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25 settembre 2015

La Volpe del deserto, la Volkswagen e altre storielle germaniche

I più assoceranno l'appellativo Volpe del deserto a Erwin Rommel, feldmaresciallo tedesco durante la Seconda Guerra Mondiale, a capo delle truppe germaniche in Africa.

Ma non è a Rommel che associo in questi giorni il nomignolo "Wüstenfuchs".
Lo associo invece ad Angela Merkel.
Rommel fu così soprannominato perché era scaltro, acuto, e perché muoveva la sua Panzer-Division fra le sabbie dei deserti nord africani.
La Merkel invece è una furbetta che si aggira per un deserto da lei stessa creato: il deserto dell'Unione Europea.


Raccontiamo però la storia per intero, perché può essere utile capire cosa la Germania stia facendo del "feudo Europa".

Con la vicenda Grexit i tedeschi hanno dimostrato di avere a cuore esclusivamente i propri interessi e di non essere in grado di concepire l'Europa come una confederazione di stati solidali tra loro. Ho ampiamente descritto le mie opinioni a riguardo ed ho fornito una ricostruzione storica delle motivazioni tedesche in un recente articolo (Le conseguenze economiche della pace e il fallimento dell'Europa Unita a guida neonazista).

Tuttavia il danno di immagine per "la Germania delle sanzioni e dei dictat" è stato ampio e di portata mondiale. I tedeschi hanno quindi ben pensato di sfruttare l'emergenza immigrazione per mostrarsi al mondo in una nuova veste.
Peccato che la fuga in avanti della Merkel, con l'apertura delle frontiere ai rifugiati siriani, abbia di fatto precluso la possibilità di una soluzione europea condivisa al problema del regolamento dei flussi migratori.

Scegliere di accogliere i siriani è stata una mossa dannosa per l'UE, ma astuta per la Germania.
Sono la popolazione che più di tutte necessita di aiuto a causa della guerra, e quindi agli occhi del proprio elettorato (che non necessariamente può capire quanto importante sia, per l'economia del Paese, mantenere la popolazione stabile o in leggera crescita) sono rifugiati con pieni diritti e non immigrati clandestini.
Inoltre, i siriani sono più facilmente integrabili rispetto agli immigrati di altre nazionalità: sono generalmente più ricchi, hanno un livello di scolarizzazione più elevato e possono quindi essere considerati anche una risorsa dal punto di vista professionale. Non è un caso che la Merkel, ospite recentemente al Salone dell'auto di Francoforte, abbia fatto un appello alle case automobilistiche tedesche, affinché assumano i rifugiati siriani. Appello subito e favorevolmente accolto dai costruttori.
In realtà è più probabile che siano state proprie le case automobilistiche tedesche a presentare negli ultimi anni le proprie esigenze al Governo, sottolineando l'urgenza di trovare manovalanza a basso costo.
Il tasso di crescita della Germania nel 2014 è stato - 0,18%. Ovvero la variazione media percentuale annua della popolazione è stata negativa. Il deficit di nascite e le emigrazioni non sono state compensate dai nuovi immigrati entrati nel Paese. Se si guarda agli ultimi dieci anni, dal 2004 al 2014, la Germania ha visto diminuire di oltre 1 milione e mezzo la propria popolazione.

Ecco che la scelta "di aprire le porte" ad una piccola e qualificata parte dei migranti, che in questi mesi si stanno riversando in Europa, trova una sua logica spiegazione (che non ha nulla a che vedere con lo spirito di solidarietà).

Quello che davvero infastidisce, però, non è il gesto in sé, che, fra le tante discutibili scelte di politica estera della Merkel, è forse il meno criminale. Il vero problema è che la Germania, per l'ennesima volta, non si sia curata di creare un percorso comunitario per la gestione della crisi. L'immigrazione è una sfida per tutto il Continente e necessita quindi di un approccio comunitario. Ci vogliono soluzioni capaci di creare consenso fra gli stati membri, non prese di posizione autarchiche.

C'è una relazione di causa ed effetto se all'operazione di facciata dei Tedeschi molti Stati abbiano risposto con la chiusura delle frontiere e l'innalzamento di muri.
Con la spaccatura consumatasi in questi giorni sul tema delle quote obbligatorie, forse la Merkel ha capito di aver sbagliato, ma ciò non le ha impedito di continuare a rifiutare un percorso politico vero, inclusivo di tutti gli attori coinvolti nell'emergenza che, ricordiamolo, è prima umanitaria e poi economica.

