola di Biancaneve e delle mela avvelenata (meno di 1 miliardo di persone, all'epoca, ma comunque la totalità del target). Io avrei preferito solo la mela del logo Apple, nel visual, ma gli studenti vollero inserire anche il packshot, poiché nel briefing che avevo assegnato loro si parlava di promuovere un prodotto specifico.

Fatto sta che l'adv mi piacque molto e quando, a fine corso, le ragazze del gruppo più "creativo" (ebbene sì, erano tutte donne) mi chiesero consigli sui libri da leggere per diventare pubblicitari, non me la sentii di aggiungere saccenti indicazioni che avrebbero ottenebrato quelle menti brillanti, e me ne uscii con la risposta standard di cui sopra.

Ma allora perché questo post si intitola "Bibliografia minima del markettaro"??
Perché con l'età che avanza e l'estate che va finendo si può anche cambiare idea...

[Continua ...]

24 giugno 2016

L'Inghilterra che mi ricordo e la sbornia del dopo Brexit

Il risultato del referendum in Gran Bretagna mi ha riportato alla mente due distinti periodi della mia vita nei quali ebbi modo di conoscere bene quel popolo che oggi è sotto gli occhi e sulla bocca di tutto il mondo.
Un popolo incredibilmente più complesso dell'immagine che ha saputo "vendere" agli altri stati.

Nell'estate dei miei 18 anni volai con un amico in Inghilterra. Il patto con i nostri genitori era chiaro: avete i soldi per una settimana, dopo di che tornate in Italia. Trovammo lavoro dopo pochi giorni e restammo a Londra per due mesi.
Il mio inglese migliorò sensibilmente, ed anche la mia autostima: Londra era la città dove chiunque poteva trovare una via, una sua realizzazione. Feci il "sostituto" lavapiatti all'inizio, poi un po' il cameriere, infine mi dirottai in periferia per fare il muratore.
Nei weekend andavo in Trafalgar Square e mi chiudevo nella National Gallery. Passavo ore e ore a guardare i dipinti dei maestri italiani, rendendo grazie a quella illuminata nazione che mi consentiva di farlo gratuitamente.
Guadagnavo tanto e potei licenziarmi con una settimana di anticipo rispetto al rientro in Italia; investii quel tempo libero andando in giro per musei.
Questa era l'Inghilterra del nuovo millennio (correva l'anno 2000).

Mi capitò di tornare nel Regno Unito per un periodo di tempo più lungo. Era il lontano 2006 ed avevo scelto come meta Cambridge.
Lavoravo contemporaneamente in un ristorante italiano, in un'agenzia di lavoro interinale e in un college. Per lo più era proprio in quest'ultimo luogo, il Gonville and Caius College, che passavo più tempo. Mi sentivo accettato dalla comunità locale di "immigrati" ed anche dai ricchi studenti inglesi, che beneficiavano della mia conoscenza dei vini italiani nelle loro cene di gala.
Fu un periodo bello e intenso (lavoravo anche 18 ore al giorno, dormendo pochissimo), ma vi posi termine decidendo di tornare in Italia: in ultima istanza, mi ritrovai a pensare che non aveva molto senso vivere in Inghilterra per servire cibo italiano, consigliare vini italiani e nel tempo libero andare nei musei ad ammirare le opere di artisti italiani.

Posi così fine alla mia permanenza in Gran Bretagna, ma ho continuato a portarla nel cuore, più che mai in questi ultimi tempi. Ho ancora amici che vivono lì, e non potevo vivere questo referendum in maniera neutra.

Alla vigilia della giornata referendaria ho scritto che, indipendentemente dal risultato, ci sono delle colpe del sistema-Europa che vanno affrontate. E lo confermo, ora che è sancita la BREXIT e che si aprono scenari inquietanti per tutti i cittadini dell'UE.
Ma vorrei attribuire qualche colpa anche a quella popolazione (per lo più anziana, disinformata e opportunista, ci dice l'analisi del voto) che ha spaccato il Regno Unito e ha portato a questa situazione di crisi planetaria.

Chi ha vissuto in Inghilterra ed ha bevuto almeno una volta una pinta di birra in un pub non turistico, di quelli dove incontri la classe operaia vera, non può essere sorpreso dal risultato di questo referendum. Mi ricordo benissimo la diffidenza con cui ci trattavano (noi forza lavoro europea, qualificata e a basso costo), così come ricordo che tutti i datori di lavoro che ho avuto preferivano un italiano ad un inglese: se c'era da lavorare tanto e senza fare storie, un italiano o un polacco erano meglio di qualsiasi giovane inglese. Non è superfluo aggiungere che ogni singola ora di lavoro che ho svolto sul suolo britannico era in regola, pagata bene, e con tutti i diritti che ne conseguivano.

Proprio per questo "virtuoso sfruttamento" apprezzavo l'intelligenza dell'Inghilterra, che apriva le porte a chiunque avesse da offrire qualcosa al proprio sistema economico, pur rimanendo gelosamente se stessa.
Cosa è successo, quindi, ai miei amici inglesi per arrivare a questa scelta?

Forse hanno solo dato voce ai loro istinti peggiori, quelli che hanno sempre avuto dentro, ma che fino all'altro giorno tenevano a freno. Di quelli che sono soliti sfogare solo il venerdì sera, dopo pinte di birra o bicchieri di gin, nella "sicurezza" di una strada, non certo dentro un'urna.

Ci sono studiosi che affermano che l'intera Rivoluzione Industriale, senza il gin, non sarebbe stata possibile. Lavorare come schiavi 5 giorni a settimana, reprimendo ogni istinto fino al venerdì sera (momento di libero sfogo di qualsiasi frustrazione), era una prassi voluta e favorita dal sistema capitalistico dell'Inghilterra del XVIII secolo (che non a caso aveva inserito il gin nel salario degli operai).

La Gran Bretagna è un paese con sacche di ignoranza incredibili, mancanza di visione di insieme (sul piano nazionale, figurarsi quindi sul piano europeo), paure ed egoismi radicati.
Quindi, semplicemente, quello della permanenza nell'UE non era un tema su cui fare un referendum. E sicuramente non doveva essere consentita una campagna di comunicazione pro-Brexit il cui messaggio era: è venerdì sera, i pub sono aperti e se votate BREXIT avremo gratis birra e gin a fiumi!

Perché la sbornia del giorno dopo è toccata a milioni di ignari e innocenti cittadini europei.

La famosa e osannata foto di Joel Goodman, che ritrae scene di strada a Manchester, nell'ultima notte del 2015. Una foto bellissima, con luci e ombre perfettamente bilanciate, personaggi che sembrano appartenere ad un quadro rinascimentale, pose plastiche quasi michelangiolesche. Il preludio di un 2016... col botto.