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12 aprile 2009

Il Value Factor nelle S.p.A.

Innanzitutto buona Pasqua; scusate il ritardo, ma oggi sono stato molto impegnato.
Dopo circa tre mesi di ricerche, questo pomeriggio sono riuscito finalmente a terminare uno studio che ho realizzato per individuare metodi più efficienti per la valutazione dei titoli quotati in borsa. Ho scritto questo breve saggio perché ritengo che un grosso problema della finanza, che è poi spesso la causa delle crisi economiche, sia legato al fatto che i mercati sono incapaci di valutare correttamente le Società per Azioni, poiché quasi sempre prescindono da ogni considerazione di "sostenibilità sociale", ricercando la mera massimizzazione del profitto.
A questo link è scaricabile lo studio completo (sono circa 40 pagine), ma vi riporto di seguito le premesse e le conclusioni, per chi non avesse voglia di leggere troppi tecnicismi.

Lo scopo della Ricerca

La caratteristica fondamentale degli investimenti nei mercati regolamentati di tutto il mondo è certamente quella di avere un fine ben definito: il profitto. Mentre l’investimento diretto nella creazione di un’azienda può generalmente avere anche altri scopi (ideologici, politici, e finanche familiari), l’investimento in azioni di società quotate nelle borse mondiali ha essenzialmente il fine unico di generare il maggior profitto possibile. Questa caratteristica dell’investimento azionario ha spinto investitori e studiosi di ogni tempo a portare avanti una ricerca approfondita per individuare, nella maniera più precisa possibile, la capacità di generare profitto di un’azienda. Gli economisti hanno ideato centinaia di modi per analizzare i dati di una società e comprendere così le reali capacità di generare utili, che sarebbero poi equivalsi a più alti dividendi per gli azionisti, ad un maggior valore intrinseco delle azioni stesse, o entrambe le cose.

Indici come il ROS (Return on Sales), il ROE (Return on Equity), il ROI (Return on Investment), rappresentano proprio questo tentativo di sintetizzare chiaramente la redditività di un’azienda. Altri indici sono ancora più diretti e mettono in relazione l’investimento in azioni col profitto atteso; non a caso uno dei valori principali che esaminano i risparmiatori prima di comprare le azioni di una società è il PE, cioè il rapporto Prezzo/Utili (Price-Earnings Ratio è il prezzo dell’azione diviso l’utile atteso per ogni azione).

Ma la valutazione di un titolo da acquistare in borsa, come in genere accade per qualsiasi prodotto o servizio, è un problema multidimensionale, per cui la creazione di indici di liquidità, di leva, di redditività o sviluppo, è in realtà una semplificazione eccessiva del lavoro di analisi, che fa perdere moltissime informazioni (oltre al fatto che molti indici, come il P/E, hanno grossi limiti dovuti al modo in cui sono costruiti; ad esempio lo sfasamento temporale fra le grandezze utilizzate).

E’ forse questa una delle motivazioni per cui spessissimo chi si affida a tali indici non ottiene il guadagno sperato, e probabilmente è tra i fattori che nel corso della storia del capitalismo hanno creato i maggiori problemi all’economia reale: con ciò si intende dire che spesso i manager gestivano le aziende cercando di ottenere valori ottimali degli indici più importanti guardati dagli analisti, dimenticando che il loro scopo di amministratori virtuosi dovesse essere quello di creare “reale valore”.

Lo scopo di questa ricerca è di provare ad identificare il Value Factor, il Fattore Valore, ovvero quella caratteristica, o insieme di caratteristiche, che permettono ad una azienda di creare valore nel tempo, indipendentemente dalla valorizzazione che le viene riconosciuta sul piano speculativo.

Conclusioni

Questo studio, svolto in campo economico-finanziario, con metodi propri della statistica, ci ha portato ad individuare un criterio per affrontare la corretta valutazione delle banche, ma può essere esteso a qualsiasi impresa o ente che operi nel sistema economico.

La ricerca fin qui svolta è inevitabilmente solo un primo step per un più ampio programma di studio, che potrebbe fornire strumenti più accurati per l’individuazione di migliori strategie gestionali, con l’obiettivo di avere aziende che forniscano ottimi risultati per i risparmiatori, più sicurezza per i lavoratori e per il sistema produttivo e capacità di creazione di Valore Reale per la società.

La Storia Economica ci illustra come la maggior parte delle crisi economiche dell’ultimo secolo siano frutto, in estrema sintesi, di una sopravvalutazione delle grandi aziende (crisi del 1929 e bolla della New Economy), o dei loro prodotti e servizi (come nel caso dei Sub-Prime). I crolli della borsa e la distruzione di valore (e dei risparmi delle famiglie) sono quindi, in ultima analisi, una conseguenza di un non corretto “pricing” dei prodotti finanziari.

Come si può vedere dall’immagine sopra riportata, l’uomo commette sempre gli stessi sbagli, ed ogni crisi assomiglia alle altre. Il grafico mette a confronto i deprezzamenti dei titoli di borsa nelle peggiori crisi finanziarie degli ultimi ottant’anni, evidenziando come la ripresa di un consenso di mercato attorno ai valori delle SpA, avvenga dopo svalutazioni considerevoli.

Appare evidente che i pur interessanti tentativi per garantire trasparenza e veridicità nelle valutazioni patrimoniali (si pensi, per quanto riguarda le banche, all’accordo di Basilea II), non bastano ad indicare ai mercati processi di investimento consapevoli, capaci di resistere alla psicosi collettiva che causa i crolli di borsa.

Il nostro sistema economico ha bisogno di investitori (con tutto il carico di responsabilità e competenza che questo termine presuppone), non di speculatori.

E’ anche a causa della stravolgimento dei mercati finanziari (oltre che per mancanza di tempo), che questo lavoro manca di una sezione dedicata a spiegare che fine hanno fatto i gruppi bancari che abbiamo analizzato. Dal 2004 ad oggi, molti si sono fusi, altri sono stati acquisiti (è stato il caso della BNL, che come abbiamo visto navigava in cattive acque), altri ancora hanno rischiato la bancarotta.

Tuttavia, fermo restando che le repentine svalutazioni dei titoli in borsa hanno toccato tutti i gruppi bancari, possiamo vedere che le banche che avevano mostrato nei nostri grafici una buona solidità patrimoniale ed un basso rischio sono proprio quelle che hanno resistito meglio alle turbolenze dei mercati.

Siamo perciò persuasi che, fino a quando non saremo in grado di dare un’alternativa concreta al sistema Capitalista (che ci appare profondamente corrotto e scarsamente efficiente, come ricordato dalla citazione di Keynes all’inizio del presente scritto), dovremo per lo meno cercare di utilizzare criteri corretti per la valutazione delle società, le quali, attraverso i processi produttivi o di erogazione di servizi, di fatto, che ci piaccia o no, plasmano il mondo in cui viviamo.