Se come Europa non abbiamo una politica finanziaria condivisa (vedi il caso Grecia), non abbiamo una politica estera comune (vedi Siria, Libia, ecc.), e nemmeno la lontana speranza di avere un approccio comunitario alla risoluzione dell'emergenza immigrazione, è perché la Merkel ha fatto un deserto attorno a sé.
L'Europa Unita è impossibile finché lasceremo la Germania libera di esercitare un potere che ha costruito sulla pelle di milioni di innocenti.

E qui veniamo ad un'altra storiella germanica.
Tempo fa mi recai ad Auschwitz, in pellegrinaggio, più che in visita. Fra le tante cose che mi rimasero impresse, ci fu edificio che ospitava una mostra di dipinti raffiguranti le industrie tedesche prosperate grazie alla guerra e all'uso dei deportati per la produzione a basso costo: Basf, Bayer, BMW, Daimler, Krupp, Siemens,Volkswagen e molte altre.
Si stima che furono oltre 8 milioni gli schiavi impiegati in più di 2500 aziende tedesche.


Il punto è questo: la potenza industriale tedesca è diventata tale barando, in tanti e diversi momenti storici. Il recentissimo scandalo della Volkswagen, che ha truccato le centraline delle proprie autovetture per aggirare le normative antinquinamento e continuare ad esportare in altre nazioni i propri prodotti, è solo l'episodio più recente di una storia costruita sulla sopraffazione, la menzogna e l'egoismo.
Cos'altro serve agli Stati membri per capire che questa Germania non può essere alla guida dell'UE?

Perfino Rommel pare che si sia ricreduto sul suo operato e abbia preso parte al tentativo, poi fallito, di uccidere Adolf Hitler. Ma sperare in una conversione della Merkel sembra cosa ben più difficile.

11 agosto 2015

Google diventa Alphabet. Ma cosa si nasconde nel cambio di nome?

Ti svegli una mattina e scopri che Google non esiste più. I fondatori e soci di maggioranza, Larry Page e Sergey Brin, hanno deciso di chiamarlo Alphabet. Non si tratta di un semplice cambio di nome, ma di una riorganizzazione aziendale finalizzata a cambiare l'assetto finanziario e societario del Colosso di Mountain View.
Alphabet Inc. sarà quindi una conglomerata che possiederà al 100% le attività dell'attuale Google e che probabilmente diversificherà sempre più il proprio business, continuando ad investire in progetti innovativi, ma tenendoli finanziariamente ben distinti dal core business, che ad oggi è l'unico a generare profitto: la pubblicità sul motore di ricerca. Google, per l'appunto.

Forse la manovra serve principalmente agli azionisti, per avere una visione più chiara di quali progetti di ricerca, fra i mille intrapresi, possono diventare società distinte, magari da quotare in borsa separatamente, pur se partecipate in quota maggioritaria da Alphabet.
O forse nasconde un intento più ambizioso... Insomma, ci avviamo verso quel futuro, ipotizzato in tanti libri e film di fantascienza, in cui c'è una Super Holding che possiede qualsiasi attività produttiva del mondo.

Ma non è su questo che mi voglio soffermare, sono in vena di riflessioni più contingenti, più legate al mio lavoro di consulente in ambito Web e SEO.



La domanda che mi pongo ogni volta che leggo una notizia o un rumor su Google, da oltre 10 anni, è: cosa cambia nelle SERP? cosa posso imparare da questa vicenda? c'è qualche deduzione che posso fare per scoprire un trend o per confermare un'ipotesi di reverse engineering?

In questo caso, a prima vista, sembrerebbe non esserci alcun collegamento fra il re-naming e l'algoritmo del motore di ricerca. Ma non me la sento di liquidare sbrigativamente la faccenda; ho già ampiamente scritto sull'importanza del dare i nomi alle cose e, manco a farlo apposta, era proprio in occasione di un naming annunciato da Google ("Perché Android 4.4 KitKat è uno Scherzo Infinito. E perché i nomi sono una cosa seria.").

Proprio per questa ragione una riflessione la farei sul significato del nome ALPHABET.
Larry Page ha scritto, nella comunicazione di lancio della nuova società (che potete leggere sul significativo link abc.xyz ): «Ci è piaciuto il nome "Alfabeto", perché indica una raccolta di lettere che rappresentano il linguaggio, una delle innovazioni più importanti dell'umanità, ed è il cuore dell'indicizzazione di Google!».


Questo accenno al linguaggio come "innovazione dell'umanità" lo ritengo significativo. Passare dalle lettere alle parole e da queste al linguaggio, significa fare un salto enorme, significa passare dal segno alla rappresentazione, dalle parole al significato delle stesse. Ecco, questo è il trend che credo il motore di ricerca prenderà: sempre più semantico, sempre meno ancorato alle parole chiave.

Il linguaggio umano è un codice complesso di rappresentazione della realtà. È addirittura alla base del modo in cui pensiamo (cit. Wilhelm von Humboldt).
Pensare al linguaggio significa andare oltre la parola. Io credo che il nome Alphabet, in ultima analisi, indichi il rafforzamento di un cambiamento già in atto sul primo motore di ricerca del mondo: un algoritmo capace di lavorare sul significato delle parole, magari collegato ad una forma di Intelligenza Artificiale, in grado di dare risposte dirette alle domande che milioni di utenti ogni giorno pongono online.

Credo sia utile aggiungere, a supporto di questa intuizione, che Google-Alphabet è l'unica azienda al mondo che potrebbe davvero creare un'Intelligenza Artificiale (idea base del bel film Ex Machina del geniale Alex Garland). E lo può fare non perché possiede DeepMind (azienda britannica che si occupa di AI, acquistata nel 2014 per oltre 400 milioni di dollari), ma perché sa "come" pensano miliardi di uomini e donne. Perché sa come parlano.

14 luglio 2015

Nessun uomo è un'Isola

La vicenda del salvataggio della Grecia, tristissima per chiunque creda nell'Europa come confederazione di stati alla pari, mi ha ricordato una citazione di John Donne, riportata da Ernest Hemingway come epigrafe iniziale del suo magnifico libro "Per chi suona la campana".
È un verso bellissimo, una riflessione importante, che dà il titolo al romanzo di Hemingway e ne costituisce, in ultima analisi, la chiave interpretativa.

Non so come mai mi sia venuta in mente sentendo i telegiornali di questi giorni. Forse perché Donne parla di Europa già 400 anni fa, forse per il percorso così "crudele" che ha portato a questo salvataggio in extremis, o forse perché il romanzo di Hemingway è ambientato durante la Guerra civile spagnola ed io ho recentemente ricollegato alle grandi guerre del secolo scorso le origini di certe ostilità che si sono manifestate nella vicenda del default greco.

Fatto sta che molti politici ed economisti in Europa non hanno ancora imparato questa lezione. 
Nessun uomo è un'Isola,
intero in se stesso.
Ogni uomo è un pezzo del Continente,
una parte della Terra.
Se una Zolla viene portata via dall'onda del Mare,
l'Europa ne è diminuita,
come se un Promontorio fosse stato al suo posto,
o una Magione amica o la tua stessa Casa.
Ogni morte d'uomo mi diminuisce,
perché io partecipo all'umanità.
E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana:
Essa suona per te.

John Donne (1573-1651)


5 luglio 2015

Le conseguenze economiche della pace e il fallimento dell'Europa Unita a guida neonazista

La prima riflessione, dopo mesi di assenza da questo blog, va a quello che sta vivendo l'Europa. Partendo però dall'esperienza personale, che inevitabilmente filtra ogni fatto, ogni evento, come se fossero degli occhiali colorati sempre calati sugli occhi, che rendono tremendamente soggettiva ogni osservazione della realtà.
Questo incipit è quindi una dichiarazione di faziosità del sottoscritto. Non pretendo di avere la verità e non griderò la mia come se fosse l'unica possibile. Ma mai come oggi sento di voler dire quello che i mie occhi vedono, pur se colorato e forse falsato dagli occhiali di un liberal-comunista neo-keynesiano (ogni ossimoro e contraddizione in termini è puramente volontaria).

Da quando ho creato questo blog mai sono stato assente per tanti mesi. In questo 2015 ho scritto un solo post. Avevo idee per almeno una dozzina di articoli, riflessioni da condividere, provocazioni da lanciare. Ma mi mancava il tempo. Ogni minuto della mia precaria esistenza dell'ultimo anno l'ho dedicato a lavorare, lavorare, dalle 10 alle 16 ore al giorno, senza pause, anche nei weekend. Non per fame di ricchezza o carriera, ma per fare la mia parte. Dare qualche opportunità di formazione e crescita alle mie figlie, pagare le tasse, spingere sull'acceleratore della ripresa con gli strumenti a mia disposizione: qualche competenza e tanta buona volontà.
Tanto lavoro e tanti sacrifici, in questi giorni di discussione sul futuro della Grecia, mi hanno ricordato la prima, dominante, negativa impressione che mi fecero i greci quando visitai la loro terra.

Il ricordo che ho della Grecia, quando una decina di anni fa sono andato in vacanza lì, è di un paese completamente privo di "etica economica". Le persone vivevano baciate dal sole, dal turismo che garantiva entrate, e da un nero profondo. Nessuno sapeva cosa fosse una ricevuta, uno scontrino, una dichiarazione fiscale.
Ricordo il padrone di casa che affittò al nostro gruppo di amici 3 appartamenti della sua grande casa, acquistata con i soldi della sua generosa pensione svizzera (era emigrato in gioventù e aveva lavorato per trent'anni come portiere in un condominio). Non si poneva minimamente la domanda se fosse giusto o meno non dichiarare i soldi degli affitti che incassava (per inciso, la casa non l'avevo trovata io, che mai avrei accettato di pagare senza una ricevuta).
Una persona benestante, che non aveva bisogno di nulla, ma che si rifiutava di pagare alcunché al fisco del suo Paese. O meglio, del Paese che lo ospitava, che lo riaccoglieva, e nel quale non aveva mia pagato tasse nella sua vita lavorativa.
Come lui la quasi totalità degli esercizi economici nei quali mi sono imbattuto in quell'estate del 2005.

Ecco, questo è tutto quello che dirò di negativo della Grecia. Non aggiungerò altro. Dico solo che se penso al mio ultimo anno di lavoro, o al prototipo di italiano onesto che si sforza di pagare le tasse, di credere che la propria goccia sia fondamentale per la ripresa del proprio Paese, devo riconoscere che nel mio breve soggiorno in Grecia non ho incontrato nessuno che incarnasse nemmeno lontanamente questo profilo di cittadino.
Spero di essere stato sfortunato, o che le cose siano cambiate in questi anni. Fatto sta che questo post non parla delle colpe della Grecia. Parla della colpe dell'Europa. Ho solo voluto raccontare un aneddoto perché è giusto tener presente che lo Stato ellenico e i greci come singoli cittadini qualche colpa ce l'hanno.

Ma procediamo per gradi. Parliamo di un altro colpevole. Parliamo delle colpe della Germania.
Senza voler ricorrere a facili flashback storici, che possono troppo semplicisticamente mostrare i Tedeschi come un popolo di assassini senza scrupoli, egoisti, senza morale o senso di giustizia, mi limiterò qui a presentare un dato di fatto: sono loro i responsabili della profonda crisi economica che dal 2007 in poi l'Europa sta vivendo.
La Banca Centrale Europea, senza un mandato statutario che la autorizzasse a garantire il benessere economico nell'Eurozona (ma solo la stabilità dei prezzi), è sempre stata soggetta alla linea di rigore imposta dalla Germania (primo azionista), che ha pretesto manovre economiche recessive per gli stati indebitati, garantendosi così la sudditanza perenne degli stessi.

Gli analisti più illuminati affermano che il motivo per cui i Tedeschi tengono soggiogati i paesi con alto rapporto tra debito pubblico e PIL è quello di garantirsi un Euro sufficientemente debole per consentire le loro esportazioni. Se avessero avuto una moneta legata alla loro economia non avrebbero goduto di un ciclo economico favorevole così lungo, perché il rialzo della stessa avrebbe frenato le loro esportazioni (scrissi qualcosa al riguardo qualche anno fa, dopo un viaggio in Germania) e aiutato le esportazioni dei paesi con moneta debole.

Trovo allucinante che nessun leader europeo abbia mai gridato allo scandalo e abbia preteso di ridefinire le regole economiche comuni, per evitare che l'interesse di uno stato consista nella povertà e nell'indebitamento degli altri.
Ma non servirebbe inventare nuove regole per consentire la ripresa della Grecia, del Portogallo o dell'Italia. Basterebbe applicare quelle stesse regole che gli stati europei vincitori della II Guerra Mondiale hanno applicato alla Germania nel 1953, quando si resero conto che non sarebbe mai riuscita a ripagare le sanzioni di guerra [1].
Oltre a cancellare metà del debito, gli stati creditori si accordarono per applicare una regola che avrebbe garantito la ripresa della Repubblica Federale Tedesca, grazie ad una rapida industrializzazione. La regola "di civiltà" che sottostava a tale accordo era molto semplice: gli stati creditori dovevano importare beni da quelli con debito elevato.

Val la pena approfondire questo semplice concetto macroeconomico.
Se un paese esporta più di quello che importa, ha un'eccedenza commerciale (o surplus). Ciò produce un reddito in eccesso, che non è speso in beni importati. Tale eccesso può servire a riassorbire il proprio debito, oppure si trasforma in credito verso altri paesi, che a loro volta s’indebitano.

Ecco perché l'Europa, per aiutare la Germania a riprendersi dalle conseguenza della Seconda Guerra Mondiale (che essa stessa aveva scatenato), decise di importare beni prodotti nella Repubblica Federale Tedesca, creando così le condizioni per l'ascesa della potenza industriale che oggi tutti conosciamo.

Quello che però pochi sanno è che la Germania di oggi ha un surplus commerciale, che difende a denti stretti, pari al 5,8% del PIL (stima del Fondo Monetario Internazionale per il 2015), quando invece potrebbe importare merci dai paesi creditori, per aiutarli ad uscire dalla crisi.
Ecco, questo significa essere ingiusti, di fronte alla Grecia, di fronte all'Italia, di fronte alla Storia.

Ecco perché il titolo di questo post parla di un'Europa a guida nazista. Non per riprendere titoli sensazionalistici di politicanti in cerca dello slogan facile, ma perché non riesco a trovare un termine più appropriato che sintetizzi le ingiustizie (e le conseguenti crudeltà subite da "liberi" cittadini) che da anni mi trovo ad osservare sul piano macroeconomico.

Certo, le colpe dei padri non ricadano sui figli. Ma i figli non commettano le colpe dei padri.
Ed invece mi sembra proprio che i Tedeschi che oggi guidano l'Europa siano dello stesso tipo di quelli che hanno commesso i più efferati crimini contro l'umanità che la storia abbia finora conosciuto.
Certo, anche la Germania ha avuto le sue Rose Bianche [2], segno che in tutte le epoche e in tutti gli stati ci possono essere persone giuste che si battono per arginare la malvagità della maggioranza. Ma è alla maggioranza dei Tedeschi che ora sto pensando, a quella maggioranza che la Merkel non vuole scontentare in quanto suo elettorato di riferimento.
Non basta qualche decina di anni a cambiare una persona, figuriamoci un popolo. Ci vogliono filosofi, letterati, scuole di pensiero, movimenti, associazioni di volontariato, perfino religioni. E secoli, se non millenni.

La Germania, dal 1939 ad oggi, non ha visto grandi rivoluzioni culturali, né movimenti di rinnovamento sociale. Anzi, è stata animata da un unico sentimento: la vendetta.

E qui veniamo al vero colpevole della crisi della Grecia, della crisi dell'Italia e della recessione di tutta l'Eurozona. L'Europa stessa.

La prima colpa è senz'altro quella di non aver mantenuto lo spirito dei padri fondatori, che era di sussidiarietà fra gli stati membri. La seconda è che non ci si è dati regole adeguate per una convivenza economica pacifica, in grado di prevenire la scorrettezza di uno stato rispetto ad un altro (vedi la regola della bilancia commerciale in funzione del debito fra stati, sopra descritta).
Ma c'è una colpa più antica, un peccato originale commesso da alcuni stati, che stiamo scontando ancora oggi.
Ed è il mancato perdono della Germania dopo la Prima Guerra Mondiale, quello che ha portato alla Seconda Guerra Mondiale e che ha alimentato nel popolo tedesco il sentimento di vendetta che oggi stiamo sperimentando sulla nostra pelle.

Quando John Maynard Keynes nel 1919 partecipò alla conferenza della pace di Versailles come delegato del ministero del tesoro britannico, si battette per arrivare ad una pace molto più generosa di quella che invece si arrivò a siglare. Keynes riteneva le sanzioni imposte alla Germania così eccessive, da prevedere che sarebbero state la causa di nuovi turbamenti sul piano geopolitico. Non fu ascoltato e decise di scrivere le sue idee in un libro che ha fatto scuola e che è stato tristemente profetico: "Le conseguenze economiche della pace" [3].
Ecco, io credo che le conseguenze di quella pace le scontiamo ancora oggi, in un'Europa guidata da rapporti di forza non bilanciati e da leader miopi che non conoscono la storia o che, pur conoscendola, non sanno trarne i dovuti insegnamenti.
Tanto per fare un esempio, il mandato esclusivo affidato alla BCE, ovvero il controllo dell'inflazione, ha origine nella grande paura dei Tedeschi legata all'iperinflazione, che risale ai tempi della svalutazione del Marco durante la Repubblica di Weimar, negli anni venti del '900. L'iperinflazione era dovuta alla continua emissione di valuta per ripagare i debiti di guerra (proprio quelli che Keynes aveva messo in guardia dall'imporre).
Ecco, quel ricordo dei loro nonni o bisnonni, che andavano in giro con carriole di cartamoneta per comprare un pezzo di pane, ha indotto i Tedeschi a imporre un mandato alla Banca Centrale Europea quantomeno limitato (se non addirittura controproducente, nella stragrande maggioranza degli scenari economici).

Nell'attuale scenario economico, diseguale e disastroso, la chiave potrebbe essere il Perdono. Lo è stato nel 1953 con la cancellazione del debito della Germania, precondizione per la nascita dell'Europa. E può esserlo nuovamente oggi, con l'applicazione di nuovi principi di sussidiarietà fra gli stati.
Ciò porterebbe alla nascita di una nuova Europa Unita, un'Europa che non sia solo un'unica moneta, ma un'unità dei popoli che si riconoscono nel principio di fraternità. Secondo questo principio un tedesco non potrebbe tollerare che un greco non abbia medicine con cui curarsi, qualsiasi siano le colpe di quel greco (che, come ho scritto in apertura, sicuramente ne ha).

Non so se e come la scelta che la Grecia oggi sta prendendo potrà innescare un dibattito in tal senso, ma me lo auguro.
Così come mi auguro che l'Italia faccia la sua parte per essere portavoce di un'economia solidale, non coercitiva e più intelligente. Renzi deve capire che qui non stiamo perdendo solo 65 miliardi di euro (a tanto ammonta la stima dell'esposizione italiana nel debito greco); stiamo perdendo l'opportunità di costruire un'Europa nuova, finalmente giusta, che funzioni politicamente, che crei valore per tutti gli stati membri. L'Europa nella quale ha senso stare.




NOTE
1) "How Europe cancelled Germany’s debt in 1953" - Jubilee Debt Campaign, 26 febbraio 2015
2) "Die Weiße Rose" (Rosa Bianca), movimento nonviolento di opposizione al Nazismo, attivo fra il 1942 e il 1943
3) "The Economic Consequences of the Peace" - John Maynard Keynes, 1919

12 gennaio 2015

La Setta della Parola Sola

Titolo del libro

"La Setta della Parola Sola"

Copertina del libro LA SETTA DELLA PAROLA SOLA

Prefazione

[Prefazione di Umberto Eco alla 50ª edizione italiana]

«"Una nuova setta si aggira per l'Europa: la Setta della Parola Sola. Tutte le religioni della vecchia Europa si sono coalizzate in una sacra caccia alle streghe contro questa setta: il papa e il patriarca di Mosca, Gilles Bernheim e Justin Welby, radicali francesi e poliziotti tedeschi. [...]".

Così inizia il romanzo di Latuni e così ho scelto di iniziare la prefazione a questa cinquantesima ristampa che ho il privilegio di introdurre. Inizio così perché non c'è modo migliore di portare subito il lettore nell'atmosfera del romanzo fanta-storico di Marco Latuni e, soprattutto, di chiarirne subito l'aspetto principale che lo caratterizza: infiniti rimandi ad infiniti livelli di interpretazione del testo.
Le arcinote parole del Manifesto del Partito Comunista del 1848 nell'incipit stanno proprio ad indicare questo al lettore: ogni cosa che leggerai significa anche qualcos'altro. E le combinazioni di significati si moltiplicano esponenzialmente man mano che si leggono le citazioni, i riferimenti a fatti di cronaca o i dialoghi dei personaggi costruiti con pezzi estrapolati da altri libri.

Ma Marco Latuni non è un dotto scrittore che vuol mostrare quanto sa e di fatto far sentire ignorante il lettore riempendo di citazioni il romanzo (cosa che qualche critico ha invece scritto di me!); lui lo fa per un fine preciso, direttamente connesso alla trama del libro: vuole dire mille cose, quando i protagonisti del libro si affannano a dirne una sola. Chi ha ragione, autore o personaggi in cerca di autore? Non esiste risposta, o almeno non ne esiste una sola.

Siamo nel 2048, la tecnologia è più o meno come la conosciamo oggi, non ci sono macchine volanti o robot spietati, ed anche la società è simile a quella contemporanea, non ci sono regimi totalitari alla George Orwell, né modi di vivere tanto diversi dai nostri giorni. Forse l'unico aspetto degno di nota che emerge dalle ambientazioni dei capitoli è che il mondo è più secolarizzato e più materialista di come lo consociamo oggi; niente di eccessivo, beninteso, diciamo piuttosto che è il logico punto di arrivo di una retta di regressione lineare tracciata partendo dal livello di religiosità degli inizi del '900 in Europa e passando per il materialismo superficiale della prima decade del secondo millennio.
Ma è in questo contesto di a-religiosità e agnosticismo, che sembra l'atteggiamento dominante del mondo del 2048, che inizia a diffondersi nelle capitali europee una setta molto particolare: la Setta della Parola Sola.
Gli adepti non hanno altre regole se non quella di mantenere il silenzio perenne, sia fra loro che con il resto del mondo, e dedicare la vita a diffondere, pacificamente e in silenzio, una parola sola.
Vanno in giro con un cartello al collo, dove è scritta la parola che hanno scelto, conducono esistenze semplici, miti. Per lo più vivono di elemosine o di lavori dove non è necessaria favella.

Negli anni 70-80 capitava di vedere per le città di tutto il mondo gruppi di adepti al Movimento Hare Krishna, che, con vesti bianche o color zafferano, con i capelli rasati e con codino, cantavano sorridenti e festanti il loro credo, fra suoni di flauti e di tamburelli. Di loro, come di centinaia di altre sette, non c'è più traccia nel futuro descritto da Latuni; in tutta Europa si vedono solo individui silenziosi che se ne vanno in giro con una cartello in mano o al collo, con una parola scritta sopra. C'è chi usa un semplice pezzo di cartone, chi ha inciso a fuoco sul legno la sua parola, chi se l'è tatuata sul petto o sulla schiena, chi l'ha dipinta col suo sangue su un telo bianco e lo va sventolando con vigore in faccia agli uomini del 2048, che guardano sconcertati senza capire.

Eppure qualcuno capisce. Sempre più persone decidono di lasciare le loro esistenze per aderire alla Setta della Parola Sola. Non ci sono capi, non ci sono riti, ci si spoglia di tutti gli averi e si inizia a giare per il mondo "donando" agli altri "la parola sola".
Il romanzo inizia proprio con una ragazza della "Milano bene" che, vedendo un gruppo di adepti camminare silenziosi per le via del centro, scrive con il rossetto la parola "Perdono" sulle pagine di un libro universitario e si unisce a loro.

A dispetto dell'incipit citato all'inizio, poco spazio viene dato al pur affascinante intreccio di spionaggio e contro-spionaggio fra i capi delle principali religioni mondiali (tutti impauriti per l'effetto dirompente che la setta sta avendo sul numero dei fedeli afferenti al proprio credo). Il fulcro del romando sono invece le vite delle persone che aderiscono alla setta. Ognuno per motivi diversi, ognuno dando il proprio significato a quella particolare parola.

Decine di personaggi che non hanno un nome e cognome, ma una parola sola. C'è "Felicità", c'è "Dono", ci sono tanti "Amore", ognuno diverso dall'altro, c'è "Casa", c'è "Mare", c'è "Io, c'è "Noi". Ci sono anche tanti "Dio", "Allāh", qualche "Buddha" (per lo più gli ex-buddhisti preferiscono "Illuminazione" o "Pace").
Sovente capita che nello stesso gruppo di adepti si ritrovino parole uguali o affini, ma è una condizione temporanea. Se il gruppo "Pace, Serenità, Unità, ecc." incontra nel proprio peregrinare "Io, Basta, Stronzi" c'è sempre l'adepto che si stacca dal gruppo originario, magari quello che l'ha inspirato ad aderire alla setta, per andare con quello che propugna parole molto diverse. Il senso è che leggere una parola bianca fra tante nere o una nera fra tante bianche dà più risalto alla voce diversa e consente quindi all'adepto di meglio far emergere il proprio credo.

Le dinamiche di scelta e di migrazione fra gruppi erranti sono al centro delle vicende narrate con sapiente maestria da Marco Latuni e portano il lettore ad immedesimarsi a tal punto che vorrebbe essere ciascuna di quelle parole.
Forse il vero motivo per cui questo libro tanto complesso è diventato un best seller mondiale è che mette in crisi chiunque. Nessuno ne esce intero, nessuno immune dal fascino dell'essenzialità della scelta che fanno i protagonisti.

Ad ogni cartello alzato in silenzio al cielo c'è un pezzo di noi che va in frantumi. Ed una parte di noi che impara una parola per la prima volta, scoprendone il significato più autentico.»



L'Osservatore Romano: «Un libro meraviglioso e toccante, che è un'irrinunciabile traccia per meditare su se stessi, sul significato che attribuiamo alla vita. In ultima analisi il romanzo è una lunga e sofferta meditazione dell'autore sull'uomo, il suo fine, la sua fine.»

La Nazione: «A tanti sarà capitato di essere in difficoltà nello scegliere un libro da regalare, magari per Natale, ad una persona amica cui si vuole bene. La difficoltà è tanto maggiore quanto più si vorrebbe comunicare con quel regalo; si vorrebbe che quel libro fosse speciale per la persona che lo riceve, ma anche che parlasse un po' di voi, che condensasse significati e fosse in grado di veicolare concetti importanti o emozioni che volete condividere. Immaginate ora di regalare solo il titolo. Anzi, peggio, una parola del titolo. Ecco, leggendo La Setta della Parola Sola di Marco Latuni vivrete le vite di decine di persone che sono state in grado di regalare all'umanità una parola sola. E la cosa più sorprendente e condividerete ogni singola scelta.»

Avvenire: «Commovente, a tratti struggente. Cosa porta l'uomo ad abbandonare il molteplice per focalizzarsi sull'Uno?»

Le Figaro: «Un libro misterioso, pieno di rimandi ad altri libri e denso di significati nascosti; fin dalla copertina alla prima edizione (mai cambiata in tutte le riedizioni, anche nelle altre lingue), che mostra una donna con in mano un cartello. Su quel cartello c'è un nome che tutto il mondo, purtroppo, ben conosce. Che significato ha quella parola "Charlie"? Nessuno all'interno del romanzo; è "solo" una parola "sola", come le tante altre scelte dai protagonisti che incontriamo nel libro. Ma se si cala la trama nella storia contemporanea, che significato ha quella parola? Che significato ha in relazione al romanzo? E che significato in relazione alle nostre vite?»

The Sun: «Un libro che apre degli interrogativi profondi in ogni lettore: chi sono io, quale parola sono? sono stato sempre questa parola o un'altra? o molte altre? e se sono stato tante parole nella mia vita forse è assurdo sceglierne una soltanto? ma se avessi l'energia per dire una parola sola ed una soltanto... quale direi?»

Washington Post: «Un capolavoro assoluto: un libro dove tutti i protagonisti affermano, anzi, gridano al mondo una parola sola, ma che lascia nel lettore solo domande aperte. Soprattutto, forse, perché si grida in silenzio.»

La Padania: «Noi non abbiamo certo bisogno di aspettare il 2048 per dedicare la vita ad una parola sola: PADANIA LIBERA!»

La Frusta Letteraria: «Un libro che sembrerebbe per pochi, ma che ha avuto un straordinario successo di pubblico e di critica. Un libro per molti, quindi, ma non per tutti; specialmente non per quanti credono che "padania libera" sia una sola parola.»

La Repubblica: «Un nuovo modo di scrivere, un romanzo che parte dalle pagine stampate e si completa nel mondo reale, nelle parole che leggiamo sui giornali e nei libri cui quotidianamente ci dedichiamo. Un libro che non è sbagliato definire "sperimentale".»

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Marco Latuni è uno degli autori-rivelazione più interessanti nel panorama letterario italiano degli ultimi anni. Giardiniere di professione da più di vent'anni, dopo l'incredibile successo del libro autobiografico "Io c'ero - Lettere di un padre alla figlia", ha definitivamente intrapreso la professione dello scrittore ed ora è al suo secondo libro.
Il suo stile è semplice, lineare e insieme profondo e toccante. Con "La Setta della Parola Sola" si è cimentato in un genere letterario completamente differente dal primo libro, il che lo rende un autore versatile e mai prevedibile. Umberto Eco ha detto di lui: «Vende come Dan Brown e scrive come me. È lo scrittore perfetto».